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martedì 17 novembre 2015

70 anni fa con il Bebop esplose la rivoluzione del Jazz

Prima il jazz era ballabile poi venne Bird 
(Arrigo Polillo)





La data che sancisce la nascita "discografica" del Bebop è il 26 novembre 1945. Infatti dagli archivi dei WOR Studios di Broadway risulta che il produttore Teddy Rig aveva prenotato per quel giorno una sessione di tre ore, per un gruppo guidato da Charlie Parker nel corso della quale il sassofonista avrebbe proposto alcune sue composizioni originali (would supply original compositions).
Charlie Parker, all'epoca già abbastanza famoso, era alla sua prima esperienza discografica come leader ed il quintetto che inizialmente avrebbe dovuto prendere parte alla seduta d'incisione, oltre a lui, comprendeva Miles Davis alla tromba, Bud Powell al piano, Curley Russell al basso e Max Roach alla batteria, musicisti già affiatati che spesso si esibivano insieme nei locali della 52th Street. La foto seguente, in cui sono riconoscibili Parker, Davis e Roach, è stata ripresa in uno di quei clubs più o meno in quel periodo .


Sugli eventi di quella giornata sono state scritte molte cose, non sempre corrette, causando un po' di confusione. Innanzi tutto, all'ultimo momento, Bud Powell partì per Philadelphia lasciando il gruppo senza pianista. Parker contattò subito il pianista Argonne Thornton (Sadik Hakim dopo la conversione all'Islam), mentre Dizzy Gillespie, amico e partner di Parker in molte occasioni, trovandosi in loco si offrì di suonare lui il piano.
Il primo equivoco venne causato, alcuni anni dopo, da John Mehegan, estensore delle note di copertina dell'LP  The Charlie Parker Story (Savoy MG 12079)



uscito nel 1956, poco dopo la morte del sassofonista, nel quale veniva pubblicato, per la prima volta, tutto ciò che era stato registrato quel 26 novembre 1945. Il critico sosteneva che Bud Powell era in realtà presente, nonostante le numerose testimonianze contrarie, e questo ingenerava una serie di dubbi su chi in realtà suonasse il piano nei vari brani. Stabilito con certezza che Powell non c'era, restava, e forse resta, il dubbio fra Gillespie e Thornton, su chi suonasse cosa.
Quello che, tuttavia ci interessa, in questa sede, è la genesi di un solo brano, quel Koko - un head arrangement sulla base di Cherokee - universalmente considerato il primo esempio su disco di Bebop, un vero e proprio manifesto del nuovo genere musicale.
Esso fu affrontato per ultimo, alla fine della seduta e contrariamente ai brani registrati in precedenza, per i quali erano servite più takes, venne completato al primo colpo, solo dopo una falsa partenza, come si può costatare di seguito.




La formazione dichiarata sull'etichetta della prima edizione a 78 giri (riportata in apertura) indica, Parker sax alto, Miles Davis tromba, Hen Gates piano (pseudonimo di Gillespie, che non  poteva usare il proprio nome per motivi contrattuali), Curley Russell basso e Max Roach batteria, ma in realtà Davis non suona. Egli stesso nella sua autobiografia scrive:
riuscire a finire quel disco fu un casino. Mi ricordo che Bird voleva che suonassi "Ko Ko", [...] Bird sapeva che avevo difficoltà a suonare "Cherokee" allora. Perciò quando mi disse che questo era il brano che dovevo suonare gli risposi di no, non lo facevo. ecco perché c'è Dizzy che suona la tromba in "Ko Ko",[...] perché io non avevo intenzione di andare a fare una figuraccia.
(Miles Davis, Miles l'autobiografia, Minimum Fax, Roma, 2001, p. 91)

Nonostante questa chiara affermazione di Miles, vi è ancora oggi chi sostiene, con cervellotiche analisi musicali, che  sia Davis e non Gillespie  a suonare la tromba. (1)





A parte queste questioni di dettaglio, anche un po' noiose per molti, resta il fatto che quella musica era "sconvolgente" (A. Polillo) e dette il via all'era moderna del jazz, ma, come spesso accade alle novità rivoluzionarie, non trovò, per molto tempo, il consenso del pubblico e dei critici e solo pochi lungimiranti ne percepirono la grande modernità e l'originalità innovativa.


