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martedì 17 novembre 2015

70 anni fa con il Bebop esplose la rivoluzione del Jazz

Prima il jazz era ballabile poi venne Bird 
(Arrigo Polillo)





La data che sancisce la nascita "discografica" del Bebop è il 26 novembre 1945. Infatti dagli archivi dei WOR Studios di Broadway risulta che il produttore Teddy Rig aveva prenotato per quel giorno una sessione di tre ore, per un gruppo guidato da Charlie Parker nel corso della quale il sassofonista avrebbe proposto alcune sue composizioni originali (would supply original compositions).
Charlie Parker, all'epoca già abbastanza famoso, era alla sua prima esperienza discografica come leader ed il quintetto che inizialmente avrebbe dovuto prendere parte alla seduta d'incisione, oltre a lui, comprendeva Miles Davis alla tromba, Bud Powell al piano, Curley Russell al basso e Max Roach alla batteria, musicisti già affiatati che spesso si esibivano insieme nei locali della 52th Street. La foto seguente, in cui sono riconoscibili Parker, Davis e Roach, è stata ripresa in uno di quei clubs più o meno in quel periodo .


Sugli eventi di quella giornata sono state scritte molte cose, non sempre corrette, causando un po' di confusione. Innanzi tutto, all'ultimo momento, Bud Powell partì per Philadelphia lasciando il gruppo senza pianista. Parker contattò subito il pianista Argonne Thornton (Sadik Hakim dopo la conversione all'Islam), mentre Dizzy Gillespie, amico e partner di Parker in molte occasioni, trovandosi in loco si offrì di suonare lui il piano.
Il primo equivoco venne causato, alcuni anni dopo, da John Mehegan, estensore delle note di copertina dell'LP  The Charlie Parker Story (Savoy MG 12079)



uscito nel 1956, poco dopo la morte del sassofonista, nel quale veniva pubblicato, per la prima volta, tutto ciò che era stato registrato quel 26 novembre 1945. Il critico sosteneva che Bud Powell era in realtà presente, nonostante le numerose testimonianze contrarie, e questo ingenerava una serie di dubbi su chi in realtà suonasse il piano nei vari brani. Stabilito con certezza che Powell non c'era, restava, e forse resta, il dubbio fra Gillespie e Thornton, su chi suonasse cosa.
Quello che, tuttavia ci interessa, in questa sede, è la genesi di un solo brano, quel Koko - un head arrangement sulla base di Cherokee - universalmente considerato il primo esempio su disco di Bebop, un vero e proprio manifesto del nuovo genere musicale.
Esso fu affrontato per ultimo, alla fine della seduta e contrariamente ai brani registrati in precedenza, per i quali erano servite più takes, venne completato al primo colpo, solo dopo una falsa partenza, come si può costatare di seguito.




La formazione dichiarata sull'etichetta della prima edizione a 78 giri (riportata in apertura) indica, Parker sax alto, Miles Davis tromba, Hen Gates piano (pseudonimo di Gillespie, che non  poteva usare il proprio nome per motivi contrattuali), Curley Russell basso e Max Roach batteria, ma in realtà Davis non suona. Egli stesso nella sua autobiografia scrive:
riuscire a finire quel disco fu un casino. Mi ricordo che Bird voleva che suonassi "Ko Ko", [...] Bird sapeva che avevo difficoltà a suonare "Cherokee" allora. Perciò quando mi disse che questo era il brano che dovevo suonare gli risposi di no, non lo facevo. ecco perché c'è Dizzy che suona la tromba in "Ko Ko",[...] perché io non avevo intenzione di andare a fare una figuraccia.
(Miles Davis, Miles l'autobiografia, Minimum Fax, Roma, 2001, p. 91)

Nonostante questa chiara affermazione di Miles, vi è ancora oggi chi sostiene, con cervellotiche analisi musicali, che  sia Davis e non Gillespie  a suonare la tromba. (1)





A parte queste questioni di dettaglio, anche un po' noiose per molti, resta il fatto che quella musica era "sconvolgente" (A. Polillo) e dette il via all'era moderna del jazz, ma, come spesso accade alle novità rivoluzionarie, non trovò, per molto tempo, il consenso del pubblico e dei critici e solo pochi lungimiranti ne percepirono la grande modernità e l'originalità innovativa.


