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mercoledì 24 giugno 2015

70 anni fa con i "V-Disc" il Jazz rientrava in Italia

Una pagina di storia

Sono trascorsi 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e nei ricordi di quelli che, come me, quell'epoca l'hanno vissuta, più o meno giovani, ci sono ancora le grandi novità che arrivavano insieme alle truppe americane; il chewing gum, la Coca Cola, i piselli in polvere, il minestrone in scatola Campbell's, le Lucky Stike, le Camel, le Chestefield e la musica dei V-Disc.


Questi ultimi erano dischi a 78 giri particolari, realizzati appositamente per le truppe al fronte e stampati nell'insolito formato da 30 cm, più grande dei dischi normali, per contenere più musica, inoltre erano infrangibili, per poter essere impacchettati e spediti intorno al mondo. La V stava per Victory. 
Prodotti su iniziativa del governo degli Stati Uniti per allietare i momenti di riposo dei militari nel turbine della guerra, contenevano un repertorio fra i più vari che andava da Bing Crosby a Toscanini, dalle canzoni popolari alla musica folk, ma la parte del leone la faceva il jazz, e in particolare, lo Swing, che all'epoca era popolarissimo fra i giovani statunitensi. 




Alcuni motivi come questo In the Mood di Glenn Miller o il Boogie Woogie di Tommy Dorsey rappresenteranno una specie di colonna sonora di quello straordinario periodo.







La maggior parte di quelle incisioni erano brani originali realizzati apposta per quell'esigenza, spesso introdotti da un breve saluto dell'artista ai militari, come in questo Pee Wee Speaks con Pee Wee Russell e La Muggsy Spanier V-Disc All Stars





oppure registrazioni di trasmissioni radiofoniche, sempre dedicate. Se si considera poi che a causa del recording ban - lo sciopero dei musicisti contro le case discografiche per problemi di royalties - dal 1942 al 1944 non venne registrato nessun brano nuovo, questi dischi hanno avuto anche un valore documentario.
In Italia, con il divieto di importazione dei dischi di jazz dal 1938, in pratica il jazz era bandito, e quel poco che circolava grazie ai musicisti italiani era mascherato con titoli assurdi tipo Tristezza di San Luigi (per S. Louis Blues) o Animo Sereno (per Mood Indigo) o ancora Anime Gemelle (per I Wish I Where Twins) e così via, ma vi erano anche orchestre italiane, come quella di Pippo Barzizza, che suonavano pezzi italiani con arrangiamenti stile Big Bands. Un esempio è questo brano del 1942, dello stesso Barzizza, in cui è possibile anche apprezzare la qualità dei solisti da Sergio Quercioli al clarinetto, a Gaetano Gimelli alla tromba e Francesco Bausi alla batteria.


Questo lungo digiuno ebbe fine con l'arrivo della 5a Armata americana che, con i suoi militari, oltre alla fine della guerra e la liberazione dal fascismo, portò nuova allegria.
Adriano Mazzoletti, di un paio d'anni più vecchio di me, ricorda:
Le feste da ballo erano all'ordine del giorno ed i militari della quinta armata giungevano con sotto braccio i pacchi appena giunti dagli Stati Uniti con dentro decine di V-Disc nuovi fiammanti e, alla fine della serata, molto spesso quei dischi infrangibili rimanevano lì, sul tavolo, accanto al grammofono a manovella e non mi vergogno di dire che con gli amici si faceva man bassa.
Fu così che molti scoprirono Pee Wee Russell, Jack Teagarden, Bobby Hachett, oltre ai grandi Duke Ellington, Louis Armstrong, Lionel Hampton, Benny Goodman, Glenn Miller ecc.
Poi verso il 1948 il Dipartimento della guerra, proprietario dei diritti sui V-Disc, decise di distruggere tutte le matrici e i pezzi rimasti in circolazione divennero rarità da collezione.
All'inizio degli anni '80 una casa discografica italiana decise di ripubblicare su Lp il meglio di quei dischi in una serie di 10 volumi con il titolo "Gli anni d'oro della musica americana", e la rivista "Musica Jazz", che proprio allora aveva iniziato ad allegare al giornale un Lp, offrì ai propri lettori un disco appositamente realizzato, con una selezione della suddetta raccolta. Dopo oltre 30 anni anche questo disco è divenuto una rarità e pertanto lo riproponiamo per dare la possibilità ai più giovani che non conoscono quella musica di farsi un'idea ed ai più vecchi di rinfrescarsi la memoria.



