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martedì 10 gennaio 2012

Il canto jazz coniugato al femminile (parte III)


Visto l'apprezzamento riscosso dalle due precedenti raccolte (qui) e (qui) ho realizzato un'altra playlist, mettendo insieme voci che spaziano dai primi anni '40 fino ai giorni nostri.
Mostri sacri come Dinah Washington (the Queen), Barbra Streisand, Diana Ross, Peggy Lee, Lena Horne, Dianne Reeves, Etta James e la nostra Ornella Vanoni, si alternano con personaggi meno noti come Nellie Lautcher, Ethel Ellis, Erma Franklin (sorella della più famosa Aretha) o Thelma Gracen che ebbero una certa visibilità negli anni '50-60, ma oggi pressoché ignorate. Fra le più giovani troviamo Gladys Knight, Cheryl Bentine (più nota come componente dei Manhattan Transfer), Cassandra Reed, la francese Elisabeth Kontomanou, Patricia Barber, Cybill Sheperd (più nota come star della TV), ed infine il giovanissimo fenomeno vocale Nikki Yanofsky (classe 1994).


Come nelle precedenti selezioni ho, in linea di massima, privilegiato gli standards, che consentono una più facile fruizione per chi non è particolarmente esperto.


YOUNG GIRLS & OLD LADIES part 3
singing and playing
JAZZ
selected by Jazzfan37

Tracks
  1. Dinah Washington - Cry Me River (da “What a Difference a Day Makes!” 1959)
  2. Cybill Shepperd – I Can't Get Started (da “Mad About a Boy” con Stan Getz 1976)
  3. Lena Horne – Love Me or Leave Me (da “It's Love” 1955)
  4. Cassandra Reed – Color of Love (da “Cassandra Reed” 2003)
  5. Etta James – You've Changed (da “Mystery Lady: Songs of Billie” 1994)
  6. Dianne Reeves – Ask Me Now (da “Down Here Below” duet with Jeffery Smith 1999)
  7. Cheryl Bentine – Skylark (da “Let Me Off Uptown” 2005)
  8. Peggy Lee – Where or When (da “50 Sublimes Chanteuses de Jazz” con Benny Goodman 1941)
  9. Elisabeth Kontomanou – I Gotta Right to Sing the Blues (da"Waitin' for Spring" 2007)
  10. Ornella Vanoni – Ev'ry Time You Say Goodbye (da “Argilla” con Paolo Fresu e Tino Tracanna 1997)
  11. Gladys Knight - Stormy Weather (da “Before Me” 2006)
  12. Karrin Allyson – The Meaning of the Blues (da “Jazz Moods Mood Indigo” 2004)
  13. Erma Franklin - Can't See My Way (da “Super Soul Sister” 1968)
  14. Diana Ross – Good Morning Hearthache (da “Love & Life” 1972)
  15. Nikki Yanofsky – Air Mail Special (da “We All Love Ella” 2007)
  16. Barbra Streisand - In the Wee Small Hours of the Morning (da “Love is Answer” 2009)
  17. Patricia Barber – Summertime (da "Distortion of Love" 1992)
  18. Ethel Ennis – Love for Sale ( da “Lullabies for Losers” 1955)
  19. Nellie Lutcher – You Made Me Love You (da “Our New Nellie” 1956)
  20. Thelma Gracen – Harbour Light (da “Thelma Gracen” 1955)
La playlist può essere ascoltata qui di sotto

martedì 3 gennaio 2012

Charles Mingus e Joni Mitchell: un incontro inconsueto.


In questi giorni di festa rovistando fra le vecchie cianfrusaglie conservate nei posti più impensati, mi è capitata fra le mani un vecchia musicassetta acquistata più di 30 anni fa che avevo dimenticato di possedere. Nei vari traslochi era finita in fondo ad un cassetto e pertanto non l'avevo più ascoltata. 


Riascoltarla (new link) dopo tanti anni è stata una vera sorpresa. Questo connubio fra la musica di Mingus e i testi e la voce della Mitchell, realizzata quando lui era alla fine dei suoi giorni, all'epoca non ebbe il successo che avrebbe meritato. Non apprezzato dai fans della cantante (fu in assoluto il suo disco meno venduto) e mal visto dai puristi del jazz che considerarono un sacrilegio un'alleanza con una star del rock, a distanza di anni questo ritratto atipico del geniale maestro del jazz merita invece, a mio avviso, di essere riascoltato.