Da sx Thelonious Monk, Howard McGhee e Roy  Eldridge davanti alla Minton Playhouse, uno dei locali frequentati dai boppers, assieme al bandleader Teddy Hill all'epoca manager del locale. (foto di William P. Gottlieb)

Se il merito di tale rinnovamento non va attribuito solo a Parker e a Gillespie, ma anche a un gruppo di giovani musicisti neri, stanchi di suonare solo per far divertire i bianchi e desiderosi di modificare quei canoni musicali, che per loro stavano diventando obsoleti, stantii, di routine, Parker resta comunque il simbolo e l'artefice principale del Bebop. 



Disegno di David Stone Martin per una cover

Egli appartiene a quello sparuto gruppo di geni che hanno lasciato tracce indelebili nella storia del jazz. Citando ancora Arrigo Polillo, Parker è stato per il jazz quello che Picasso è stato per la pittura.
Era nato a Kansas City (Kansas) il 29 agosto 1920, ma era cresciuto nell'altra Kansas City quella del Missouri, dall'altra parte dell'omonimo fiume, una città che in quegli anni era considerata una delle culle del jazz, la città di Count Basie, Bennie Moten, ecc. ed aveva avuto modo di ascoltare per anni le migliori orchestre e i migliori solisti. 



Ben presto aveva deciso di diventare anche lui un musicista, e con un sassofono di seconda mano che stava assieme con scotch e elastici si aggirava per i locali nella speranza che lo facessero suonare. A 16 anni era già sposato ed aveva ottenuto una tessera del sindacato dei musicisti. I suoi punti di riferimento erano i sassofonisti Lester Young e Buster Smith, che nella prima metà degli anni '30, prima di diventare famosi, suonavano nei locali che Parker bazzicava.


Lester Young (al centro) e Buster Smith (a destra)
negli anni in cui si esibivano a Kansas City 

Buster Smith (1904-1991), in particolare,  era considerato da Parker una specie di mentore, ed ebbe una significativa influenza nel suo processo di formazione. 
Dopo un breve soggiorno a New York dove cominciò a sviluppare le prime intuizioni stilistiche, tornato a Kansas City nel 1940, Parker entrò nella Big Band di Jay McShann, un'orchestra all'epoca molto apprezzata e dove cominciò a farsi notare per la originalità dei suoi assolo.


Nella foto Parker è il terzo da sinistra proprio sopra a Jay McShann al piano.

Un esempio è questo "Swingmatism" del 1941, in cui a Parker viene concesso uno spazio solistico significativo dopo l'assolo al piano del leader.






Con il passaggio successivo all'orchestra di Earl Hines e poi di Billy Eckstine, nelle quali suonava anche Dizzy Gillespie, inizierà fra i due una collaborazione che porterà alla graduale formazione del nuovo stile di cui sono considerati i fondatori.


L'orchestra di Earl Hines nel 1943; ultimo a dx, con gli occhiali scuri, Charlie Parker, ultimo a sx Dizzy Gillespie, al centro, seduta di fronte a Hines, Sarah Vaughan. 

La grande capacità improvvisativa e le straordinarie qualità tecniche di Charlie Parker lasciavano allibiti chi lo ascoltava. Alla richiesta di come avesse sviluppato queste qualità, egli lo attribuì soprattutto alla tenacia e alla applicazione nello studio dello strumento.
Suonavo dalle 12 alle 15 ore al giorno. I vicini di casa minacciavano mia madre di costringerla a trasferirsi altrove. Dicevano che li stavo facendo diventare pazzi.
Le sue performance erano caratterizzate da una creatività e una genialità straordinarie, che solo Louis Armstrong aveva avuto prima di lui. 