Gli anni d'oro della musica americana
(compilation)

Musica Jazz 12/1981
(su licenza Fonit Cetra)



A1. The Tattooed Bride (part one)
Duke Ellington and his orchestra

A2. Caldonia
Woody Herman and his orchestra

A3. Gee Baby Ain't Good to You
Count Basie and his orchestra
(vocal Jimmy Rushing)

A4. Souther Scandal
Stan Kenton and his orchestra

A5. Let's Fall in Love
Benny Goodman Quintet

A6. I'm Confessin' That I Love You
Louis Armstrong and his V-Disc All Stars




B1. Tin Roof Blues
Muggsy Spanier and his V-Disc Dixieland

B2. Where or When
Art Tatum

B3. The Man I Love
Coleman Hawkins

B4. Frim Fram Sauce
King Cole Trio 

B5. There'll Be A Jubilee
Mildred Bailey

B6. Washboard Blues
Yank Lawson and his Dixieland Blues

Buon ascolto!

lunedì 13 maggio 2013

Rarità discografiche: Duke Ellington al Festival Internazionale del Jazz di Sanremo 1964

Il Festival Internazionale del Jazz di Sanremo è stata la prima importante manifestazione jazzistica italiana nata nel 1956 ad opera di alcuni appassionati italiani, che facevano capo alla rivista "Musica Jazz" e fu la prima manifestazione organizzata con carattere continuativo in Europa (vds. Arrigo Polillo: Stasera Jazz, Milano, 1978, p. 76 ss.). Le tracce audio e video di quei 10 anni di concerti sono molto poche. (Per maggiori dettagli vds. il post di Jazzfromitaly sull'argomento).


Qui ci limitiamo a riproporre un raro disco pubblicato nel 1980 in cui è possibile ascoltare l'esibizione di un gruppo di otto elementi guidati da Duke Ellington avvenuta durante la serata di chiusura dell'edizione del 1964. 

photo (c) by Riccardo Schwamenthal / Ctsimages.com - PhocusAgency

In quei giorni Ellington si trovava a Parigi con la sua orchestra, ma il budget del Festival non consentiva di scritturarla interamente, così si addivenne al compromesso di assoldare solo i solisti principali, che formarono un ottetto insolito e, credo, unico: 

Ralph Ericson (tr)
Lawrence Brown (tbn)
Johnny Hodges (as)
Paul Gonsalves (ts)
Harry Carney (bar)
Duke Ellington (p)
Gilbert Rovère (bs)
Sam Woodyard (dr)


che consentiva, ai singoli solisti, rivelatisi quella sera in piena forma, di evidenziare al meglio le loro potenzialità.
Il programma era incentrato essenzialmente sul songbook ellingtoniano


I nastri di quella serata dovevano restare inediti e la loro pubblicazione suscitò diversi problemi e, per quel che ne so, non sono mai stati ripubblicati, o comunque sono difficilmente reperibili.



1. Take the "A" Train
2. C Jam Blues
3. On the Sunny Side of the Street
4. Caravan
5. I Got It bad and Ain't Good

In questa prima parte è possibile apprezzare soprattutto lo straordinario suono e la ineguagliabile melodicità di Johnny Hodges oltre al virtuosismo pianistico del Duca in Caravan.