Da sx Thelonious Monk, Howard McGhee e Roy  Eldridge davanti alla Minton Playhouse, uno dei locali frequentati dai boppers, assieme al bandleader Teddy Hill all'epoca manager del locale. (foto di William P. Gottlieb)

Se il merito di tale rinnovamento non va attribuito solo a Parker e a Gillespie, ma anche a un gruppo di giovani musicisti neri, stanchi di suonare solo per far divertire i bianchi e desiderosi di modificare quei canoni musicali, che per loro stavano diventando obsoleti, stantii, di routine, Parker resta comunque il simbolo e l'artefice principale del Bebop. 



Disegno di David Stone Martin per una cover

Egli appartiene a quello sparuto gruppo di geni che hanno lasciato tracce indelebili nella storia del jazz. Citando ancora Arrigo Polillo, Parker è stato per il jazz quello che Picasso è stato per la pittura.
Era nato a Kansas City (Kansas) il 29 agosto 1920, ma era cresciuto nell'altra Kansas City quella del Missouri, dall'altra parte dell'omonimo fiume, una città che in quegli anni era considerata una delle culle del jazz, la città di Count Basie, Bennie Moten, ecc. ed aveva avuto modo di ascoltare per anni le migliori orchestre e i migliori solisti. 



Ben presto aveva deciso di diventare anche lui un musicista, e con un sassofono di seconda mano che stava assieme con scotch e elastici si aggirava per i locali nella speranza che lo facessero suonare. A 16 anni era già sposato ed aveva ottenuto una tessera del sindacato dei musicisti. I suoi punti di riferimento erano i sassofonisti Lester Young e Buster Smith, che nella prima metà degli anni '30, prima di diventare famosi, suonavano nei locali che Parker bazzicava.


Lester Young (al centro) e Buster Smith (a destra)
negli anni in cui si esibivano a Kansas City 

Buster Smith (1904-1991), in particolare,  era considerato da Parker una specie di mentore, ed ebbe una significativa influenza nel suo processo di formazione. 
Dopo un breve soggiorno a New York dove cominciò a sviluppare le prime intuizioni stilistiche, tornato a Kansas City nel 1940, Parker entrò nella Big Band di Jay McShann, un'orchestra all'epoca molto apprezzata e dove cominciò a farsi notare per la originalità dei suoi assolo.


Nella foto Parker è il terzo da sinistra proprio sopra a Jay McShann al piano.

Un esempio è questo "Swingmatism" del 1941, in cui a Parker viene concesso uno spazio solistico significativo dopo l'assolo al piano del leader.






Con il passaggio successivo all'orchestra di Earl Hines e poi di Billy Eckstine, nelle quali suonava anche Dizzy Gillespie, inizierà fra i due una collaborazione che porterà alla graduale formazione del nuovo stile di cui sono considerati i fondatori.


L'orchestra di Earl Hines nel 1943; ultimo a dx, con gli occhiali scuri, Charlie Parker, ultimo a sx Dizzy Gillespie, al centro, seduta di fronte a Hines, Sarah Vaughan. 

La grande capacità improvvisativa e le straordinarie qualità tecniche di Charlie Parker lasciavano allibiti chi lo ascoltava. Alla richiesta di come avesse sviluppato queste qualità, egli lo attribuì soprattutto alla tenacia e alla applicazione nello studio dello strumento.
Suonavo dalle 12 alle 15 ore al giorno. I vicini di casa minacciavano mia madre di costringerla a trasferirsi altrove. Dicevano che li stavo facendo diventare pazzi.
Le sue performance erano caratterizzate da una creatività e una genialità straordinarie, che solo Louis Armstrong aveva avuto prima di lui. 




Del periodo precedente alla data che ci interessa di Parker abbiamo solo alcune registrazioni in studio, semi clandestine a causa del "recording ban" proclamato dai sindacati. Il resto sono registrazioni amatoriali dal vivo, con mezzi tecnici limitati, di concerti o jam sessions.
Per quanto concerne la genesi creativa di Ko Ko esistono solo un paio di registrazioni amatoriali di Cherokee antecedenti, dalle quali si può cercare di percepire l'elaborazione progressiva del progetto musicale che Parker aveva in testa. Una di queste registrata intorno al 1942 con la Clark Monroe's Band a New York, è contenuta nel seguente video. La qualità della registrazione non è delle migliori, ma ci dà un'idea dell'evoluzione creativa.