Del periodo precedente alla data che ci interessa di Parker abbiamo solo alcune registrazioni in studio, semi clandestine a causa del "recording ban" proclamato dai sindacati. Il resto sono registrazioni amatoriali dal vivo, con mezzi tecnici limitati, di concerti o jam sessions.
Per quanto concerne la genesi creativa di Ko Ko esistono solo un paio di registrazioni amatoriali di Cherokee antecedenti, dalle quali si può cercare di percepire l'elaborazione progressiva del progetto musicale che Parker aveva in testa. Una di queste registrata intorno al 1942 con la Clark Monroe's Band a New York, è contenuta nel seguente video. La qualità della registrazione non è delle migliori, ma ci dà un'idea dell'evoluzione creativa.



Dopo il 1945 il brano rimase nel repertorio di Parker per alcuni anni, ma non venne più registrato in studio.
Il 29 settembre 1947 la big band di Dizzy Gillespie si esibì alla Carnegie Hall di New York e nel corso della serata venne realizzato un set con Parker come ospite, assieme a Gillespie con la ritmica della big band, guidata da John Lewis. Vennero eseguiti 5 caratteristici brani bebop fra cui Ko Ko che chiuse il set. Anche in questo caso Parker sfoderò tutta la sua grinta e la sua inventiva e ne venne fuori un'altra strepitosa esecuzione.



La vigilia di Natale del 1949, sempre alla Carnegie Hall, ebbe luogo un concerto particolare, noto come "Stars of Modern Jazz Concert". Quella serata rappresentò l'apice del successo popolare per il Bebop, si esibirono, infatti, i più prestigiosi esponenti del genere: da Bud Powell a Max Roach, da Sonny Stitt a Serge Chaloff, ecc..
Charlie Parker presenziò con il suo quintetto del momento comprendente: Red Rodney alla tromba, Al Haig al piano, Tommy Potter al basso e Roy Haynes alla batteria. Fra i brani presentati vi fu anche Ko Ko, che possiamo ascoltare di seguito.




Questa è l'ultima testimonianza discografica disponibile del brano e la cosa segna anche virtualmente il declino del Bebop. 
Quel concerto infatti segnava anche l'affacciarsi sulla scena del nuovo genere che si sarebbe affermato negli anni successivi; il Cool. Questo grazie alla presenza di Lennie Tristano, Lee Konitz, Stan Getz e dello stesso Davis che ormai era già traghettato nel nuovo genere, come dimostra questo "Move" eseguito da lui quella sera.






Note  
(1) http://www.themusicofmiles.com/articles/the-ko-ko-session/session.php

domenica 11 novembre 2012

I miei standards preferiti: I'll Remember April (1941)


Questa canzone venne composta nel 1941 da Gene De Paul, con la coppia di parolieri Don Raye e Patricia Johnston, per la colonna sonora di un film comico della coppia Abbott & Costello: Ride'em Cowboy (Gianni e Pinotto fra i Cowboys) in cui era interpretata, con una performance un pò sdolcinata, secondo i canoni dell'epoca, dal modesto cantante e attore western Dick Foran.


Questo filmetto, che molti della mia generazione avranno visto da ragazzini, nei primi anni del dopoguerra in qualche cinema parrocchiale, presentava un'altra particolarità, la presenza di una giovane Ella Fitzgerald, agli inizi della carriera, in una delle sue rare apparizioni cinematografiche, in cui interpreta una cameriera e canta il suo Hit del momento: A Tisket, a Tasket.


Ritornando a I'll Remember April la canzone riscosse comunque un discreto successo grazie alle interpretazioni dell'orchestra di Woody Herman, Bing Crosby e altri, ma esclusivamente nella versione vocale  "convenzionale".
Dobbiamo arrivare al 1947 per trovare la prima versione jazzistica strumentale di notevole interesse: quella del trio di Bud Powell con Curly Russell al basso e Max Roach alla batteria, in cui geniale pianismo di Powell scompone e ricompone la melodia in un caleidoscopio di emozioni, avviando questo motivo al ruolo di grande standard jazzistico. 


Una postilla personale riguardo a questo brano: è stato in assoluto il primo che ho ascoltato di Powell, tratto da un 45 giri acquistato in edicola più di 40 anni fa ed è stato l'ascolto di questo brano che mi ha fatto iniziare ad ammirare questo pianista, del quale oggi possiedo quasi tutti i dischi.



