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venerdì 22 febbraio 2013

I miei standards preferiti: Speak Low (1943)


Questo standard, considerato una delle più belle canzoni d'amore di tutti i tempi, venne musicato dal compositore tedesco Kurt Weill, su testo del poeta statunitense Ogdan Nash, noto soprattutto per i suoi versi anticonvenzionali e spiritosi.
Un testo decisamente originale e suggestivo

Speak low when you speak love 
Our summer day withers away too soon, too soon 
Speak low when you speak love 
Our moment is swift, like ships adrift, we're swept apart, too soon 
Speak low, darling, speak low 
Love is a spark, lost in the dark too soon, too soon. 

I feel wherever I go 
That tomorrow is near, 
Tomorrow is here and always too soon, 
Time is so old and love so brief 
Love is pure gold and time a thief. 

We're late, darling, we're late, 
The curtain descends, everything ends too soon, too soon. 

I wait, darling, I wait, 
Will you speak low to me, speak love to me and soon... 

I wait, darling, I wait, 
Will you speak low to me, 
Slow to me, oh please, 
Just don't say no to me 
Let it flow to me, slow to me 
Soon...Soon...Soon... 
Ooo...Soon...Darling, speak low to me 
Darling, speak slow to me... 
Oh, oh, oh!


Kurt Weill. celebre per le sue collaborazioni con Bertold Brecht negli anni '20 (Opera da tre soldi, Ascesa e caduta della città di Mahagonny, ...) con l'avvento del nazismo, essendo ebreo fu costretto a lasciare la Germania. Nel 1937 arrivò a New York dove cominciò a comporre musica per gli spettacoli di Broadway.


Speak Low venne scritta per un musical di grande successo One Touch of Venus dal quale venne tratto anche un film dallo stesso titolo (in italiano Il bacio di Venere) interpretato da Ava Gardner in cui canta il brano doppiata dalla cantante Eileen Wilson. 
La prima versione discografica di successo venne realizzata da Frank Sinatra nel 1945


Il successo fu immediato e duraturo grazie anche al film che consacrò Ava Gardner come star di prima grandezza. 


Da allora il brano venne ripreso sia in versione vocale, sia in versione strumentale da moltissimi artisti fino ai giorni nostri.
Tra le numerose versioni vocali, in prevalenza femminili, una delle più interessanti è quella latineggiante realizzata da Billie Holiday nel 1956 per la Verve, accompagnata dalla chitarra di Barney Kessel, dal sax di Ben Webster e dal piano di Jimmy Rowles.


Molto diversa per ritmo e atmosfera, ma altrettanto interessante, è la versione realizzata Live a Chicago nel 1958 da Sarah Vaughan accompagnata dalla sola sezione ritmica, comprendente Roy Haynes alla batteria, Richard Davis al basso e il poco noto, ma bravissimo, Ronell Bright al piano.



Dopo Billie e Sarah, per par condicio, non possiamo tralasciare la versione della terza regina: Ella Fitzgerald realizzata nel 1983 con il chitarrista Joe Pass



Molte altre cantanti famose da Anita O'Day a Carmen McRae, da Dianne Schurr a Barbra Streisand, da Dee Dee Bridgwater a Dianne Reeves, solo per citarne alcune, si sono cimentate nel tempo con questo motivo. Fra le versioni più recenti, a mio avviso, merita di essere ricordata quella elegante del grande vecchio Tony Bennett in compagnia della giovane talentuosa Norah Jones.


Una citazione particolare merita il video seguente nel quale il contrabbassista Charlie Haden si esibisce in assolo su un nastro in cui Kurt Weill esegue al piano e canta la sua canzone. Un'esecuzione veramente suggestiva.




Numerose sono state negli anni anche le versioni strumentali ed alcune fra le più interessanti vengono qui riproposte. La prima è quella del quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker del 1953 nella quale tromba e sax baritono si fondono con grande maestria.


Diversa ma altrettanto pregevole è la versione realizzata nel 1958 dal quintetto del sassofonista Hank Mobley con Lee Morgan alla tromba, Wynton Kelly al piano, Paul Chambers al basso e Carl Pership alla batteria. Interresante confrontare il lirismo di Baker con il calore di Morgan. Molto intenso anche l'assolo di Mobley.