6. Sophisticated Lady
7. Medley: I Let a Song Go out of Me; Don't Get Around Much Anymore
8. Solitude
9. Rockin' in Rhythm

In questa seconda facciata è possibile apprezzare Harry Carney nel suo pezzo più famoso Sophisticated Lady in cui ancora una volta dimostra di essere un solista straordinario e Lawrence Brown nel classico Solitude in cui suona col trombone sordinato.
Una rara e straordinaria pagina di storia del Jazz che merita di non andare perduta.


domenica 28 ottobre 2012

I miei standards preferiti: My Old Flame (1934)


Questa celebre ballad, scritta da da Arthur Johnston con testo di Sam Coslow, venne eseguita per la prima volta dalla popolarissima attrice e cantante Mae West nel film Belle of the Nineties del 1934. La bella e procace signora era accompagnata al piano da Duke Ellington, attorniato da alcuni suoi musicisti in una rilassata atmosfera da club.



Inizialmente la produzione aveva rifiutato la presenza di Duke Ellington, ritenendo inammissibile che una cantante bianca fosse accompagnata da musicisti neri, l'orchestra doveva essere bianca. Al limite Ellington e i suoi potevano registrare la colonna sonora, ma in scena avrebbero dovuto apparire musicisti bianchi. Solo grazie alla testardaggine della West, che voleva assolutamente il  Duca, la presenza dell'orchestra venne accolta.



 Nello stesso anno Duke Ellington ne realizzò anche una versione discografica con la parte vocale affidata ad Ivie Anderson, all'epoca cantante dell'orchestra.


Per diversi anni, questa sembra essere l'unica incisione discografica in circolazione. Solo nel 1941 Benny Goodman riprese il brano con la sua orchestra, affidandone la parte vocale alla giovane Peggy Lee, all'epoca poco più che ventenne. La tromba dovrebbe essere quella di Billy Butterfield.


Nello stesso periodo anche Count Basie ne registrò una versione con la voce di Lynne Sherman. Alle versioni vocali, all'inizio tutte abbastanza simili, cominciarono ad aggiungersi versioni strumentali di maggior interesse jazzistico, grazie anche ad assolo di eccellenti musicisti.
Cronologicamente la prima versione che ho trovato è quella realizzata nel 1944 dall'orchestra del trombettista Cootie Williams (uno dei musicisti che suonavano con Ellington nel video di Mae West). 



Il piano che introduce il brano è quello di un giovane Bud Powell appena ventenne; l'altro solista, oltre al leader ed a Powell, è il tenorsassofonista Eddie "Lockjaw" Davis. La linea melodica viene inizialmente affidata alla tromba e in seguito viene rielaborata dal sassofono. Un primo elementare tentativo di novità rispetto alle prcedenti versioni vocali.


L'anno successivo una All Stars, guidata dal trombonista Bennie Morton, ne registrò un'altra interessante versione strumentale, in cui l'elaborazione solistica della linea melodica si fa più concreta. I solisti,  nell'ordine, sono: il clarinettista Barney Bigard (lo stesso che seduto sul pianoforte suona nel video iniziale della West), seguito dal trombone del leader, dal sassofono di Ben Webster e dal piano di Sam Beskin, con una breve chiusura sempre di Morton.


Dobbiamo però aspettare il 1947 per avere finalmente una versione jazzisticamente significativa: quella del quintetto di Charlie Parker comprendente un ancora acerbo Miles Davis alla tromba, Duke Jordan al piano, Tommy Potter al basso e Max Roach alla batteria, un'esecuzione rimasta memorabile.


Nel 1950 uno Stan Getz ventitreenne, appena uscito dal "gregge" di Woody Herman, in cui si era distinto come uno dei famosi Four Brothers, ne realizza una versione per solo sax e rhythm session decisamente originale e apprezzabile per la qualità improvvisativa. Il basso in evidenza è quello di Percy Heath, al piano Tony Aless e alla batteria Don Lamond.


Un'altra incisione di grande interesse per la sua particolarità è quella realizzata nel 1953 dal "piano less" quartet di Gerry Mulligan con Chet Baker alla tromba. L'interplay fra tromba e sax baritono è di grande efficacia e rende questa esecuzione una delle migliori mai realizzate. Chet rimarrà molto legato a questo standard, che eseguirà spesso nei suoi concerti, anche dopo aver lasciato Mulligan, e ne esistono numerose versioni registrate negli anni. Il quartetto Mulligan-Baker ne incise anche una versione cantata con la voce di Annie Ross.