Un altro straordinario pianista: George Shearing nel dicembre del 1949 ne incise, con il suo quintetto, una versione elegante, gradevole, in cui il pianoforte dialoga con il vibrafono della bravissima Marjorie Hyams, accompagnato da una sessione ritmica di tutto rispetto con Chuck Wayne alla chitarra, John Levy al basso e Denzil Best alla batteria. Una perfetta alchimia stilistica che ne farà uno dei gruppi più originali ed apprezzati di quegli anni.




Nella primavera del 1950 Bud Powell venne scritturato, assieme a Curly Russell, da Charlie Parker per una serie di concerti di un nuovo quintetto al Birdland di New York. Gli altri membri erano Fats Navarro e Art Blakey. Durante quei concerti venne eseguita anche I'll Remeber April e ne esiste una registrazione da un nastro privato pubblicata molti anni dopo.


Tuttavia la prima versione su disco di Charlie Parker fu quella storica contenuta nel secondo album di Charlie Parker with Strings dell'estate 1950. La formazione comprendeva, fra gli altri, Bernie Leighton al piano, Ray Brown al basso e Buddy Rich alla batteria, con arrangiamenti di Joe Lippman.



Sempre in quel periodo fra il 1950 e il 1951 il vibrafonista Red Norvo, un musicista sulla breccia da molti anni, decise di rinnovarsi costituendo un trio "anomalo" con il chitarrista Tal Farrow e il giovane e all'epoca poco noto bassista Charles Mingus. Trio che, sia per la sua struttura atipica, sia per la notevole qualità dei componenti, ebbe subito un grande successo di critica e di vendite.



La loro versione del brano è decisamente originale con fluenti passaggi dal singolo assolo a improvvisazioni collettive in una suggestiva atmosfera "cameristica".


Negli anni successivi numerosi furono i musicisti e i cantanti che si cimentarono con questo standard, ma tre in particolare meritano di essere qui ricordati. Sono tre dei più grandi trombettisti di allora e non solo: Miles Davis, Clifford Brown e Chet Baker. Tre letture molto differenti e tutte di grande qualità.
Nel 1954 Davis era definitivamente uscito dal tunnel della droga ed iniziava una nuova stagione, un periodo intensamente creativo che gradualmente lo avrebbe riportato ai vertici. 



Il 3 aprile entrò in studio per la Prestige, e fra i vari brani incise anche I'll Remember April, accompagnato da una sessione ritmica di elevata qualità: Horace Silver al piano, Percy Heath al basso e Kenny Clarke alla batteria e come spalla il poco noto alto sax parkeriano David Schildkraut che in questo brano da il meglio di sé. Una curiosità sulla qualità della performance del sassofonista: durante un Blindford test Charlie Mingus, non uno qualsiasi, ascoltandolo in questo brano, lo confuse con Parker. 
Va inoltre  ricordato che questa session fu la prima in cui Davis cominciò anche a usare la sordina.


N.B. la cover presentata nel video è quella dell'LP 30 cm. del 1957 Blue Haze in cui il brano venne ripubblicato, mentre il brano comparve la prima volta in un LP 25 cm. e la cover è quella riportata sopra, dal titolo poco fantasioso di Miles Davis quintet

Nel febbraio del 1956 Clifford Brown e Max Roach con il loro quintetto comprendente anche Sonny Rollins al sax tenore, Richie Powell (fratello di Bud) al piano e George Morrow al basso registrarono due takes di I'll Remember April, dopo che il brano era stato testato in diversi concerti. Questo avveniva pochi mesi prima dell'incidente automobilistico che il 26 giugno provocò la morte del trombettista e del pianista.
Nel video seguente viene proposta l'alterate take pubblicata nell'album More Study in Brown, fatto uscire dopo l'incidente, mentre la original track era stata pubblicata nel doppio LP At Basin Street




Ciò che colpisce ascoltando questa interpretazione è la grande creatività improvvisativa di Brown. Un assolo strepitoso che ci lascia un grande rimpianto: se la sua carriera, stroncata a soli 25 anni fosse proseguita Davis avrebbe avuto un un concorrente agguerrito.