Più o meno nello stesso periodo John Coltrane ne incise un'altra originale versione con il sestetto del pianista Sonny Clark comprendente anche Donald Byrd alla tromba, Curtis Fuller al trombone, Paul Chambers al basso e Art Taylor alla batteria.



Un'altra eccellente interpretazione è quella tratta dall'album Crosscurrents del 1977 del trio di Bill Evans assieme a Lee Konitz al sax alto e Warne Marsh al sax tenore. Il bassista è  Eddie Gomez ed alla batteria c'è Elliot Zigmund.



Anche diversi musicisti italiani, nel tempo, si sono cimentati con questo brano. In particolare ricordiamo la strepitosa versione di Massimo Urbani nel suo doppio LP Dedication to A. A. & J. C. - Max Mood del 1980 in cui, alla sua maniera, si ispira a quella di Coltrane. Lo accompagnano Luigi Bonafede al piano, Furio Di Castri al basso e Paolo Pelegatti alla batteria.


In tempi più recenti il quintetto del batterista Roberto Gatto, nel suo secondo CD dedicato a Shelly Manne, ne propone una bellissima versione con in evidenza il sax di Max Ionata e la tromba di Marco Tamburini.


Concludiamo infine questo breve excursus con la voce della compianta Mia Martini, che incluse questo brano nella sua unica esperienza jazzistica Live, in cui era accompagnata da Maurizio Giammarco. Da quell'esperienza venne realizzato nel 1991 l'album Mia Martini in Concerto.

domenica 6 gennaio 2013

Magici incontri: Ben Webster e Gerry Mulligan (1959)


La storia del jazz è  costellata di mitiche jam sessions, di incontri fra artisti di provenienza diversa, di scontri all'ultima nota fra virtuosi di strumenti diversi o dello stesso strumento, con o senza accompagnamento ritmico. Un mare sterminato di perle rare, sovente uniche, in cui pescare. 
Oggi la mia attenzione si è concentrata su due "numeri uno": Ben Webster e Gerry Mulligan, appartenenti a due diverse generazioni, il primo era nato nel 1909 il secondo nel 1927.
Webster era considerato, con Coleman Hawkins e Lester Young, uno dei massimi sassofonisti dell'era swing e giunse all'apice della fama nei primi anni '40, quando militava nell'orchestra di Duke Ellington, con la quale è stato ripreso nel video seguente mentre esegue Cotton Tail, il suo cavallo di battaglia.



Mulligan è stato, invece, alla fine degli anni '40, con Gil Evans, John Lewis e Miles Davis, uno dei protagonisti del cosiddetto cool jazz e dopo la scomparsa di Serge Chaloff divenne anche il capofila fra i suonatori del sax baritono. Negli anni '50 raggiunse i vertici della popolarità grazie allo storico quartetto "senza pianoforte", in cui, per un certo periodo, suonò anche Chet Baker. Nel video seguente il quartetto nella versione con Art Farmer alla tromba.



Alla fine del 1959 i due, che pur avendo già suonato insieme in altre occasioni non avevano mai realizzato un disco insieme, vennero chiamati da Norman Granz, patron della Verve, che affiancò loro una ritmica composta da Jimmy Rowles al piano, Leroy Vinnegar al basso e Mel Lewis alla batteria. Nel corso di diverse sedute vennero realizzate ben 22 tracce, con numerose alternates, dalle quali vennero scelte le sei considerate migliori che confluirono nell' LP intitolato Gerry Mulligan meets Ben Webster.


La maggior evidenza data a Mulligan era dovuta al fatto che la star del momento era lui. Nelle edizioni successive la disparità venne eliminata.
Il primo brano scelto fu lo splendido Chelsea Bridge di Billy Strayhorn in un'esecuzione emozionante e piena di fascino come si può appurare dal seguente file audio/video. Apre con la sua sinuosa sensualità Webster, con sottofondo pulsante di Mulligan, il quale poi prosegue con un sound più robusto, mente rientra, nella parte finale, Webster con una tonalità più scura fino a concludere poi con il ritorno in sottofondo di Mulligan. Un pezzo da antologia.



Il secondo brano era una composizione scritta per l'occasione dai due: The Cat Walk, nel quale, dopo un inizio all'unisono, il primo assolo è di Webster, seguito da Rowles, da Vinnegar, da Mulligan e da Lewis, per concludere nuovamente all'unisono. Brano meno affascinante del precedente, ma che evidenzia le qualità dei singoli.