L'anno seguente, 1954, il brano viene registrato dal trio di Oscar Peterson con Ray Brown al basso ed Herb Ellis alla chitarra e successivamente incluso nell'LP Pastel Moods



Un'elegante e sofisticata lettura che evidenzia le grandi qualità interpretative dei tre eccellenti solisti.




Nei decenni successivi numerosi artisti si cimentarono con questo standard, ma nessuna di queste interpretazioni, a mio avviso, regge il confronto con le ultime quattro presentate qui sopra. 
Una curiosità riguardo a questo brano è rappresentata dal fatto che, a quel che mi risulta, non esistono versioni vocali maschili ad eccezione di quella realizzata nel 1957 da Matt Monro, crooner inglese molto popolare negli anni '60, versione che però restò inedita fino al 2010, anno in cui fu inclusa in una speciale raccolta contenente tutti i suoi 45 giri, 25 anni dopo la morte.


Si tratta di una versione molto convenzionale, di scarso interesse, ricordata solo per completezza d'informazione, trattandosi dell'unica versione vocale maschile che ho reperito.
Prima di chiudere un breve cenno anche al jazz italiano in quanto anche diversi musicisti italiani, nel tempo, si sono cimentati con questo standard. Di seguito ne segnalo tre che ritengo fra le più significative.



La cantante Tiziana Ghiglioni nel suo album del 1983 Sounds of Love in cui è accompagnata da un trio d'eccezione con Kenny Drew al piano, N-H. Ø. Pedersen al basso e Barry Altschul alla batteria, ne offre una lettura piena di colore e sensibilità all'altezza delle migliori interpretazioni vocali del passato.



Nel 2005 il giovane sassofonista siciliano Francesco Cafiso, all'epoca solo sedicenne, con il suo New York quartet ne realizza, per il CD New York Lullaby, una lunga versione nella quale vengono messe in evidenza le sue indiscutibili doti tecniche ed improvvisative.


Nello stesso anno il pianista Enrico Pieranunzi ne incide una particolarissima versione contenuta nell'eccellente album Special Encounter 


L'elegante pianismo di Pieranunzi sostenuto dal virtuosismo del bassista Charlie Haden e dalla batteria discreta di Paul Motian trasforma questa ballad in un raffinato esercizio stilistico di grande effetto emozionale.


mercoledì 26 settembre 2012

Dischi storici: Duke Ellington & John Coltrane (1962)

Il settembre 1962 è stato per Duke Elligton un periodo di intensa attività, nonostante la non più giovane età - aveva 63 anni - nel quale si è cimentato soprattutto come pianista al di fuori dell'orchestra. Nel giro di un paio di settimane realizzò infatti due dischi molto importanti per chi voglia conoscerlo in tale veste. Del primo Money Jungle, con Charlie Mingus e Max Roach, ho abbondantemente parlato nel post precedente, oggi presenterò il secondo Duke Ellington & John Coltrane, registrato esattamente 50 anni fa, il 26 settembre 1962 per la Impulse! Records.


John Coltrane all'epoca aveva 36 anni ed aveva raggiunto una grande notorietà grazie alla sua militanza con Miles Davis, prima e con un proprio quartetto, comprendente al piano il giovane talento emergente McCoy Tyner, poi. La sua musica all'epoca rientrava ancora nel canoni della "normalità", la svolta verso il free avverrà nel 1964 con la realizzazione di A Love Supreme.
Il Duca lo volle al suo fianco per questo nuovo cimento con un musicista molto più giovane e con un background musicale diverso, ma con il quale trovava nel blues un terreno comune.
Per la seduta di registrazione i due portarono con sé i rispettivi bassisti e batteristi: gli ellingtoniani Aaron Bell e Sam Woodyard e Jimmy Garrison ed Elvis Jones, membri del quartetto di Coltrane, i quali si alternarono e si mescolarono nelle sette tracce contenute nell'album.