Dopo il 1945 il brano rimase nel repertorio di Parker per alcuni anni, ma non venne più registrato in studio.
Il 29 settembre 1947 la big band di Dizzy Gillespie si esibì alla Carnegie Hall di New York e nel corso della serata venne realizzato un set con Parker come ospite, assieme a Gillespie con la ritmica della big band, guidata da John Lewis. Vennero eseguiti 5 caratteristici brani bebop fra cui Ko Ko che chiuse il set. Anche in questo caso Parker sfoderò tutta la sua grinta e la sua inventiva e ne venne fuori un'altra strepitosa esecuzione.



La vigilia di Natale del 1949, sempre alla Carnegie Hall, ebbe luogo un concerto particolare, noto come "Stars of Modern Jazz Concert". Quella serata rappresentò l'apice del successo popolare per il Bebop, si esibirono, infatti, i più prestigiosi esponenti del genere: da Bud Powell a Max Roach, da Sonny Stitt a Serge Chaloff, ecc..
Charlie Parker presenziò con il suo quintetto del momento comprendente: Red Rodney alla tromba, Al Haig al piano, Tommy Potter al basso e Roy Haynes alla batteria. Fra i brani presentati vi fu anche Ko Ko, che possiamo ascoltare di seguito.




Questa è l'ultima testimonianza discografica disponibile del brano e la cosa segna anche virtualmente il declino del Bebop. 
Quel concerto infatti segnava anche l'affacciarsi sulla scena del nuovo genere che si sarebbe affermato negli anni successivi; il Cool. Questo grazie alla presenza di Lennie Tristano, Lee Konitz, Stan Getz e dello stesso Davis che ormai era già traghettato nel nuovo genere, come dimostra questo "Move" eseguito da lui quella sera.






Note  
(1) http://www.themusicofmiles.com/articles/the-ko-ko-session/session.php

giovedì 16 maggio 2013

Rarità discografiche: Dizzy Gillespie a Milano 1952


Dizzy Gillespie fu il primo rappresentante del Be-bop che venne in Italia, nella primavera del 1952, attesissimo dagli appassionati più "progressisti". L'avvenimento tuttavia suscitò, inizialmente, una certa delusione, in quanto si presentò con un gruppo "raffazzonato", (definizione di Arrigo Polillo), composto in prevalenza da francesi.  Gli unici "boppers" autentici erano il leader e il sassofonista Don Byas, gli altri erano quattro francesi e un peruviano residente in Francia. La tournée prevedeva cinque concerti: uno a Bergamo il 6 aprile, tre a Milano il 7 e l'8 ed infine uno a Torino il 9. 

Volantino del concerto di Bergamo (proprietà di Ferruccio Signorelli)

Il debutto avvenne al Teatro Donizetti di Bergamo, tempio della musica classica, e, a parte un gruppo di "tradizionalisti" che lasciò la sala prima che il concerto finisse, il pubblico fu molto soddisfatto e gli applausi furono fragorosi. Alla prova dei fatti anche i "francesi" si rivelarono di ottimo livello, in particolare il sassofonista Hubert Fol ed il bassista Pierre Michelot; non per nulla quest'ultimo diverrà, negli anni, uno dei più apprezzati bassisti e suonerà con Bud Powell, Miles Davis, Chet Baker, ecc.. Come si rileva dal volantino, all'epoca Gillespie suonava ancora la tromba "normale" e solo qualche tempo dopo comincerà ad usare quella "all'insù".



La tournée continuò con crescente successo a Milano e a Torino, ma dei cinque concerti solo uno venne registrato ed i nastri rimasero in un cassetto per oltre 30 anni. Solo verso la fine degli anni '80 venne pubblicato un CD contenente l'intero concerto, allegato ad una rivista che ebbe breve vita. A tutt'oggi  che io sappia, il CD non è stato più ripubblicato, pertanto lo ripropongo qui con nuovi link per gli appassionati che vogliano godersi questo bellissimo momento di jazz.