Il terzo brano scelto per chiudere il Lato A dell'LP originale era un popolare standard degli anni '20: Sunday, che possiamo ascoltare di seguito. (Il titolo indicato nel video è grossolanamente errato, ma era l'unico file disponibile con il brano interessato). Dopo un'apertura stride di Rowles e un unisono, questa volta il primo vivace assolo è di Mulligan, seguito nuovamente dal pianista e da un Webster particolarmente ispirato, per finire ancora con un unisono. Un altro pezzo da collezione.



Il lato B si apriva con una briosa composizione di Mulligan Who's Got Rhythm, che è possibile apprezzare nel seguente file, preso dalla stessa fonte del precedente con relativo titolo sbagliato, ma la qualità del sonoro merita la scelta. Il brano, dopo l'apertura della rhythm session, prosegue con un dialogo fra i due sassofoni col sottofondo del basso di Vinnegar, cui fanno seguito in sequenza gli assolo di Webster, Rowles, Mulligan, Vinnegar e riprende nel finale col dialogo fra i sassofoni con incursioni della batteria di Mel Lewis. Un gioiellino scritto da Mulligan per evidenziare le qualità dei singoli.



Il brano successivo era una soave composizione di Mulligan Tell Me When, quasi certamente pensata per esaltare la sensuale musicalità di Webster. Una delicata ballad in cui, dopo alcune battute introduttive di Rowles, Webster sfodera tutta la sua affascinante sensibilità con Mulligan in sottofondo, un omaggio compositivo al collega più anziano.


 

Il disco originale si concludeva con un'altra composizione dei due protagonisti Go Home che, anziché con il solito file musicale, presentiamo con un video tratto da uno show televisivo, in cui è possibile vedere i cinque protagonisti eseguire questo brano in una versione che, per esigenze televisive, è molto più breve di quello del disco, ma che resta comunque apprezzabile. La data è il 9 dicembre 1959 e non il 1962 come indicato nell'intestazione.


Fra i diversi brani rimasti inizialmente inediti e pubblicati solo in tempi più recenti, due almeno meritano di essere ricordati, si tratta dell'ellingtoniano In a Mellow Tone e del classico standard di Cole Porter What Is This Thing Called Love
Nel primo i due sassofoni inizialmente dialogano poi seguono gli assolo di Webster, Rowles e Mulligan per chiudere con un ulteriore dialogo. Un'esecuzione abbastanza di routine, senza particolari guizzi, che giustifica le perplessità di Mulligan sulla sua pubblicazione.


Nel classico standard di Cole Porter, invece, prima Mulligan, poi Rowles ed infine Webster si cimentano in eccellenti assolo per chiudere con un originale fraseggio finale. In questo caso l'iniziale esclusione resta meno comprensibile.



In quel dicembre del 1959 il quintetto oltre a riunirsi in sala d'incisione di esibì più di una volta in pubblico. Dopo la partecipazione allo show televisivo si esibì anche al  Renaissance di Los Angeles assieme al noto bluesman Jimmy Witherspoon, concerto che venne in seguito pubblicato in un album ben noto agli appassionati.

 

Concludiamo questa pagina con un brano tratto da quel concerto


domenica 28 ottobre 2012

I miei standards preferiti: My Old Flame (1934)


Questa celebre ballad, scritta da da Arthur Johnston con testo di Sam Coslow, venne eseguita per la prima volta dalla popolarissima attrice e cantante Mae West nel film Belle of the Nineties del 1934. La bella e procace signora era accompagnata al piano da Duke Ellington, attorniato da alcuni suoi musicisti in una rilassata atmosfera da club.



Inizialmente la produzione aveva rifiutato la presenza di Duke Ellington, ritenendo inammissibile che una cantante bianca fosse accompagnata da musicisti neri, l'orchestra doveva essere bianca. Al limite Ellington e i suoi potevano registrare la colonna sonora, ma in scena avrebbero dovuto apparire musicisti bianchi. Solo grazie alla testardaggine della West, che voleva assolutamente il  Duca, la presenza dell'orchestra venne accolta.