Il brano di apertura è un classico ellingtoniano In a Sentimental Mood nel quale Coltrane, sostenuto da Ellington e da una ritmica molto discreta, si limita ad eseguire il tema senza particolari variazioni.


Segue un brano composto per l'occasione da Billy Strayhorn, alter ego del Duca, Take the Coltrane, giocando nel titolo con l'altro famoso brano ellingtoniano, sigla dell'orchestra. Il brano molto più vivace e swingante offre a Coltrane lo spunto per una ampia improvvisazione in alternanza con Ellington.


Il brano successivo è una composizione di Coltrane: Big Nick, scritta per l'occasione,  in cui egli si esibisce al sax soprano.




La prima facciata si chiude con Stevie un brano del Duca, composto anche questo per l'occasione. Un blues che consente ai due artisti di evidenziare le loro rispettive qualità esecutive.


Il lato B si apre con un'altra delicata composizione di Billy Strayhorn: My Little Brown Book nella quale ancora una volta si evidenziano il pianismo essenziale del Duca e gli eleganti fraseggi di Coltrane.


Il brano successivo è una seconda nuova composizione del Duca: Angelica, dal ritmo latineggiante, molto gradevole.


L'album si chiude con un brano tratto dal repertorio di Ellington: The Felling of Jazz, che potrebbe anche rappresentarne il sottotitolo,  per il grande affiatamento che si riscontra fra musicisti che non avevano mai suonato insieme prima.

Per concludere un altro pezzo di storia del jazz che dopo mezzo secolo è ancora tutto da ascoltare.

giovedì 20 settembre 2012

Dischi storici: Money Jungle di Duke Ellington (1962)


Money Jungle il famoso album di Duke Ellington in trio con Charlie Mingus e Max Roach in questi giorni compie 50 anni essendo stato registrato nel settembre del 1962. Un album insolito per il grande band leader che, per l'occasione, si cimenta in veste di pianista con due dei maggiori talenti dei rispettivi strumenti, considerati in bilico fra il post-bop e l'avanguardia, cosa che sorprese la critica e lasciò interdetti i puristi ellingtoniani.
Dei sette brani proposti, tutti composti da Ellington, solo due (Caravan e Solitude) sono la riproposizione di vecchi successi, mentre i rimanenti sono stati scritti per l'occasione e si differenziano dal normale stile ellingtoniano.
L'album si apre con la title track, una composizione blues con sapori più sperimentali


Il brano successivo è una ballad intitolata Les Fleurs Africaine (nota anche come Fleurette Africaine) che invece presenta  spunti impressionistici.


Segue il vivace bluesVery Special che dopo una breve introduzione del tema contiene un lungo assolo del Duca


Il brano che conclude la prima facciata è un'altra dolce balladWarm Valley, che in seguito verrà ripresa da Johnny Hodges


La seconda facciata si apre con il brano forse più convenzionale  dell'album: Wig Wise 


segue una versione particolarmente vigorosa del classico: Caravan 


l'album si chiude con un altro classico ellingtoniano: Solitude eseguito splendidamente dal trio.

Diversi anni dopo Charlie Mingus confessò in un'intervista che durante la seduta ebbe un violento alterco con Max Roach, e solo per il rispetto che nutriva per il maestro Ellington ritornò sulla decisione di abbandonare lo studio.
Molti anni dopo l'album venne rieditato in CD con una serie di altre tracce alternate o inedite che tuttavia nulla aggiungevano alla qualità di questo piccolo gioiello discografico.

martedì 18 settembre 2012

I miei standards preferiti: Blue Skies (1927)


Per questo decimo capitolo della serie dedicata agli standards ho pescato nello sterminato Songbook di uno dei più prolifici e geniali compositori: Irving Berlin (1888 - 1989) che fu anche paroliere di se stesso.