In un'intervista rilasciata a Leonard Feather e apparsa sul numero di novembre 1979 di Down Beat, la cantante rivelò la genesi di quell'opera. Mingus, all'epoca già gravemente malato e confinato sulla sedia a rotelle, dopo aver ascoltato alcuni suoi dischi, aveva pensato di realizzare con lei una specie di “Cantata” sui testi dei Quattro quartetti di T. S. Eliot, ma dopo alcuni incontri non se ne fece nulla, per le difficoltà insite nel progetto. Dopo poco Mingus le inviò alcune composizioni, scritte appositamente per lei, affinché ne scrivesse i testi e le cantasse. Purtroppo nel gennaio del 1979 la morte lo colse prima che i brani fossero completati.  



In giugno finalmente l'album vide la luce e conteneva quattro brani con musica di Mingus e parole della Mitchell, più due composizioni originali della cantante, inframezzati da alcuni frammenti contenenti la voce di Mingus, registrata in diverse occasioni dalla moglie Sue.


Il gruppo che accompagnava la cantante era una vera All Stars comprendente Jaco Pastorius, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Peter Eskine, Don Allias e Emil Richards Wolves.
Nel video seguente è possibile ascoltare un brano eseguito in concerto con una formazione comprendente solo alcuni dei suddetti componenti del gruppo.


martedì 27 dicembre 2011

I miei standards preferiti: My Favorite Things (1959)

Repost from Splinder (15 jun. 2011)


Questa canzone ha fornito lo spunto per una delle più belle performances jazzistiche del secolo scorso, grazie all'interpretazione di John Coltrane del 1961, qui di seguito in una versione in quintetto con Eric Dolphy al flauto, McCoy Tyner al piano, Reggie Workman al basso ed Elvin Jones alla batteria.


Il brano era nato come tema musicale conduttore di un acclamato musical di Broadway The Sound of Music, musica di Richard Rogers e testi di Oscar Hammerstein II, andato in scena per la prima volta nel novembre del 1959. La canzone era interpretata dalla protagonista: Mary Martin, molto popolare all'epoca come interprete di musical famosi.


The_Sound_of_Music_OBC_Album_Cover

Lo spettacolo ebbe un successo straordinario e venne replicato per anni. Nel 1965 il regista Robert Wise ne trasse un famoso film con protagonista Julie Andrews, reduce dal successo di Mary Poppins. Il lungometraggio vinse ben 5 Oscar compreso quello come miglior film. In Italia apparve con il titolo Tutti insieme appassionatamente con la bravissima Tina Centi che doppiava la Andrews. Di seguito possiamo ascoltare la versione in italiano del brano intitolata Le cose che piacciono a me.



Negli anni sono state realizzate decine e decine di diverse versioni di questo brano sia strumentali, sia vocali. Per quanto concerne le prime, a mio avviso, l'unica versione che, ad oggi, possa competere per intensità e freschezza alle varie versioni di Coltrane, è quella di Brad Mehldau nel Solo Live a Marciac del 2006, che ho già proposto in un precedente post e che per comodità riporto qui di seguito.


Per quanto riguarda quelle vocali, invece, fra le versioni maschili o femminili, ne esiste più di una che merita di essere ricordata. In particolare mi ha sempre stimolato, quella registrata dal vivo nel 1994 da Al Jarreau con il soprano lirico Kathleen Battle,

al jarreau - tenderness

in cui l'eclettico cantante di Milwaukee si cimenta con la cristallina voce della Battle, il tutto arricchito da un graffiante assolo al sax di Michael Brecker.




Grazie alla sua struttura musicale il brano si presta particolarmente anche ai virtuosismi vocali, come quelli del funambolo della voce Bobby McFerrin, come possiamo constatare nella prossima versione "a cappella". La qualità del video non è delle migliori, ma consente comunque una visione sufficiente per apprezzare le capacità vocali dell'interprete


Fra  le numerose versioni vocali femminili in mio possesso, più o meno convenzionali, una in particolare, a mio parere, merita di essere segnalata per la sua diversità. Quella realizzata dal vivo a Stoccarda, intorno al 1990, dalla cantante portoghese Maria João con la pianista giapponese di scuola "free" Aki Takase, nella quale la melodia viene scomposta e frantumata per poi essere riportata all'origine.