 Nello stesso anno Duke Ellington ne realizzò anche una versione discografica con la parte vocale affidata ad Ivie Anderson, all'epoca cantante dell'orchestra.


Per diversi anni, questa sembra essere l'unica incisione discografica in circolazione. Solo nel 1941 Benny Goodman riprese il brano con la sua orchestra, affidandone la parte vocale alla giovane Peggy Lee, all'epoca poco più che ventenne. La tromba dovrebbe essere quella di Billy Butterfield.


Nello stesso periodo anche Count Basie ne registrò una versione con la voce di Lynne Sherman. Alle versioni vocali, all'inizio tutte abbastanza simili, cominciarono ad aggiungersi versioni strumentali di maggior interesse jazzistico, grazie anche ad assolo di eccellenti musicisti.
Cronologicamente la prima versione che ho trovato è quella realizzata nel 1944 dall'orchestra del trombettista Cootie Williams (uno dei musicisti che suonavano con Ellington nel video di Mae West). 



Il piano che introduce il brano è quello di un giovane Bud Powell appena ventenne; l'altro solista, oltre al leader ed a Powell, è il tenorsassofonista Eddie "Lockjaw" Davis. La linea melodica viene inizialmente affidata alla tromba e in seguito viene rielaborata dal sassofono. Un primo elementare tentativo di novità rispetto alle prcedenti versioni vocali.


L'anno successivo una All Stars, guidata dal trombonista Bennie Morton, ne registrò un'altra interessante versione strumentale, in cui l'elaborazione solistica della linea melodica si fa più concreta. I solisti,  nell'ordine, sono: il clarinettista Barney Bigard (lo stesso che seduto sul pianoforte suona nel video iniziale della West), seguito dal trombone del leader, dal sassofono di Ben Webster e dal piano di Sam Beskin, con una breve chiusura sempre di Morton.


Dobbiamo però aspettare il 1947 per avere finalmente una versione jazzisticamente significativa: quella del quintetto di Charlie Parker comprendente un ancora acerbo Miles Davis alla tromba, Duke Jordan al piano, Tommy Potter al basso e Max Roach alla batteria, un'esecuzione rimasta memorabile.


Nel 1950 uno Stan Getz ventitreenne, appena uscito dal "gregge" di Woody Herman, in cui si era distinto come uno dei famosi Four Brothers, ne realizza una versione per solo sax e rhythm session decisamente originale e apprezzabile per la qualità improvvisativa. Il basso in evidenza è quello di Percy Heath, al piano Tony Aless e alla batteria Don Lamond.


Un'altra incisione di grande interesse per la sua particolarità è quella realizzata nel 1953 dal "piano less" quartet di Gerry Mulligan con Chet Baker alla tromba. L'interplay fra tromba e sax baritono è di grande efficacia e rende questa esecuzione una delle migliori mai realizzate. Chet rimarrà molto legato a questo standard, che eseguirà spesso nei suoi concerti, anche dopo aver lasciato Mulligan, e ne esistono numerose versioni registrate negli anni. Il quartetto Mulligan-Baker ne incise anche una versione cantata con la voce di Annie Ross.


L'anno seguente, 1954, il brano viene registrato dal trio di Oscar Peterson con Ray Brown al basso ed Herb Ellis alla chitarra e successivamente incluso nell'LP Pastel Moods



Un'elegante e sofisticata lettura che evidenzia le grandi qualità interpretative dei tre eccellenti solisti.




Nei decenni successivi numerosi artisti si cimentarono con questo standard, ma nessuna di queste interpretazioni, a mio avviso, regge il confronto con le ultime quattro presentate qui sopra. 
Una curiosità riguardo a questo brano è rappresentata dal fatto che, a quel che mi risulta, non esistono versioni vocali maschili ad eccezione di quella realizzata nel 1957 da Matt Monro, crooner inglese molto popolare negli anni '60, versione che però restò inedita fino al 2010, anno in cui fu inclusa in una speciale raccolta contenente tutti i suoi 45 giri, 25 anni dopo la morte.


Si tratta di una versione molto convenzionale, di scarso interesse, ricordata solo per completezza d'informazione, trattandosi dell'unica versione vocale maschile che ho reperito.
Prima di chiudere un breve cenno anche al jazz italiano in quanto anche diversi musicisti italiani, nel tempo, si sono cimentati con questo standard. Di seguito ne segnalo tre che ritengo fra le più significative.