Nell'inverno 1955-56 Chet Baker era in tournée in Europa con il suo quintetto e durante alcuni suoi concerti in Germania veniva raggiunto dalla giovane cantante emergente Caterina Valente con la quale eseguiva in duo I'll Remember April




Una esecuzione alla tromba molto diversa dalle precedenti e da altre che lo stesso Chet Baker realizzerà negli anni, ma proprio per questo meritevole di essere ricordata.
Questo standard andò via via diffondendosi con una crescente serie di esecuzioni di numerosi musicisti e cantanti che non possiamo stare qui a ricordare.
Avvicinandosi ai nostri giorni tuttavia vorrei segnalarne alcune altre che hanno suscitato in me un notevole interesse.
La prima è quella di Keith Jarrett del 1996. Dopo quasi cinquant'anni dalla bellissima esecuzione di Bud Powell, citata all'inizio, un'altro grandissimo trio esegue lo stesso brano dal vivo con una performance di qualità assoluta. Dieci minuti di puro virtuosismo a partire dal batterista Jack De Johnette, mentre il basso di Gary Peacock centellina i suoi interventi con grande tempismo.


Chiudiamo questa carrellata di esecuzioni differenti con due eccellenti chitarristi il francese Bireli Lagrene e il belga Philip Catherine che affrontano il tema con un sound latineggiante. 

giovedì 20 settembre 2012

Dischi storici: Money Jungle di Duke Ellington (1962)


Money Jungle il famoso album di Duke Ellington in trio con Charlie Mingus e Max Roach in questi giorni compie 50 anni essendo stato registrato nel settembre del 1962. Un album insolito per il grande band leader che, per l'occasione, si cimenta in veste di pianista con due dei maggiori talenti dei rispettivi strumenti, considerati in bilico fra il post-bop e l'avanguardia, cosa che sorprese la critica e lasciò interdetti i puristi ellingtoniani.
Dei sette brani proposti, tutti composti da Ellington, solo due (Caravan e Solitude) sono la riproposizione di vecchi successi, mentre i rimanenti sono stati scritti per l'occasione e si differenziano dal normale stile ellingtoniano.
L'album si apre con la title track, una composizione blues con sapori più sperimentali


Il brano successivo è una ballad intitolata Les Fleurs Africaine (nota anche come Fleurette Africaine) che invece presenta  spunti impressionistici.


Segue il vivace bluesVery Special che dopo una breve introduzione del tema contiene un lungo assolo del Duca


Il brano che conclude la prima facciata è un'altra dolce balladWarm Valley, che in seguito verrà ripresa da Johnny Hodges


La seconda facciata si apre con il brano forse più convenzionale  dell'album: Wig Wise 


segue una versione particolarmente vigorosa del classico: Caravan 


l'album si chiude con un altro classico ellingtoniano: Solitude eseguito splendidamente dal trio.

Diversi anni dopo Charlie Mingus confessò in un'intervista che durante la seduta ebbe un violento alterco con Max Roach, e solo per il rispetto che nutriva per il maestro Ellington ritornò sulla decisione di abbandonare lo studio.
Molti anni dopo l'album venne rieditato in CD con una serie di altre tracce alternate o inedite che tuttavia nulla aggiungevano alla qualità di questo piccolo gioiello discografico.

sabato 17 dicembre 2011

“Out Front” testamento artistico di Booker Little (1938-1961)

Repost from Splinder (13 aug. 2009)


Oggi voglio segnalare un disco particolare, ritrovato fra i vecchi LP qui al mare, inciso quasi 50 anni fa da un giovane musicista: Booker Little, morto a soli 23 anni quando il suo talento stava prepotentemente emergendo.
Il disco si intitola Out Front (Candid CM 8027, 1961) e rappresenta il suo capolavoro ed anche il suo testamento artistico, infatti in quello stesso anno morirà per uremia, malattia all'epoca fatale e oggi curabilissima.
Nato a Memphis (TN) nel 1938, iniziò a suonare giovanissimo. Trasferitosi a Chicago venne notato da Sonny Rollins, che lo segnalò a Max Roach, il quale dopo la morte di Clifford Brown non aveva ancora trovato una tromba che lo soddisfacesse. Il connubio si rivelò subito felice e produsse numerose incisioni. La collaborazione e l'amicizia fra i due si mantennero solide fino alla prematura scomparsa del trombettista.
Il video che propongo di seguito, girato nel 1958, ai primordi della loro collaborazione, ci dà già un'idea delle qualità di questo giovane trombettista appena ventenne.