Cocludo proponendo l'unica versione di un artista italiano in mio possesso.

cover


Nel 1985 il compianto cantautore genovese Bruno Lauzi con l'album Back to Jazz volle rendere omaggio alle sue origini jazzistiche e fra i vari standards interpretati troviamo anche una eccellente versione di My Favorite Things, in cui spicca l'assolo al sax di Luigi Tognoli.


lunedì 19 dicembre 2011

Il Jazz Vocale al maschile (part I)

Repost from Splinder (2 dec. 2009)


Questa nuova playlist, per par condicio, viene dedicata ad alcune delle voci più interessanti del panorama vocale maschile. Per migliorarne la fruibilità rispetto ai precedenti post ho preferito inserire i brani ad uno a uno, in modo che possano essere ascoltati senza necessariamente downloadarli.

Giusto 50 anni fa, nell'autunno del 1959, ebbi l'occasione di ascoltare al Teatro Alfieri di Torino un concerto di Jimmy Rushing (1901-1972), in tournée in Europa, accompagnato da un gruppo di ex componenti della Big Band di Count Basie, guidati da Buck Clayton. Era la prima volta che ascoltavo dal vivo un vero cantante jazz. Quel signore quasi sessantenne, basso e grasso, detto anche, scherzosamente, “Mr. Five by Five” (ovvero “5 piedi d'altezza per 5 piedi di larghezza”, più largo che lungo), emanava una vitalità musicale straordinaria, e sfoderava una voce prorompente piena di energia e di ritmo che mi affascinò particolarmente e stimolò il mio, tuttora esistente, interesse per il canto jazz ed in suo omaggio ho aperto con un suo brano: Am I Blue accompagnato dal quartetto di Earl Hines con al sax uno strepitoso Budd Johnson.





Non si può parlare di canto jazz senza chiamare in causa colui che è considerato universalmente il più grande, l'inventore del canto jazz: Louis Armstrong (1901-1971).


Dalla sua sterminata discografia ho tratto una versione di Solitude in cui è accompagnato al piano da Duke Ellington.





Passando ad una generazione successiva troviamo Bill Henderson (1930), talentuoso e versatile artista, cantante, attore che, alla fine degli anni '50, si dedicava all'hard-bop, realizzando diversi album interessanti.


Il brano proposto è una eccellente versione vocale di Moanin', composto dal pianista Bobby Timmons per i Jazz Messengers di Art Blakey e divenuto una sorta di inno di quell'epoca. Accompagnano Henderson, fra gli altri, Booker Little alla tromba e Yusef Lateef al sax.


Altrettanto interessante, anche se differente, è l'apporto dei cantanti bianchi al jazz. Fra questi spicca in assoluto “The Voice” Frank Sinatra (1915-1998), che pur avendo esordito con Harry James e Tommy Dorsey, di fatto, raggiunto il successo, non è mai stato considerato un “jazzista”.


Tuttavia le sue straordinarie capacità vocali, la sua versatilità, il suo rapporto con i testi, non disgiunto dal suo interesse per il jazz (adorava Billie Holiday, divenuta per lui una specie di modello) lo hanno spinto a collaborare con grandi maestri del calibro di Count Basie, Woody Herman, Duke Ellington realizzando storici albums. Da quello con Ellington è tratta la splendida versione di Sunny.


Agli antipodi di Sinatra per capacità vocali, ma non per estro artistico, si colloca, a mio avviso, Bob Dorough (1923), stravagante, estroverso, ironico poeta, pianista e cantante,


a metà strada fra l'esistenzialismo e la beat generation, fu anche uno degli antesignani del “vocalese” e nel 1956 realizzò una versione di Yardbird Suite che resta uno dei classici del Be-bop.


Coetaneo di Sinatra e suo “black” alter-ego è stato Billy Eckstine (1914-1993), detto anche “the sepia Sinatra”, che nei primi anni '50 rivaleggiò con lui in popolarità. Nato come trombonista e band leader, la sua orchestra fu la fucina del bebop da cui uscirono Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Sarah Vaughan e molti altri, con la crisi delle big band si dedicò esclusivamente al canto, diventando l'artista di colore più popolare di quegli anni.


Qui lo ascoltiamo in una versione di How High the Moon, del 1953, accompagnato dalla Metronome All Stars, comprendente fra gli altri Lester Young, Roy Eldridge, Teddy Wilson ecc..



Altra interessante figura del periodo, coetaneo dei suddetti due, ma molto meno popolare fu Matt Dennis (1914-2002), noto più come compositore che come cantante, in quanto autore della musica di famosi successi di Frank Sinatra, Bing Crosby, Billie Holiday, ecc.. Sue sono Angel Eyes (testo di Earl Brent), Everything Happens to Me e Violet for Your Furs (testi di Tom Adair) e molte altre.