La cantante Tiziana Ghiglioni nel suo album del 1983 Sounds of Love in cui è accompagnata da un trio d'eccezione con Kenny Drew al piano, N-H. Ø. Pedersen al basso e Barry Altschul alla batteria, ne offre una lettura piena di colore e sensibilità all'altezza delle migliori interpretazioni vocali del passato.



Nel 2005 il giovane sassofonista siciliano Francesco Cafiso, all'epoca solo sedicenne, con il suo New York quartet ne realizza, per il CD New York Lullaby, una lunga versione nella quale vengono messe in evidenza le sue indiscutibili doti tecniche ed improvvisative.


Nello stesso anno il pianista Enrico Pieranunzi ne incide una particolarissima versione contenuta nell'eccellente album Special Encounter 


L'elegante pianismo di Pieranunzi sostenuto dal virtuosismo del bassista Charlie Haden e dalla batteria discreta di Paul Motian trasforma questa ballad in un raffinato esercizio stilistico di grande effetto emozionale.


venerdì 1 giugno 2012

I miei standards preferiti: Darn that Dream (1939)


Darn That Dream, ancora oggi uno degli standards più battuti dai jazzisti di tutto il mondo, venne composto nel 1939 dalla coppia Jimmy Van Hausen per la musica e Eddie DeLange per i testi, nell'ambito di un musical di Broadway, Swingin' the Dream, che prendeva spunto dalla commedia di Shakespeare Midsummer Night's Dream, ambientandola nella New Orleans del 1890, con un cast prevalentemente di colore.
Contrariamente ad altri musicals tratti da opere shakespeariane, come ad esempio Kiss Me Kate (tratta dalla Bisbetica Domata), questo fu un fiasco e venne sospeso dopo solo 13 repliche, nonostante la presenza nel cast di artisti all'apice del successo come Louis Armstrong, Maxine Sullivan, le Dundridge Sisters ecc., il contributo musicale per alcuni brani di Count Basie e la partecipazione del sestetto di Benny Goodman.


Il brano era cantato in scena da Armstrong, la Sullivan e le Dundridge Sisters ed è l'unico sopravvissuto di quello spettacolo, grazie a Benny Goodman che ne colse immediatamente il valore e ne incise subito una versione con la sua orchestra, cantata da Mildred Bailey,


che possiamo ascoltare nel seguente video


Il successo fu immediato e la canzone venne ripresa da altre  orchestre fra cui quella di Tommy Dorsey che ne registrò, sempre nel 1940, una versione con la voce di Anita Boyer, mentre la prima versione vocale maschile fu quella dell'orchestra di Blue Barron (alla quale si riferisce l'immagine posta all'inizio) con la voce di Russ Carlyle, uno dei più popolari cantanti del momento. 
Con gli anni il brano divenne sempre più diffuso, anche in versione solo strumentale.



Nel 1950, nell'ambito delle sedute d'incisione di Miles Davis divenute note come Birth of the Cool, venne realizzata una versione cantata da Kenny Hagood, un crooner alla Billy Eckstine presto dimenticato. I musicisti erano oltre a Miles, J.J. Johnson (tbn), Gunther Schuller (corno fr.), Bill Barber (tuba), Lee Konitz (sax a.), Gerry Mulligan (sax b. e arr.), John Lewis (pf), Al McKibbon (bs), Max Roach (btr).



Il brano tuttavia risultò abbastanza fuori contesto rispetto alle incisioni strumentali, in quanto, nonostante il buon arrangiamento di Mulligan, l'esecuzione del cantante era troppo "convenzionale".  Infatti dopo essere uscito come lato B del 78 giri con lo straordinario Venus de Milo, venne escluso per molti anni dagli LP che comprendevano gli altri brani di quelle sedute.



Il mio interesse per Darn that Dream iniziò nella seconda metà degli anni '50, quando per la prima volta ascoltai  la versione strumentale  che Gerry Mulligan registrò nel 1953 con il quartetto comprendente Chet Baker


Ne rimasi profondamente incantato e da allora quel brano è entrato in quella che chiamo la mia personale Hall of Fame, inducendomi a raccogliere nel mio archivio musicale alcune decine di diverse versioni del brano, sia vocali, sia strumentali. Non potendo qui enumerarle tutte mi limiterò a segnalarne alcune che, a mio avviso, si elevano qualitativamente sulle altre.
Fra le numerose versioni strumentali una delle mie preferite è quella che nel 1956 Thelonious Monk incise in trio con Oscar Pettiford e Art Blakey. 