In quei pochi anni di attività Booker ebbe modo di mettersi subito in luce, di collaborare con molti altri artisti, fra i quali Eric Dolphy e John Coltrane, e di prender parte alla realizzazione di alcuni dischi che sono entrati a far parte della storia del jazz.

Max Roach We Insist! Freedom Now Suite (Candid 1960) con Coleman Hawkins e Abbey Lincoln

Abbey Lincon (all'epoca moglie di Roach) Straight Ahead (Candid 1961) sempre con Roach e Hawkins e con Eric Dolphy




Max Roach orchestra Percussion Bitter Sweet ( Impulse 1961) con Dolphy, Clifford Jordan, Mal Waldron ecc.



Eric Dolphy Far Cry (Prestige1960) con Jaki Byrd


Eric Dolphy At the Five Spot (Prestige 1961)

John Coltrane orchestra Africa /Brass (Impulse 1961) ancora con Dolphy

Solo per ricordarne alcuni.
Booker era consapevole della gravità della sua malattia e, forse, questa attività così intensa, quasi frenetica, era un tentativo di esorcizzare la fine incombente.
La produzione discografica come leader, invece, fu limitatissima, e Out Front pur essendo il quarto disco a suo nome è, in realtà, la sua prima e unica opera di grande spessore.

We Speak

Strenght and Sanity

Quiet Please

Moods in Free Time

Man of Words

Hazy Blues

A New Day

Sette brani tutti di sua composizione, eseguiti con un sestetto comprendente, fra gli altri, gli amici Max Roach e Eric Dolphy. Brani legati fra loro da un progetto unitario, una specie di suite originale, commovente, ben strutturata, anche se resta pur sempre un'opera prima. Opera che risente della giovane età dell'autore, ma che ci fa pensare a cosa, negli anni, con più esperienza, avrebbe potuto realizzare come compositore.
Il brano seguente Moods in Free Time, tratto da YouTube (problemi di connessione qui al mare non mi consentono di inserire altro), è abbastanza indicativo anche se, per apprezzare a pieno questo disco, bisognerebbe ascoltarlo tutto di seguito, partendo: «dalla tesa malinconia del primo brano, We Speak e inoltrarsi via via verso l'inevitabile, che giunge a metà dell'opera con […] Moods in Free Time e Man of Words. Dopo non siamo più a questo mondo: l'aerea dolcezza del flauto di Dolphy in A New Day non dipinge un nuovo giorno, ma un distacco ormai compiuto dalle cose terrene». ( Marcello Piras, Musica Jazz, mag. 1993, p. 53)


Con questo spero di aver sollecitato la curiosità di chi ancora non lo conoscesse. Curiosità che può essere facilmente soddisfatta scaricando, legalmente in mp3, i suddetti brani da alcuni siti specializzati come, ad esempio, Amazon.com, ad un prezzo abbordabilissimo.

mercoledì 30 novembre 2011

Max Roach: un altro grande vecchio se ne và

Pubblicato venerdì 17 agosto 2007

Ieri 16 agosto, all'età di 83 anni, è morto Max Roach, il più grande batterista, non solo jazz, di tutti i tempi.
Egli ha attraversato da protagonista oltre sessant'anni di storia del jazz, suonando con tutti i più grandi musicisti da Duke Ellington a Charlie Parker, da Miles Davis a Charles Mingus, da Clifford Brown a Sonny Rollins, da Cecil Taylor a Anthony Braxton, solo per citarne alcuni. Inoltre si è distinto per il costante impegno nella lotta per l'emancipazione degli afro-americani ed in quella contro l'apartheid in Sud Africa. Alcune sue opere sono dei veri e propri manifesti politici, come il famosissimo We Isist! Freedom Now Suite.
Mesi orsono gli dedicai già una pagina (qui).
Nato a New York il 10 gennaio 1924, inizia a studiare musica fin da giovanissimo, a 16 anni già suona saltuariamente in orchestre importanti. Di lì a poco comincia a frequentare la 52nd Street e partecipa alle jam sessions dove viene notato da Kenny Clarke che lo introduce nel mondo del jazz.
Nel 1944 suona già con i grandi del be-bop, nella foto qui sotto lo vediamo appena ventenne con baffetti ed occhiali con il quintetto di Charlie Parker e Miles Davis.