Come molti autori a un certo punto della carriera decise non solo di scrivere, ma anche di cantare accompagnandosi al piano, rivelandosi un interprete sensibile dal fraseggio morbido, raffinato che si apprezza al meglio quando esegue le sue composizioni, come si può appurare nella sua versione di Angel Eyes, il suo capolavoro.


Un altro cantante popolarissimo, italo-americano come Sinatra, che ha avuto eccellenti rapporti con il jazz, pur non essendo un “jazzista”, è Tony Bennett (1926), che ha collaborato spesso con jazzisti di fama, ricordo, fra gli altri, i due bellissimi albums realizzati con Bill Evans.


Qui lo possiamo ascoltare in un'ottima versione di Just Friends del 1964, accompagnato da un quartetto stellare: Stan Getz, Herbie Hancock, Ron Carter ed Elvin Jones.


Coetaneo “black” di Bennett è Ernie Andrews (1927), originario di Philadelpia, ma cresciuto ed affermatosi a Los Angeles, con un repertorio eclettico che va dal jazz, al pop e al R&B, collaborando con molti jazzisti di fama da Benny Carter a Harry James.


Qui lo ascoltiamo in Don't Be Afraid of Love tratto da un'esibizione Live del 1964 con il quintetto di Cannonball Adderley, comprendente fra gli altri Joe Zawinul al piano.


Di qualche anno più giovane ed altrettanto popolare è stato Lou Raws (1935-2006), non solo cantante, ma attore, doppiatore, star televisiva, molto apprezzato da Sinatra, secondo cui aveva: «il canto più di classe ed uno dei timbri più vellutati del mondo della musica».


Qui lo ascoltiamo in un Willow Weep for Me tratto dal suo album di esordio del 1962, accompagnato dal trio di Les McCann
.




Con il prossimo post proseguiremo l'escursus cercando di ampliare la selezione il più possibile.

sabato 17 dicembre 2011

Il canto jazz coniugato al femminile (part I)

Repost from Splinder (21 oct. 2009)


Già in altre occasioni ho accennato al mio interesse particolare per la voce nel jazz. Questo interesse mi ha portato col tempo ad accumulare un'enorme quantità di dischi di vocalists di ogni tipo, spaziando dagli albori del jazz ai giorni nostri e, a conti fatti, la parte maggiore è costituita da album di donne.


Quest'estate ho trascorso molte delle mie serate in terrazza ad ascoltare o riascoltare, più o meno casualmente, diversi di questi dischi e in tale occasione ho pensato di ottimizzare quegli ascolti, realizzando delle specie di playlist, cosa oggi molto in voga, da condividere con gli amici.

YOUNG GIRLS & OLD LADIES
    singing and playing
    JAZZ
    selected by Jazzfan37

    01. Roberta Flack – Angel Eyes (da “Roberta” 1994)
    02. Samina – Dream of You (da “How I Feel” 2005)
    03. Rosemary Clooney – Apris in Paris (da “Rosie Solves the Swinging Riddle” 1961)
    04. Rita Reys – Moonglow (da “Jazz Sir, That's Our Baby” con Dutch Swing College Band 1963)
    05. Roberta Gambarini – That Old Black Magic (da “So in Love” 2009)
    06. Sandra Brooker – Indian Summer (da “Very Early” 1994)
    07. Sara Lazarus – September Song (da “ Give Me the Simple Life” con Bireli Lagrene 2004)
    08. Mina – One for My Baby (da “L'Allieva” con Danilo Rea quart. 2005)
    09. Billie Holiday – Speak Low ( da “All or Nothing at All” 1952)
    10. Salena Jones – Solitude (da “Alone & Together” 2002)
    11. Nina Simone – Mood Indigo ( da “Jazz as Played in an Exclusive Side Street Club” 1958)
    12. Rigmor Gustafsson – Never Fall in Love Again (da “Close to You” con Jacky Terrasson trio 2004)
    13. Rossana Casale – How Long Has This Been Going On (da “Jazz in Me” con Riccardo Zegna trio 1994)
    14. Ruth Young – The Thrill is Gone (da “This Always” 2005)
    15. Anita O'Day – Old Devil Moon (da “Sings the Most” con Oscar Peterson quartet 1957)
    16. Betty Roché – A Foggy Day (da “Singin' & Swingin'” con Jimmy Forrest Combo 1960)
    17. Sarah Vaughan – 'Round Midnight (da “Embraceable You” 1973)
    18. Qeen Latifah – Trav'lin' Light (da “Trav'lin' Light” 2007)
    19. Sheila Jordan – Willow Weep for Me (da “Portrait of Sheila” 1962)
    20. Meredith D'Ambrosio – Giant Steps (da “It's Your Dance” 1985)