Decisamente diversa, ma altrettanto piacevole, è la swingante versione, sempre in trio, che  Ahmad Jamal esegue in questo video del 1959





Particolarmente suggestiva è anche la delicata versione in duo che, nel 1963, ne danno Bill Evans al piano e Jim Hall alla chitarra nel loro splendido CD "Undercurrent".


Fra le numerose versioni vocali la "definitiva" al momento, a mio avviso, resta quella di Billie Holiday registrata nel 1957 con Harry "Sweet" Edison (tb), Ben Webster (sax t.), Jimmy Rowles (pf), Barney Kessel (cht), Red Mitchell (bs), Alvin Stoller (btr).


Presa in tempo lento, dopo un breve intro di Kessel, Billie entra sostenuta da Webster e Kessel. Il lungo "bridge" successivo è aperto da Edison, seguito da un assolo "stile chitarra" del basso di Mitchell con Webster che conclude  il "bridge" . Billie chiude sostenuta da Edison e ancora Kessel. Strepitoso!



Esistono anche numerose versioni sia vocali che strumentali di artisti italiani come Enrico Rava, Tiziana Ghiglioni, Stefano Bollani, Renato Sellani, Dado Moroni, ecc., ma quella che mi ha incuriosito di più è stata quella del gruppo di musica alternativa Quintorigo, che una decina d'anni fa nel loro album "In Cattività" (Universal 2003) ne hanno dato una lettura decisamente originale, partendo da un'ipotetica versione radiofonica d'epoca, con la voce particolare del cantante John Di Leo riescono a creare un'atmosfera suggestiva con spunti di modernità senza forzature, che rendono il tutto gradevolmente innovativo.


mercoledì 18 aprile 2012

Glauco Masetti: eminente maestro del jazz moderno italiano

foto di Renzo Storti (1960)

Glauco Masetti (1922-2001) è stato uno dei protagonisti della rinascita post-bellica del jazz italiano e punto di riferimento per molti musicisti delle generazioni successive. Per quelli della mia generazione, che si sono avvicinati al jazz nella seconda metà degli anni '50 era, con Gil Cuppini, Gianni Basso, Oscar Valdambrini, Franco Cerri, uno fra i più ammirati. Nella foto seguente è l'unico con gli occhiali. Alle sue spalle da sx a dx si riconoscono Cerri, Valdambrini e Basso.


Nato a Milano il 19 aprile di novanta anni fa, iniziò a studiare musica fin da giovanissimo, dedicandosi allo studio prima del violino poi del clarinetto e del sassofono contralto, diventandone uno dei più apprezzati maestri e alternando il suo impegno fra jazz e musica leggera. Nei primi anni del dopoguerra cominciò a suonare con i principali protagonisti del jazz di quel periodo, mettendo in evidenza una straordinaria capacità tecnica ed una grande sensibilità artistica, passando dallo swing col clarinetto al bop con il sax, sempre con grande maestria. Nel brano seguente è possibile apprezzare le sue doti di clarinettista nell'esecuzione di un brano di Benny Goodman Seven Come Eleven con Giulio Libano nella veste di Lionel Hampton.


Fra il 1955 e il 1962 lo troviamo impegnato in una serie innumerevole di attività: concerti, festivals, incisioni discografiche in formazioni sempre diverse. Per un breve periodo capeggia anche un gruppo a suo nome con Romano Mussolini al piano, Franco Cerri al basso e Gil Cuppini alla batteria. Gruppo che è possibile ascoltare nel classico standard There Will Never Be Another You


Nella foto seguente lo vediamo invece con il Modern Jazz Quintet di Pupo De Luca con Eraldo Volonté al sax tenore a Fausto Papetti a sax baritono.

da sx a dx: Ernesto Villa, Glauco Masetti, Pupo de Luca, Eraldo Volonté, Fausto Papetti

Nel 1959 suona con Chet Baker a Torino assieme a Lars Gullin, Romano Mussolini, e Franco Cerri. Di seguito un video di quella serata: All the Things You Are, con un suo pregevole assolo subito dopo Chet



I due, sempre con Cerri, si esibiscono anche a Milano con Renato Sellani, Gianni Basso e da quella serata verrà tratto l'album Chet Baker in Milan che ho già presentato in un precedente post (qui).  