Nato in Siberia da genitori ebrei - il suo nome era Israel Baline -  quando aveva 4 anni i genitori dovettero emigrare negli USA, per sfuggire ad uno dei tanti sanguinosi progroms zaristi, e si stabilirono a New York dove egli intorno ai 20 anni iniziò la sua lunga e fortunata carriera, avviata quasi subito al successo con Alexander Ragtime Band del 1911.
Blue Skies invece è del 1927 ed ebbe una genesi casuale, infatti venne richiesta all'autore, all'ultimo momento, per completare le musiche di una rivista di Broadway, scritta da Rogers e Hart: Betsy.
Mentre il musical in sé fu tutt'altro che un successo e venne sospeso dopo solo una trentina di repliche, la canzone fin dalla prima serata venne accolta con straordinario calore dal pubblico che, alla fine dello spettacolo, chiese ben 24 bis.
La prima registrazione discografica venne realizzata da Ben Selvin e raggiunse subito il primo posto nelle vendite discografiche di quello stesso anno. Quella versione è presentata qui di seguito


La popolarità del brano era tale che, quello stesso anno, venne incluso anche nel primo film sonoro della storia del cinema The Jazz Singer, eseguito da Al Jolson.




Il successo, grazie ai dischi e al film, si estese anche all'Europa, dove la canzone venne ripresa ed incisa da Josephine Baker,




Da allora il brano è divenuto gradualmente un successo planetario eseguito della orchestre più famose e dai cantanti più illustri, raggiungendo più volte nelle varie interpretazioni i vertici delle classifiche discografiche.
Benny Goodman lo incluse nel suo repertorio fin dagli inizi e lo esegui anche nel famoso concerto del 1938 che per la prima volta fece entrare il jazz alla Carnegie Hall, fino ad allora tempio della musica classica.




Anche Duke Ellington, nei vari concerti che negli anni '40 tenne alla Carnegie Hall, ne presentò un particolare arrangiamento di Mary Lou Williams, intitolato Trumpet No End, che metteva in evidenza la sezione di trombe dell'orchestra. Di seguito l'esecuzione che chiudeva il concerto del 27 dicembre 1947. le trombe sono: Francis Williams, Al Killian, Shorty Baker e Shelton Hemphill.


L'orchestra di Tommy Dorsey ne affidava invece l'interpretazione alla voce della stella emergente dell'epoca: Frank Sinatra, qui in una incisione del 1941.



Il brano ebbe all'epoca, una certa diffusione anche in Italia grazie all'interpretazione di Gorni Kramer



che all'inizio degli anni '40 ne incise una versione con il suo complesso e che, per le note leggi contro le parole straniere, dovette intitolare: Cieli Azzurri.

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Nel dopoguerra la popolarità del brano rimase invariata per molti anni, grazie a numerose versioni, soprattutto vocali, che si susseguirono nel tempo.
Fra queste ne segnalo due, una femminile e una maschile, che a mio avviso, sono fra le più significative dal punto di vista jazzistico.




La prima è di Dinah Washington, dall'album  After Hours with Miss D del 1953 con, fra gli altri, Junior Mance al piano, Eddie"Lockjaw" Davis al sax tenore e Clark Terry alla tromba.



La versione maschile scelta è quella di Johnny Hartman dall'album All of Me del 1956


con l'orchestra di Ernie Wilkins comprendente, fra gli altri, Howard McGhee alla tromba, Lucky Thompson al sax tenore e Hank Jones al piano.




Nel 1978 la canzone ebbe una seconda giovinezza grazie al famoso folk-singer Willie Nelson, il quale, con una versione vagamente country, raggiunse i vertici delle vendite, rimanendovi per lungo tempo e l'album Stardust che comprendeva il brano vendette milioni di copie ed ancora oggi risulta fra i suoi più veduti.