Personale
Dizzy Gillespie (tr. , voc.)
Don Byas (sax t)
Hubert Fol (sax a.)
Bill Tamper (tbn)
Raymond Fol (p), 
Pierre Michelot (bs), 
Pierre Lamarchand (drm)

Programma
1. Good Bait
2. Perdido
3. I Can't Get Started
4. Oo-Shoo-Bee-Doo-Bee
5. Yesterdays
6. School Days
7. Groovin' High
8. Birk's Works
9. Oh Lady Be Good
10. Oo-Pop-a-Da


N.B.
Il volantino e le notizie sul concerto del Teatro Donizetti sono tratti dal sito JAZZ A BERGAMO, città alla quale sono molto legato, essendovi vissuto per alcuni anni, e dove ho goduto di molti piacevoli momenti jazzistici. Sito curato dall'illustre fotografo di jazz e mio amico di FB, Riccardo Schwamenthal.

martedì 27 dicembre 2011

Il mio incontro con Dizzy Gillespie in un concerto di oltre 50 anni fa.

Repost from Splinder (23 aug. 2011)

Curiosando su Youtube mi sono imbattuto in un paio di video-frammenti che mi hanno portato indietro di oltre mezzo secolo, quando, per la prima volta, ebbi l'occasione di ascoltare dal vivo Dizzy Gillespie durante la sua tournée europea dell'autunno del 1959, con il quintetto comprendente Leo Wright al sax alto e flauto, Junior Mance al piano, Art Davis al basso e Teddy Steward alla batteria.






Questi due brevi frammenti hanno risvegliato in me lontane sensazioni di una felice serata in quel di Torino, nella quale, ancora giovane neofita, per la prima volta ascoltavo una vera Jazz Star. Un personaggio straordinario che esprimeva un'incontenibile simpatia con quella strana tromba e il suo buffo copricapo afro e che trascinava il pubblico con la sua musica coinvolgente.

dizzy gillespie


Quando molti anni dopo mi imbattei in un album che conteneva un concerto registrato a Copenhagen nel corso di quella tournée, lo acquistai immediatamente. Dopo la visione dei video l'ho ritirato fuori e me lo sono nuovamente goduto e l'ho messo in condivisione.

dizzy gillespie - copenhagen concert



Tracklist
 01. I Found a Million Dollar Baby  10:20
02 My Man  4:16
03 Oh! Lady Be Good    3:42
04 They Can't Take That Away    5:29
05 Wheatleigh Hall  11:41
06 A Short One    0:09
07 Introduction  0:26
08 A Night In Tunisia   13:00
09 Lorraine  4:01
10 Ooh-Shoo-Be-Doo-Bee  4:01
11 There is No Greater Love   4:01
12 Woody'n You 7:51

LINK

All'epoca ero quasi digiuno di jazz e del programma della serata che probabilmente, almeno in parte, doveva coincidere con i brani dell'album, ricordo che riconobbi solo Night in Tunisia, accolta fra l'altro da un applauso scrosciante, che avevo già ascoltato nelle versione con Charlie Parker, anche se l'arrangiamento era molto diverso. Riascoltato a distanza di anni questo arrangiamento più ritmico non è poi male e il bravo Leo Wright, non potendo certo essere paragonato a Bird, tuttavia se la cava dignitosamente, com'è possibile ascoltare qui sotto.



sabato 17 dicembre 2011

Il canto jazz coniugato al femminile – parte II

Repost from Splinder (23 nov. 2009)

In questa seconda selezione di canto jazz al femminile ho ampliato il panorama, spaziando anche verso aree più esotiche, in un lasso di tempo che va dai primi anni '50 ad oggi.