Dal 1962 l'attività jazzistica si dirada limitandosi a prevalenti collaborazioni con le Big Band di Gil Cuppini e di Giorgio Gaslini. Nel 1964 compare nel film La Vita Agra di Carlo Lizzani assieme a Gil Cuppini ed Enrico Intra


Nel 1970 viene scritturato come primo sassofono contralto e  clarino nell'Orchestra ritmica della Rai di Milano, dove rimarrà per oltre vent'anni fino allo scioglimento della stessa, continuando solo saltuariamente con un proprio sestetto l'impegno jazzistico. Nella foto è il terzo da dx fra Gianluigi Trovesi e Gianni Basso.


Nel video l'orchestra della Rai è diretta da Gerry Mulligan e nella sequenza degli assoli Masetti è il primo sassofono ad intervenire.


Il video seguente lo vede esibirsi al clarino con Lino Patruno in un concerto a San Marino nel 1996 quando ormai aveva quasi 75 anni.


Negli ultimi anni di vita aveva quasi interrotto l'attività a causa di problemi alla vista. Il 27 maggio 2001 è morto improvvisamente a Milano.
Concludiamo questo ricordo con l'ascolto di una struggente versione del classico standard Laura del 1977 con la Big Band di Gil Cuppini dall'LP "A New Day" (Red Record 154)

venerdì 6 aprile 2012

Ricordo di Gerry Mulligan


Oggi Gerry Mulligan, nato a New York il 6 aprile 1927, avrebbe compiuto 85 anni e voglio qui ricordarlo riproponendo un vecchio post che ripercorre per sommi capi il suo autorevole contributo alla storia del jazz, integrato da un prezioso commento di un appassionato cultore della materia come il blogger JazzfromItaly.

giovedì 15 dicembre 2011

Prez & LadyDay: un felice connubio artistico e personale.

Repost from Splinder (16 jul. 2009)

Lester Young con il suo originalissimo stile strumentale ha ribaltato alcuni valori fondamentali dell'estetica jazzistica, aprendo la via al jazz moderno. (Pino Candini)
Billie Holiday cantava jazz. Era lei stessa il jazz. (Trummy Young)
Suonare per lei non era come suonare per una cantante, ma per un altro strumento: perché ad ogni stimolo Billie Holiday reagiva con il feeling del musicista di jazz. (Mal Waldron)

Giusto cinquant'anni fa, nel 1959, nel giro di 4 mesi, da marzo a luglio, si assistette alla scomparsa di due delle più significative figure del mondo del jazz dell'epoca, unite da un profondo legame professionale ed umano, che nel bene e nel male, segnò indelebilmente le loro esistenze.
Ai primi di marzo di quell'anno, infatti, mentre si trovava a Parigi in tournée, Lester Young, colto dall'ennesimo collasso dovuto all'abuso di alcool e di droghe, su sua pressante richiesta, venne trasferito in patria, dove pochi giorni dopo, il 15 marzo, moriva a New York. Non aveva ancora 50 anni, li avrebbe compiuti il 27 agosto.
Il 17 luglio dello stesso anno sempre a New York, a soli 44 anni, anche lei distrutta nel fisico dall'abuso di alcool e di droghe, moriva Billie Holiday.
I due erano legati da un feeling particolare che andava oltre la sintonia musicale e l'attrazione fisica e che, con alti e bassi, durò per tutta la vita.