Nel 1953 è già il più grande di tutti e partecipa allo storico incontro alla Massey Hall di Toronto con Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell e Charles Mingus, qui ritratti durante il concerto.


Da allora la sua carriera è rappresentata da una interminabile serie di successi sia in concerto che su disco, che non stiamo qui ad elencare.





Per non venir  meno alla consuetudine ormai consolidata di corredare le pagine con qualche video, ho scelto due filmati lontani fra loro nel tempo.
Nel primo, realizzato nel 1964, lo troviamo con la moglie di allora Abbey Lincoln, durante una tournée in Europa. Il brano è Driva Man (preceduto da un accenno a Love for Sale), tratto dal già citato We Insist!.



Il secondo, di una ventina d'anni dopo, ci presenta invece uno dei suoi tipici "a solo"



Negli ultimi anni, colpito dal morbo di Alzheimer, aveva quasi completamente smesso di suonare.

giovedì 17 novembre 2011

Oggi parliamo di Max Roach


Pubblicato giovedì 8 marzo 2007

Dopo aver dedicato un paio di inserzioni a Abbey Lincoln vorrei rivolgere ora la mia attenzione a colui che ne è stato il Pigmalione: Max Roach, un artista straordinario, la cui carriera ha attraversato la storia del jazz dagli anni '40 ai primi anni del 2000, allorché all'età di 76 anni, il morbo di Alzheimer lo ha costretto a ridurre l'attività.
Le sue straordinarie qualità di batterista hanno fatto sì che intorno ai vent'anni fosse già richiesto da artisti del calibro di Charlie ParkerDizzy GillespieBud PowellCharlie MingusThelonious MonkMiles Davis ecc.. Con i primi quattro nel 1953 prese parte allo storico quintetto che realizzò uno dei dischi cult della storia del jazz: quel Jazz at the Massey Hall che resta uno dei momenti più significativi dell'era Bebop.

Sulla copertina dei primi LP, per esigenze contrattuali Charlie Parker compare con lo pseudonimo Charlie Chan.
L'anno dopo iniziò per lui una nuova esperienza, assieme all'astro emergente Clifford Brown, che contribuì alla nascita del nuovo stile Hard Bop. A questo stile si riferiscono i due album che voglio riportare all'attenzione.
Il primo è il famoso Study in Brown del 1955, inciso con lo storico quintetto che oltre a Roach e Brown comprendeva Harold Land al sax tenore, Richie Powell (fratello di Bud) al piano e George Morrow al basso.
Si tratta di uno dei dischi che maggiormente evidenziano gli straordinari frutti di quella collaborazione che, purtroppo, durò solo due anni, a causa dell'incidente automobilistico del 26 giugno 1956 in cui perirono il giovane trombettista ed il pianista, che era anche il principale arrangiatore del gruppo.

In questo album troviamo alcuni titoli molto frequenti nelle incisioni del trombettista fra cui un Cherokee preso a ritmi vertiginosi.
Una musica eccellente caratterizzata da uno «straordinario melange di impeto e meditazione, di lirismo e di fuoco, [...] un miracoloso equilibrio tra libera improvvisazione e rigoroso controllo formale, tutte cose addebitabili, in parti perfettemente uguali, ai due leaders» come scrisse Pino Candini, recensendo a suo tempo l'album per la rivista "Musica Jazz".
Il secondo album è altrettanto famoso, ossia Max Roach Plus Four.