    La playlist può essere ascoltata di seguito




    LINK (aggiornato)

    Questa prima selezione, alla quale mi riprometto di farne seguire altre, spazia, casualmente, dai primi anni '50 ai giorni nostri e vede la presenza di “mostri sacri” (Billie Holiday, Sarah Vaughan, Nina Simone ecc..) e di giovani cantanti emergenti o pressoché sconosciute, almeno in Italia. La scelta delle canzoni ha privilegiato gli standards, fruibili da una più ampia platea, evitando però, per le cantanti più famose, i brani più frequenti nel loro repertorio.

    Per Lady Day ho scelto un brano inconsueto, di cui esiste solo questa registrazione, Nina Simone invece la ascoltiamo in un brano tratto dal suo album di esordio del 1957. Anche il 'Round Midnight della Vaughan è un unicum registrato nel 1973 a Tokio. Notevoli anche le esecuzioni di Rosemary Clooney, Sheila Jordan, Anita O'Day, Betty Roché e Meredith D'Ambrosio.
    Ho inserito anche alcune pop singers, che casualmente si cimentano, in maniera eccellente, con standards jazzistici, come Roberta Flack o Queen Latifah, che addirittura nasce come rapper, ed anche alcune italiane: Mina che affronta un classico di Arlen e Mercer, accompagnata dal quartetto di Danilo Rea, Rossana Casale in un brano tratto dal un suo vecchio album Jazz in Me, acompagnata dal trio di Riccardo Zegna e la giovane Roberta Gambarini, musicalmente cresciuta negli USA, in un brano tratto dal suo ultimo album che vede la presenza di jazzisti del livello di James Moody e Roy Hargove. Vi è poi l'olandese Rita Reys (1924) negli anni '60 definita Europe's First Lady of Jazz, in un Moonglow, accompagnata dal famoso gruppo, suo conterraneo, i Dutch Swing College Band, che ricorda molto Benny Goodman.
    Di particolare interesse una “matura” esordiente, quella Ruth Young, che nella seconda metà degli anni '70 si accompagnava a Chet Baker, con cui aveva inciso anche un paio di brani in duo1, e che nel 2005 ha pubblicato un album di standards da cui è tratto il brano con atmosfere bakeriane qui presentato. I fans di Baker la ricorderanno nel famoso film Let Get Lost in cui compare accanto a Chet.
    Infine diverse giovani che si stanno affermando come la statunitense Sara Lazarus che si esibisce prevalentemente in Francia e collabora con Biréli Lagrène ed il suo Gipsy Project, con cui ha già realizzato due dischi, o la svedese Rigmon Gustafsson che collabora con il pianista parigino Jacky Terrasson, l'affascinante e sensuale Samina, giovane canadese di origini arabe, e le interessanti Sandra Brooker e Salena Jones.



    Si tratta solo di un excursus sul vasto panorama di vocalists che affollano il mercato discografico di questi ultimi anni che spero di ampliare in successivi post.

    Buon ascolto!




    1L'11 marzo 1977 di passaggio a Milano, Chet incise alcuni brani con un gruppo comprendente fra gli altri Gianni Basso e si portò dietro la giovane compagna con la quale cantò due brani Autumn Leaves e Whatever Possessed Me. La seduta venne pubblicata nell'LP The Incredible Chet Baker plays and sings (Carosello CLN 25075).

    Diane Schuur & the Count Basie Orchestra (1987)

    Repost from Splinder (2 aug. 2009)


    Proseguendo nell'ascolto di vecchi dischi lasciati da tempo in disparte e ripescati per allietare le lunghe serate estive, ieri mi è capitato di riascoltare un vecchio CD, anche questo una vera chicca, degno di essere riportato all'attenzione degli appassionati.
    Il disco è Diane Schuur & the Count Basie Orchestra (GRP 9550) realizzato nel 1987.