YOUNG GIRLS & OLD LADIES part 2
    singing and playing
    JAZZ
    selected by Jazzfan37


    01. Caterina Valente – I'll Remember April (da “Chet Baker & Lars Gullin quint.  Live in Stuttgart” 1955)
    02. Shirley Horn – Lonely Town (da “ Charlie Haden [Quartet West] - The Art of Song ” 1999)
    03. Ruth Brown – You Won't Let Me Go (da “Fine Brown Frame” con Thad Jones & Mel Lewis orch. 1968)
    04. Ella Fitzgerald – Black Coffee (da “The Intimate Ella”  1960)
    05. Renee Olstead – Someone to Watch Over Me (da “Renee Olstead” con Chris Botti 2005)
    06. Cleo Laine – Skylark (da “Sometimes When We Touch” con James Galway 1991)
    07. Sophie Milman – Love for Sale (da “ Take Love Easy” 2009)
    08. Sue Matthews – I Love Beeing Here with You (da “When You're Around” 1993)
    09. Jacintha – Smile (da “Lush Life” 2001)
    10. Ruth Cameron – One for My Baby (da “Roadhouse” con Charlie Haden 2000)
    11. Cinzia Roncelli – Moon River ( da “My Shining Hour” con Francesco Cafiso 2009)
    12. Patrizia Conte – I'm Glad There's You  (da “Steppin' Out” con Gianni Basso & Andrea Pozza 2005)
    13. Lilian Terry – Body and Soul (da “JOo-Shoo-Be-Doo-Be... Oo, Oo” con Dizzy Gillespie 1985)
    14. Kathleen Battle – My Favorite Things (da “Tenderness” con Al Jarreau 1994)
    15. Grazyna Auguscik – Don't Explain (da “The Light” 2005)
    16. Jeanne Lee – Goodbye Pork-Pie Hat (da “After Hours” con Mal Waldron 1984)
    17. Shirley Bassey – The Look of Love (da “Love Songs” 1971)
    18. Tiziana Ghiglioni – Lonely Woman (da “Lonely Woman” con Larry Nocella 1981)
    19. Orna – The Very Thought of You (da “The Very Thought of You” 2003)
    20. Helen Merrill – Everythings Happen to Me (da “Jazz in Italy vol. 2” con Renato Sellani 1960)


    New Links
    part 1

    part 2
    La playlist può anche essere ascoltata di seguito



    Si inizia con una giovane ed ancora poco nota Caterina Valente, che si esibisce in una interessante versione scat di un noto standard, accompagnata da Chet Baker alla tromba e Lars Gullin al sax baritono. Vi sono poi alcune grandi stars, come Ella Fitzgerald in una sommessa e languida interpretazione di Black Coffee, standard lanciato nel 1949 da Sarah Vaughan, o come Ruth Brown (1928-2008), una delle grandi interpreti del R&B, qui in veste di jazz-singer  accompagnata da una Big Band di tutto rispetto come quella di Thad Jones e Mel Lewis, o ancora la britannica di colore, Cleo Laine (1928), una delle voci più significative del panorama jazzistico inglese, ancora oggi sulla breccia, qui in una toccante versione di un famoso standard di Hoagy Carmichael e Johnny Mercer. Possiamo ascoltare anche la prorompente Shirley Bassey in un classico di Burt Bacharach, la musa del free-jazz Jeanne Lee, accompagnata da Mal Waldron in un noto brano di Charlie Mingus, la meno nota Sue Matthews in una cover del successo di Peggy Lee I Love Beeing Here with You

    e la raffinata Helen Merrill colta in uno dei suoi soggiorni italiani, acompagnata al piano da Renato Sellani, con sullo sfondo, appena percettibile, il sax di Gianni Basso e ancora la nostra Tiziana Ghiglioni nel brano che dava il titolo al suo disco di esordio.

    Fra gli accompagnatori, di notevole interesse, troviamo per ben due volte Charlie Haden con il suo quartetto sia con Shirley Horn in un austero Lonely Town, sia con la consorte Ruth Brown in una pensosa lettura di un altro noto standard di Johnny Mercer e Harold Arlen: One for My Baby.


    Interessante anche la presenza di Dizzy Gillespie che accompagna Lilian Terry in una raffinata versione del classico Body and Soul. Troviamo anche quel fenomeno vocale di Al Jarreau con il grande soprano lirico Kathleen Battle in una funambolica esecuzione di My Favorite Things di coltraniana memoria (l'assolo al sax è di Michael Brecker).

    Interessanti anche le due brave jazz-singers italiane: Patrizia Conte accompagnata da Gianni Basso e Andrea Pozza e l'esordiente Cinzia Roncelli qui con Francesco Cafiso.