Si tratta infatti del primo album del "dopo Clifford", inciso circa tre mesi dopo l'incidente con un quintetto per 3/5 nuovo rispetto al precedente. Clifford è sostituito da Kenny Dorham, al piano troviamo Ray Bryant e al sax Sonny Rollins. Quest'ultima sostituzione era però antecedente all'incidente ed aveva già apportato nuova linfa al quintetto.
In esso è evidente il tentativo di Roach di proseguire il discorso avviato con Brown, cosa ardua sia dal punto di vista musicale che umano. Kenny Dorham, per quanto bravo non è "Brownie" e si sente soprattutto nei tempi ultraveloci come Just One of Those Things, ed infatti verrà presto sostituito da un altro giovane fenomeno emergente, Booker Little, il quale purtroppo sarà accomunato a Clifford anche dalla morte prematura, a soli 23 anni, per leucemia.
L'album è comunque godibile e ci mostra il continuo tentativo di Roach di proseguire il suo percorso di ricerca, con brani particolari come Ezz-Thetic o sperimentali come Dr. Free-Zee (in cui la batteria ed i timpani sono suonati entrambi da Roach e sovrapposti in fase di incisione) che evidenziano le crescenti capacità di leader del batterista, la cui carriera si stà ormai avviando a crescenti successi.

Per chi fosse interessato ad approfondire la musica del quintetto Brown-Roach può cercare il cofanetto di 10 CD "Brownie: The Complete EmArcy Recordings of Clifford Brown", che contiene tutte le incisioni del gruppo.

Per tutte le incisioni del quintetto del "dopo Clifford" è invece disponibile il cofanetto di 7 CD "The Complete Mercury Max Roach Plus Four Sessions"

Abbey Lincoln: un incontro che mi ha stregato


Pubblicato martedì 13 febbraio 2007

Una decina d'anni fà ebbi l'occasione di vivere per un certo periodo a Parigi, una delle capitali mondiali del jazz e ne aprofittai per godermi la grande offerta musicale che ogni giorno era disponibile.
Fra le varie occasioni una mi colpì e mi emozionò particolarmente: Abbey Lincoln ascoltata al New Morning, uno dei locali storici della Parigi jazzistica.
Ancora a distanza di anni ho un vivo ricordo della serata trascorsa in quel caldo e fumoso club pieno di appassionati cultori e dove ebbi anche l'occasione di avvicinare la cantante per un fuggevole saluto.
Quella sera Abbey, allora quasi 68enne, era in particolare stato di grazia, e cantò con grande passione con la sua voce roca e profonda nelle tonalità più basse ed incisiva e vibrante in quelle più alte, entusiasmando il pubblico presente. Un'interprete straordinaria, con grande mestiere, in grado di mascherare anche qualche leggero calo vocale dovuto all'età. Un'esperienza indimenticabile che un'amico che era con me immortalò in alcune foto che conservo gelosamente, come quella qui sotto.

foto di Dario Fiorentini

Fino ad allora conoscevo molto poco di questa cantante che legavo al suo connubio artistico e sentimentale con Max Roach dal quale negli anni '60 erano essenzialmente scaturiti dischi straordinari come We Insist! Freedom Now Suite e Straight Ahead, e niente di più.
Della sua produzione successiva al divorzio con il batterista non conoscevo quasi nulla. Da allora il mio interessamento nei suoi confronti è cambiato e oggi possiedo pressoché tutto ciò che di significativo ha realizzato: dalle sue prime incisioni del 1956, ripubblicate nel CD Abbey Lincoln's Affair al suo ultimo It's Me del 2003, una ventina di album, tutti godibili. In essi è possibile apprezzare la sua evoluzione artistica, dalle fasi più etnico-politiche ad una più ampia varietà di registri che spaziano dalle canzoni d'amore (si veda il bellissimo When There Is Love con Hank Jones), al sogno africano e universale di People in Me, a collaborazioni significative come quella con Stan Getz di You Gotta Pay The Band o quella più moderna con Pat Metheny di A Turtle Dream. Notevole in quasi tutti questi dischi è anche il suo contributo come autrice.


Ultimamente l'età sembra averla allontanata dalle sale d'incisione e dalle esibizioni in pubblico, con l'eccezione, per quanto mi è dato sapere,  dell'apparizione in TV nel settembre 2005 per un concerto di beneficenza a favore delle vittime dell'uragano Katrina.