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venerdì 30 dicembre 2011

Gaetano Liguori Idea quintet Live in Milano 22 marzo 1979

Repost from Splinder (29 jan. 2011)


Oggi voglio segnalare a chi fosse sfuggita, una vera rarità per chi ama il jazz italiano di qualità.
Sul blog Inconstant Sol nei giorni scorsi è stata messa in condivisione la registrazione di uno dei quattro concerti del gruppo guidato da Gaetano Liguori alla Palazzina Liberty di Milano nel marzo del 1979. Si tratta di un concerto diverso da quello pubblicato (parzialmente) a suo tempo dalla Philology (W 145.2 - 1999) anche se il programma è in parte uguale.

Dario Fo poster gaetano liquori idea quintet
In quell'occasione all'Idea Trio di Liguori comprendente Roberto Del Piano al basso e Filippo Monico alla batteria si unirono i fiati Massimo Urbani (1957-1993) al sax e Danilo Terenzi (1956-1995)  al trombone, due grandi strumentisti entrambi scomparsi, purtroppo, prematuramente.
Questa registrazione, mai pubblicata, contribuisce a ricordare una interessante pagina di un periodo storico del jazz italiano contemporaneo discograficamente trascurato.

P.S.
Riporto di seguito il ricordo di uno dei protagonisti di quell'evento, l'amico Roberto Del Piano, da lui lasciato nei Commenti, ma che per completezza ho voluto inserire qui.:

Questo è il terzo dei quattro concerti che quel quintetto tenne alla Palazzina Liberty di Milano, all'epoca gestita da Dario Fo. Era la prima volta che il jazz compariva in quel luogo, ma lo stesso Fo disegnò - non senza gusto - l'immagine del manifesto.
La sala non fu mai piena, ma nel complesso delle quattro serate il pubblico fu, anche per l'epoca, abbastanza numeroso.
Erano i primi concerti di quel quintetto, nato su sollecitazione del padre di Massimo a Gaetano - credo proprio di non sbagliarmi nel ricordo - il quale rassicurò il pianista sulle condizioni del figlio.
Massimo aveva passato un brutto periodo a causa della dipendenza dall'eroina (inutile nascondersi dietro al dito...) ma stava, con grande  forza di volontà, cercando di uscirne e aveva bisogno di rimettersi a suonare; per lui sarebbe stato anche meglio allontanarsi dal "giro" romano e fu così che si trasferì a casa mia assieme all'amico fraterno Danilo Terenzi.
Un po' di prove nel "loft" di Filippo Monico e il gruppo prese vita.
Come scrisse Arrigo Polillo, eravamo cresciuti abbastanza da lasciarci alle spalle un certo "free" di maniera, non rinnegando quella splendida stagione creativa, senza con ciò diventare uno dei tanti gruppi neo-bop tutti un po' uguaali gli uni agli altri.
Polillo, come sempre, aveva ragione e queste sue parole - che riporto a memoria - le considero uno dei più bei complimenti mai ricevuti.
Non tutto quello che facevamo era oro colato, ovviamente: anche in queste registrazioni i primi due brani zoppicano un po' (molto meglio le versioni apparse su Philology), mentre altri - penso al "Corale per Albert Ayler" e la lunga suite - qui in versione integrale - mi fanno ancora venire i brividi.
Il quintetto purtroppo ebbe vita breve, in questa versione: dopo i concerti milanesi iniziò una breve tournée sopratutto nel triveneto. A Bolzano avremmo dovuto essere registrati in video per la RAI; Massimo purtroppo, sfuggito a quella che era una blanda sorveglianza non dichiarata, scomparve per alcune ore: quando tornò, era a malapena in grado di stare sul palco; suonò malissimo, sotto l'effetto della droga e dovemmo chiedere alla troupe della RAI di cancellare tutto.
Fu l'ultimo concerto con quella formazione; il quintetto continuò con Sergio Fanni e Pasquale Liguori al posto di Massimo e Filippo, poi ce ne fu una terza versione - di cui non resta alcuna registrazione - con Sandro Satta e Ivano Nardi.
Risentire oggi queste note riapparse come per miracolo dal passato provoca comunque in me un'emozione quasi insostenibile; non nascondo che - al primo ascolto - ho pianto come un bambino.
Direi che ogni altro commento, da parte mia, sarebbe superfluo.

Roberto Del Piano



giovedì 8 dicembre 2011

Massimo Urbani: genio e fragilità (1957-1993)