    Deedles' Blues
    Caught a Touch of Your Love
    Travelin' Light
    I Just Found Out About Love
    Travelin' Blues
     Love You porgy
    You Can Have It
    Only You
    Everyday
    We'll Be Together Again
    Until I Met You
    Climbing Higher Mountains

    Un disco completamente diverso da quello segnalato la volta scorsa, come diverse sono le sue protagoniste. In questo caso il vero protagonista è lo swing, la vivacità; una vera festa del jazz che questa eccellente cantante ci offre, sostenuta da quella straordinaria fabbrica del ritmo che è la Count Basie orchestra, qui diretta da Frank Foster, la quale a distanza di anni dalla scomparsa del suo leader continuava a offrire prestazioni straordinarie.
    Tornando alla cantante, che all'epoca, dopo anni di gavetta in Alaska, dove venne scoperta da Dizzy Gillespie, cominciava a collezionare successi (questo CD vinse un Grammy Award), è da considerarsi una delle voci più interessanti e autorevoli comparse nel panorama jazzistico negli ultimi vent'anni. Coloro che, come me, hanno avuto occasione di ascoltarla in una delle sue numerose esibizioni, anche recenti, in Italia, hanno potuto constatare che, nonostante il suo handicap (è cieca dalla nascita) emana una straordinaria vitalità, una sincera gioia di cantare.
    Dotata di un'agilità e di una potenza vocale fenomenali, si trova perfettamente a suo agio con questa grande orchestra, non facendo per nulla rimpiangere i grandi vocalists, di ambo i sessi, che nel tempo in essa si sono avvicendati, e in questa occasione snocciola una serie di brani uno più bello e coinvolgente dell'altro: dai vecchi successi di Basie, come Everyday (I have the blues), o Until I Met You (noto anche come Corner Pocket)  ascoltabile nel video qui sotto, all'eccellente We'll Be Together Again, ottimo brano scritto da Frankie Laine, famosa popstar da high parade degli anni '50, considerato il capostipite degli “urlatori” e molto amato dai giovani della mia generazione.


    Un disco tutto da ascoltare e facilmente reperibile a prezzo contenuto, per chi fosse interessato, anche nei vari siti di vendita specializzati.

    Helen Merrill: Music Makers (1986)

    Repost from Splinder (19 jul. 2009)


    Nelle calde serate estive a Marina di Massa mi capita, ogni tanto, di pescare a caso fra vecchi dischi che non ascoltavo più da anni e ritrovare perle dimenticate, che il tempo ha ricoperto di polvere, ma che meritano di essere ricordate.
    Oggi voglio riportare all'attenzione un piccolo gioiello, realizzato più di 20 anni fa da una cantante molto apprezzata dagli appassionati, anche se non molto conosciuta dal grande pubblico: Helen Merill, classe 1930.
    Il disco si intitola Music Makers (OWL JULIA 044) ed è del 1986.



    Round Midnight
    Sometimes I Feel Like a Motherless Child
    A Tout Choisir
    When Lights Are Low
    And Still She Is With Me
    Music Makers
    Laura
    As Times Goes By
    A Girl in Calico
    Solitude
    Lady Br Good
    Nuages

      Si tratta del secondo disco “francese” della cantante, cui la casa discografica parigina aveva dato una chance per uscire dalle concessioni commerciali imposte dalle majors statunitensi. Il primo era No Tears, No Goodbyes (OWL JULIA 038) del 1984, in duo con il raffinato pianista britannico Gordon Beck, che ritroviamo anche in questo secondo album.
      Quando Music Makers uscì mi trovavo a Parigi e venni indotto al suo acquisto da una lusinghiera recensione apparsa su Jazz Hot di ottobre di quell'anno e ne rimasi subito conquistato. Si tratta di un disco particolare, diverso dagli altri lavori della cantante. Un disco intimista, raffinato in cui, oltre a Gordon Beck, troviamo due ospiti straordinari: Steve Lacy al sax soprano nei primi sei brani e Stephane Grappelli al violino nei rimanenti sei.
      L'apporto di Gordon Beck è particolarmente efficace sia al piano acustico, che a quello elettrico, così come è curioso trovare Steve Lacy che si cimenta nell'interpretazione di standards. Che dire poi di Stephane Grappelli sempre brillante e pieno di ritmo.
      In questo album però, più ancora che nel precedente, si evidenziano, soprattutto, le straordinarie capacità vocali della cantante, la cui voce cangiante affronta con grande personalità alcuni famosi standards, senza cadere nella banale ripetitività, cercando soluzioni vocali innovative. Una voce unica capace di esprimere sentimenti e passioni dal profondo dell'anima ed in grado di «trasformare la più insignificante melodia in un raggio di sole» (Jazz Hot).
      Il successo riscosso, soprattutto in Francia, da questo album ed in generale dal duo Merrill-Beck, fece sì che i due per anni fossero presenti nei vari festivals estivi.
      Il video, amatoriale di scarsa qualità, che presento di seguito, è tratto da uno di questi festival di alcuni anni dopo, in cui i due presentano il noto standard My Favorite Things.

      giovedì 15 dicembre 2011

      Prez & LadyDay: un felice connubio artistico e personale.