    Un cenno particolare merita una voce che ho scoperto solo di 

    recente: Jacintha Abisheganaden (in arte solo Jacintha), di Singapore, non più giovanissima, è del 1957, che pur  non essendo una cantante professionista, in quanto si occupa principalmente di teatro, ha realizzato diversi album di jazz, tutti molto ben accolti dalla critica, ma poco diffusi in occidente.

    Infine alcune artiste meno note da noi, ma molto interessanti: dalla polacca Grazyna Auguscik, alla texana Renee Olstead, già bambina prodigio 

    della TV e oggi gradevole jazz-vocalist, alla sudafricana Orna, trasferitasi negli USA ed infine alla russa di nascita Sophie Milman, cresciuta in Israele  e poi emigrata in Canada, dove, sia per le qualità canore sia per l'avvenenza, viene considerata l'erede di Diana Krall.
    Non mi resta che augurarvi buon ascolto, in attesa di proseguire con altre interessanti proposte.


    martedì 6 dicembre 2011

    I Remember Dizzy (1917-1993)

    Pubblicato giovedì 3 gennaio 2008

    Sono passati ormai 15 anni da quel 6 gennaio 1993 in cui si diffuse la notizia della scomparsa di John Birks Gillespie detto "Dizzy"  (mattacchione, burlone), colui che con Charlie Parker fu uno dei maggiori artefici di quella che è stata la prima e forse la più importante "rivoluzione" del linguaggio e dei significati del jazz: quella del be bop.
    Dopo la straordinaria affermazione, iniziata nel 1935, lo Swing con gli anni si era banalizzato e commercializzato, allontanandosi dai modelli originali jazzistici. A partire dagli ultimi anni della II guerra mondiale, a New York un gruppo di giovani musicisti negri iniziò a cercare nuove vie per produrre musica senza condizionamenti commerciali, tentando di tornare alle radici del jazz, quando i musicisti suonavano con una certa libertà formale.
    I locali della 52nd Street ed il Minton's di Harlem furono le fucine di questa straordinaria evoluzione che vide fra i principali protagonisti, oltre ai già citati Parker e Gillespie: Thelonious Monk, Dexter Gordon, Kenny Clarke, Tadd Dameron, Max Roach e molti altri.

    Per Dizzy in quegli anni avvenne l'incontro con Parker che, pur di breve durata (1945-46), come scrisse Leonard Feather nel suo necrologio: «li rese i Dioscuri della musica moderna. Insieme essi crearono e condivisero delle idee che sintonizzarono il mondo del jazz sul loro orecchio, inventando nuovi concetti melodici, armonici e ritmici».
    Questa loro ricerca innovativa venne fortemente osteggiata sia dalla critica, sia da molti colleghi che li accusavano di «suonare delle note sbagliate».


    Ben presto però il vento cambiò e Gillespie e la sua band ebbero un crescente successo, al punto da diventare il primo gruppo jazz scelto dal Dipartimento di Stato per una missione distensiva oltre oceano.
    Nel video che segue vediamo l'orchestra nel 1947 in un brano in cui Gillespie si esibisce con il suo caratteristico buonumore. Interessante notare fra i membri dell'orchestra un giovanissimo Milt Jackson al vibrafono, mentre alla destra dello schermo si intravede appena il pianista: John Lewis. Ricordo che l'idea del Modern Jazz Quartet nacque proprio tra le file della band di Gillespie.



    Sei anni dopo la loro separazione Dizzy e Bird si rincontrano in uno studio televisivo per ricevere il Down Beat Award come migliori musicisti per la loro categoria e si esibiscono insieme in Hot House (il filmato è forse l'unica testimonianza video di loro due insieme). Notare che all'epoca Dizzy suonava ancora con la tromba dritta.


    Agli esordi del be bop fra coloro che scomunicarono quella musica c'era anche Louis Armostrong, che più tardi si ricrederà ed accetterà si comparire in TV con Gillespie in un altro video storico.


    Concludiamo questa video-rievocazione con un interessante "trumpet contest" avvenuto al Festival di Cannes del 1958, in cui Dizzy si cimenta con alcuni autorevoli colleghi.