Pubblicato lunedì 11 dicembre 2007


In questi giorni mi è capitato di rivedere un vecchio video-intervista su Massimo Urbani intitolato: Nella fabbrica abbandonata, (disponibile anche su Youtube) nel quale l'artista viene colto nell'intimità e racconta il suo rapporto con la musica, confessa le sue debolezze e fragilità ed esprime la sua concezione di jazz con degli interessanti spazi musicali. Il filmato dura più di un'ora e consente di cogliere aspetti importanti della personalità di questo artista.
Massimo è stato uno dei musicisti più geniali e brillanti della sua epoca, purtroppo scomparso troppo presto proprio a causa delle sue fragilità.
Egli è stato già ricordato, con ben due post, nel blog Bertop curato da un amico, che pur essendo prevalentemente dedicato alla poesia contemporanea, ogni tanto apre le sue pagine anche al jazz.
Nel primo post troviamo, oltre ad alcune foto dell'artista, una toccante poesia dedicatagli dall'amico curatore del blog (qui), nel secondo si può leggere la riproposizione del testo della monografia del critico Marcello Piras apparsa sul numero di ottobre 1995 della rivista "Musica Jazz", che ripercorre la vita e illustra le opere di Urbani (qui).
Questo mio intervento si limiterà pertanto a ricordarne la figura e la musica con qualche traccia musicale e qualche filmato, com'è ormai consuetudine di queste pagine.
Non potendo inserire l'intero documentario ne ho estratto un paio di frammenti, nel primo dei quali, presentato di seguito, Massimo parla delle sue esperienze musicali, raccontando del suo ingresso nel mondo del jazz, del suo determinante incontro con Enrico Rava, delle sue prime jam sessions con grandi musicisti, degli strumentisti ai quali si è ispirato per concludere con una solitaria improvvisazione.


Nel 1974 Enrico Rava, appena rientrato dall'Argentina, lo chiama a far parte di un quartetto comprendente anche il batterista argentino Nestor Astarita ed il bassista statunitense Calvin Hill ed è proprio con questi due musicisti che Massimo inciderà il primo LP a suo nome per la serie Jazz a Confronto (n.13).


Il video che segue si riferisce a quel periodo ed è tratto da una trasmissione che la RAI dedicò sempre nel 1974 a Rava ed a quel quartetto. In esso è possibile apprezzare come a soli 17 anni Massimo fosse già padrone dello strumento e della scena confrontandosi autorevolmente con i colleghi più anziani.




Il video successivo sempre con Rava, è di qualche anno dopo e in quell'occasione la ritmica era composta da tre giovani musicisti danesi fra i quali spiccava il bassista Palle Danielsson che diventerà uno dei più apprezzati bassisti sulla scena internazionale. In questo video Urbani suona da par suo, però, se lo si osserva bene, il suo sguardo sembra più spento, forse il suo drammatico incontro con la "roba" era già cominciato.


L'ultimo brevissimo filmato, tratto dal citato documentario, è una solitaria esecuzione del noto brano di Bruno Martino Estate, pezzo molto amato dai jazzisti non solo italiani.


Nei quasi vent'anni di vita artistica Urbani ha inciso molti dischi quasi tutti di alto livello.


Qui ne voglio ricordare due che amo particolarmente:
il primo è il doppio LP del 1980 Dedications (to J. C. & A. A.) realizzato con una ritmica tutta italiana Luigi Bonafede al piano, Furio DiCastri al basso  e Paolo Pelegatti alla batteria. Da questo ho tratto una bellissima versione del famoso brano di Coltrane Naima.








il secondo è Duets for Yardbird, realizzato nel 1987 con Mike Melillo al piano e dedicato al suo idolo Charlie Parker. Un disco che mette in luce le capacità solistiche e improvvisative di un Urbani particolarmente in forma, supportato dal pianismo lirico di Melillo come prova l' Out Nowhere scelto per concludere questa pagina.


giovedì 17 novembre 2011

Un album di Giovanni Tommaso di venti anni fa

Repost from Spliner (26 jun. 2006)


Riordinando i miei vecchi LP che ormai ascolto molto di rado mi è capitato fra le mani un disco che non ascoltavo più da molti anni: Via G. T. di Giovanni Tommaso, un Red Record acquistato nel lontano 1986.
Inciso da un quintetto d'eccezione con Paolo Fresu alla tromba, il compianto Massimo Urbani all'alto, Danilo Rea al piano, G. Tommaso al basso e Roberto Gatto alla batteria, questo disco rappresentò l'esordio del grande bassista, a proprio nome, dopo aver per quasi 30 anni militato in gruppi famosi dal Quartetto di Lucca al Perigeo, al trio con Franco D'Andrea e Bruni Biriaco, che per anni fu una delle ritmiche più richieste in Italia per accompagnare grandi solisti americani come Dexter Gordon, Art Farmer, George Coleman e molti altri.
Con questa fatica, dopo la parestesi fusion con il Perigeo, Tommaso tornava al jazz ortodosso avvalendosi finalmente di un gruppo a proprio nome, formato da validissimi giovani talenti.
Il disco venne accolto con grande successo non solo in Italia; negli USA ottenne recensioni lusinghiere ed il gruppo venne chiamato ad esibirsi al Blue Note di New York.
Riascoltandolo oggi si rimane affascinati dalle straordinarie doti del leader, che all'età di 45 anni aveva raggiunto una eccellente maturità artistica ed anche una notevole capacità creativa con una serie di composizioni di alto livello che consentono agli altri quattro membri del gruppo di esprimersi al meglio.
Sicuramente una pietra miliare nella storia del jazz italiano. L'album è stato ripubblicato anche in CD e, per chi non ce lo ha ancora, non dovrebbe essere difficile procurarselo.