      Repost from Splinder (16 jul. 2009)

      Lester Young con il suo originalissimo stile strumentale ha ribaltato alcuni valori fondamentali dell'estetica jazzistica, aprendo la via al jazz moderno. (Pino Candini)
      Billie Holiday cantava jazz. Era lei stessa il jazz. (Trummy Young)
      Suonare per lei non era come suonare per una cantante, ma per un altro strumento: perché ad ogni stimolo Billie Holiday reagiva con il feeling del musicista di jazz. (Mal Waldron)

      Giusto cinquant'anni fa, nel 1959, nel giro di 4 mesi, da marzo a luglio, si assistette alla scomparsa di due delle più significative figure del mondo del jazz dell'epoca, unite da un profondo legame professionale ed umano, che nel bene e nel male, segnò indelebilmente le loro esistenze.
      Ai primi di marzo di quell'anno, infatti, mentre si trovava a Parigi in tournée, Lester Young, colto dall'ennesimo collasso dovuto all'abuso di alcool e di droghe, su sua pressante richiesta, venne trasferito in patria, dove pochi giorni dopo, il 15 marzo, moriva a New York. Non aveva ancora 50 anni, li avrebbe compiuti il 27 agosto.
      Il 17 luglio dello stesso anno sempre a New York, a soli 44 anni, anche lei distrutta nel fisico dall'abuso di alcool e di droghe, moriva Billie Holiday.
      I due erano legati da un feeling particolare che andava oltre la sintonia musicale e l'attrazione fisica e che, con alti e bassi, durò per tutta la vita.


      Nella sua biografia Billie Holiday parla molto di Lester, soprattutto relativamente ai primi anni di carriera, e ne deriva un quadro di collaborazione, di complicità, di stima e simpatia reciproche, ma non vi è mai un accenno ad amore o a rapporti intimi, forse dati per scontati, e che se vi furono, furono di breve durata e soprattutto furono insignificanti rispetto alla grande affinità artistica che li univa, tale da far dire che: i loro sounds appaiono una singola voce spaccata in due (Whitney Balliett) .
      Lei diceva di lui:
      Mi sembrava che lui fosse sempre più grande degli altri. In questo paese i re, i duchi e i baroni non contano nulla o quasi nulla, mentre il pezzo più grosso che ci fosse allora era F. D. Roosvelt ed era il presidente. Sicché presi a chiamarlo Presidente e, anche se presto fu abbreviato in “Prez”, ha sempre avuto quel significato che volevo io: l'uomo cioè, che è in cima a tutti gli altri.
      Lester in una delle sue rare interviste, rilasciata poco prima di morire, riferendosi a Billie diceva:
      Quando arrivai a New York la prima volta stavo da Billie. Lei mi insegnava a vivere nella città, mi diceva dove e come andare. Sai? È ancora la mia Lady Day.
      I due si incontrarono la prima volta nel gennaio del 1937, Lester era stato chiamato da Teddy Wilson a sostituire Ben Webster, per una seduta d'incisione per la Brunswick. Da quel momento si creò fra i due una «istintiva sympatheia che era al contempo musicale ed esistenziale» (Luciano Federighi), che la stessa Billie così descrive:
      Da quel momento Lester seppe quanto mi piaceva che si mettesse a suonare i suoi begli assoli dietro di me, e così, tutte le volte che gli era possibile, capitava nei posti dove io lavoravo, ad ascoltarmi o a suonare per me mescolato nell'orchestra.



      All'epoca Billie era agli inizi della carriera, aveva poco più di 20 anni ed era una giovane donna bella e prosperosa con già alle spalle una vita turbolenta e tormentata. Per un'idea del suo aspetto fisico all'epoca si può vedere il filmato dell'ellingtoniana Symphony in Black (1935) di cui è protagonista del secondo movimento: Blues (noto anche come Big City Blues) alla quale in passato ho già dedicato una pagina in questo blog (qui).
      Lester era più vecchio di sei anni ed anche lui, pur suonando da molti anni, solo allora cominciava a farsi conoscere grazie alla scrittura con l'orchestra di Count Basie. Il video seguente è di quegli anni e ce lo mostra durante un'esibizione dell'orchestra ad un Festival estivo.