Nella sua biografia Billie Holiday parla molto di Lester, soprattutto relativamente ai primi anni di carriera, e ne deriva un quadro di collaborazione, di complicità, di stima e simpatia reciproche, ma non vi è mai un accenno ad amore o a rapporti intimi, forse dati per scontati, e che se vi furono, furono di breve durata e soprattutto furono insignificanti rispetto alla grande affinità artistica che li univa, tale da far dire che: i loro sounds appaiono una singola voce spaccata in due (Whitney Balliett) .
Lei diceva di lui:
Mi sembrava che lui fosse sempre più grande degli altri. In questo paese i re, i duchi e i baroni non contano nulla o quasi nulla, mentre il pezzo più grosso che ci fosse allora era F. D. Roosvelt ed era il presidente. Sicché presi a chiamarlo Presidente e, anche se presto fu abbreviato in “Prez”, ha sempre avuto quel significato che volevo io: l'uomo cioè, che è in cima a tutti gli altri.
Lester in una delle sue rare interviste, rilasciata poco prima di morire, riferendosi a Billie diceva:
Quando arrivai a New York la prima volta stavo da Billie. Lei mi insegnava a vivere nella città, mi diceva dove e come andare. Sai? È ancora la mia Lady Day.
I due si incontrarono la prima volta nel gennaio del 1937, Lester era stato chiamato da Teddy Wilson a sostituire Ben Webster, per una seduta d'incisione per la Brunswick. Da quel momento si creò fra i due una «istintiva sympatheia che era al contempo musicale ed esistenziale» (Luciano Federighi), che la stessa Billie così descrive:
Da quel momento Lester seppe quanto mi piaceva che si mettesse a suonare i suoi begli assoli dietro di me, e così, tutte le volte che gli era possibile, capitava nei posti dove io lavoravo, ad ascoltarmi o a suonare per me mescolato nell'orchestra.



All'epoca Billie era agli inizi della carriera, aveva poco più di 20 anni ed era una giovane donna bella e prosperosa con già alle spalle una vita turbolenta e tormentata. Per un'idea del suo aspetto fisico all'epoca si può vedere il filmato dell'ellingtoniana Symphony in Black (1935) di cui è protagonista del secondo movimento: Blues (noto anche come Big City Blues) alla quale in passato ho già dedicato una pagina in questo blog (qui).
Lester era più vecchio di sei anni ed anche lui, pur suonando da molti anni, solo allora cominciava a farsi conoscere grazie alla scrittura con l'orchestra di Count Basie. Il video seguente è di quegli anni e ce lo mostra durante un'esibizione dell'orchestra ad un Festival estivo.

...


Il loro connubio musicale durò dal 1937 al 1941 per un totale di 13 diverse sedute d'incisione e per una intera stagione con l'orchestra di Count Basie della quale però, per motivi contrattuali non sono disponibili registrazioni discografiche, ad eccezione di un I Can't Get Stated, tratto da una trasmissione radiofonica del 3 novembre 1937.

I risultati di questo connubio sono stati negli anni ripetutamente pubblicati sia a nome di Billie Holiday, sia a nome di Lester Young, nelle diverse raccolte discografiche a loro dedicate ed in tempi più recenti sono comparse diverse raccolte dedicate appositamente alle varie incisioni in comune.


Si tratta di materiale che non può mancare nelle collezioni di chi ama il jazz, e per chi ne fosse sprovvisto, fra le diverse possibilità consiglio una delle due seguenti opzioni:


una più sintetica in due CD: A Fine Romance (Definitive Records 1999) con una selezione abbastanza ricca comprendente 42 titoli.





Una completa in 3 CD : Billie Holiday & Lester Young Complete Recordings (Fremeaux 2002) comprendente 63 titoli, in pratica tutte le master tracks.






Queste incisioni comuni rappresentano solo una minima parte dell'immenso patrimonio discografico lasciatoci singolarmente dai due artisti nel corso della loro carriera e dei quali in questo blog si è parlato più di una volta.

Negli anni successivi a queste registrazioni i due pur rimanendo amici non ebbero più occasione di lavorare insieme.

Solo 16 anni dopo vennero riuniti in uno studio televisivo per la trasmissione The Sound of Jazz (1957) assieme ad altri famosi colleghi. Quell'incontro è stato immortalato in un celebre video in cui eseguono Fine and Mellow, del quale ho già parlato in una precedente pagina (qui) e che ripropongo qui sotto.

Si dice che all'epoca Billie e Lester avessero litigato e non si parlassero. Il clima fra i due, prima dell'incisione, era molto teso, ma appena Lester subentra a Webster per uno straordinario assolo l'espressione di Billie si rasserena e diventa ammiccante, il ghiaccio si è rotto, la sintonia musicale ha avuto la meglio. Purtroppo meno di due anni dopo non ci saranno più.