      ...


      Il loro connubio musicale durò dal 1937 al 1941 per un totale di 13 diverse sedute d'incisione e per una intera stagione con l'orchestra di Count Basie della quale però, per motivi contrattuali non sono disponibili registrazioni discografiche, ad eccezione di un I Can't Get Stated, tratto da una trasmissione radiofonica del 3 novembre 1937.

      I risultati di questo connubio sono stati negli anni ripetutamente pubblicati sia a nome di Billie Holiday, sia a nome di Lester Young, nelle diverse raccolte discografiche a loro dedicate ed in tempi più recenti sono comparse diverse raccolte dedicate appositamente alle varie incisioni in comune.


      Si tratta di materiale che non può mancare nelle collezioni di chi ama il jazz, e per chi ne fosse sprovvisto, fra le diverse possibilità consiglio una delle due seguenti opzioni:


      una più sintetica in due CD: A Fine Romance (Definitive Records 1999) con una selezione abbastanza ricca comprendente 42 titoli.





      Una completa in 3 CD : Billie Holiday & Lester Young Complete Recordings (Fremeaux 2002) comprendente 63 titoli, in pratica tutte le master tracks.






      Queste incisioni comuni rappresentano solo una minima parte dell'immenso patrimonio discografico lasciatoci singolarmente dai due artisti nel corso della loro carriera e dei quali in questo blog si è parlato più di una volta.

      Negli anni successivi a queste registrazioni i due pur rimanendo amici non ebbero più occasione di lavorare insieme.

      Solo 16 anni dopo vennero riuniti in uno studio televisivo per la trasmissione The Sound of Jazz (1957) assieme ad altri famosi colleghi. Quell'incontro è stato immortalato in un celebre video in cui eseguono Fine and Mellow, del quale ho già parlato in una precedente pagina (qui) e che ripropongo qui sotto.

      Si dice che all'epoca Billie e Lester avessero litigato e non si parlassero. Il clima fra i due, prima dell'incisione, era molto teso, ma appena Lester subentra a Webster per uno straordinario assolo l'espressione di Billie si rasserena e diventa ammiccante, il ghiaccio si è rotto, la sintonia musicale ha avuto la meglio. Purtroppo meno di due anni dopo non ci saranno più.

      martedì 6 dicembre 2011

      Queen Latifah: dal Rap al Soul e al Jazz

      Pubblicato venerdì 18 gennaio 2008


      Queen Latifah (pseudonimo di Dana Owens) è una giovane (1970), prorompente, prosperosa, versatile, simpatica artista di colore, non molto nota in Italia, che ha iniziato la sua carriera come cantante Rap, vincendo un Grammy nel 1995 per la migliore esecuzione solista del genere. In tale veste possiamo ascoltarla qui



      Il genere può piacere o meno, a me non piace, ma bisogna ammettere che la ragazza aveva indubbie qualità vocali ed espressive. Qualità che ha saputo mettere a frutto anche in campo cinematografico e televisivo partecipando a numerosi film come caratterista o comprimaria. Nel 2003 ottenne una nomination all'Oscar come attrice non protagonista per il film Chicago nella parte di Matron Mama Morton, la "decana" del carcere.


      Recentemente ha partecipato a Hair Spray - Grasso è Bello con John Travolta.



      Parallelamente al mestiere di attrice, con all'attivo decine di films, ha continuato a frequentare il mondo della musica, avvicinandosi gradualmente al soul e al jazz, come dimostra questa clip di Simply Beautiful con il cantante soul Al Green.


      oppure questa interpretazione di Lush Life tratta dai titoli di testa del film KISS (Living Out Aloud -1999) che ha anche interpretato con Danny De Vito e Holly Hunter.


      Verso la fine dello scorso anno ha realizzato per la Verve un interessante album:Travelin' Light, in cui si cimenta in una serie di interpretazioni jazz con grande sensibilità ed eleganza. Anche dall'approccio con la title track, che gli appassionati ricorderanno nell'interpretazione dellla divina Billie Holiday, non esce male, dandone un'interpretazione più corposa, più simile a quella di Diane Schuur.


      Questa raffinata avventura nel jazz è da considerarsi come uno dei risultati artistici più riusciti della sua carriera di cantante e attrice. Di seguito la clip che la Verve ha realizzato per promuovere il disco con alcuni assaggi di diversi brani.