In questi ultimi 30 e passa anni la canzone ha continuato ad essere riproposta, sia in versione strumentale, sia in versione vocale da numerosissimi artisti. Fra le diverse decine di esecuzioni più o meno brillanti ne ho scelto tre differenti per stile e qualità. La prima del 1994 vede Oscar Peterson, cimentarsi con il violinista classico Itzak Perlman. Due virtuosi dei rispettivi strumenti in una esecuzione che si differenzia da quelle più diffuse.


La cantante e band leader canadese Susie Arioli nel 2008 ne incluse una versione nel suo album "Night Light


che ebbe un discreto successo e venne spesso ripresa nei diversi concerti. Di seguito l'esecuzione al Festival del Jazz di Montreal del 2011. Una vivace versione Live che conferma la popolarità della canzone, nonostante i suoi 85 anni.


Concludiamo questa rassegna con una voce maschile, quella del crooner nostrano Mario Biondi con l'esecuzione tratta dal suo eccellente doppio CD dello scorso anno: Due.

martedì 13 dicembre 2011

Duke Ellington: dopo più di 50 anni uno spettacolo ancora tutto da godere.


Questo filmato, girato giusto 50 anni fa in Germania, riprende Duke Ellington e la sua orchestra in una della migliaia di serate nelle quali per decenni ha allietato appassionati di jazz e non, in giro per il mondo.


Il grande maestro ha trascorso gran parte della sua vita sul palcoscenico a dirigere quello strumento perfetto che era la sua orchestra ed in camere d'albergo dove ha realizzato gran parte dei suoi capolavori. Un rito quasi quotidiano, scandito da quel "I Love You Madly" che era la sua vera sigla, quasi una routine, che però era sempre ad altissimi livelli, con solisti eccellenti che, sollecitati dall'entusiasmo del pubblico, non si risparmiavano, offrendo ogni sera uno spettacolo straordinario.




lunedì 5 dicembre 2011

Ancora su Lush Life

Pubblicato domenica 4 novembre 2007

Questa sera torno sulla bellissima Lush Life di Billy Strayhorn di cui ho parlato nella pagina precedente, invitandovi ad ascoltare la versione eseguita da Johnny Hartman con il quartetto di John Coltrane.


Una volta finita questa versione, passate al video qui sotto con la grande Ella Fitzgerald che accompagnata da Duke Ellington ce ne da un'altra bellissima versione.

Billy Strayhorn-Duke Ellington: Magico Incontro

Pubblicato giovedì 1 novembre 2007

Quarant'anni fà, il 31 maggio 1967, moriva Billy Strayhorn da molti definito "alter ego" o "uomo ombra" del Duca.
Arrangiatore, compositore, pianista e paroliere nei quasi trent'anni di collaborazione col maestro contribuì in maniera determinante allo straordinario successo dell'orchestra nel periodo che, unanimemente, viene considerato il migliore della sua storia.
L'incontro con Ellington avvenne casualmente. Billy era nato il 29 novembre 1915 a Dayton (Ohio), ma giovanissimo si trasferì a Pittsburg (Pennsylvania) dove, durante il ginnasio, studiò pianoforte, approfondendo armonia e tecnica, rivelandosi un buon pianista classico.
Di Pittsburg era anche il grande Erroll Garner, che Billy andava ad ascoltare spesso e che lo inizò al jazz. Il passaggio a questa nuova musica fu graduale e gli influssi classici (soprattutto di Debussy, Ravel e Stravinskij) si faranno sentire spesso nelle sue composizioni.
Dopo il diploma lavorò come commesso in una drogheria e la musica era un corollario; nel tempo libero di dilettava a scrivere canzoni, sia musica che parole.
Nel 1938 l'orchestra di Ellington suonò a Pittsburg e dopo il concerto Billy riuscì ad entrare nel camerino del Duca, presentandosi come compositore. Il maestro lo invitò a suonargli qualcosa e Billy gli fece ascoltare la sua ultima composizione. Il brano impressionò favorevolmente Ellington, soprattutto per il testo  e dopo alcuni mesi egli venne assunto nell'orchestra come paroliere.
Il brano suonato quella sera era Lush Life, che diverrà uno degli standards più popolari sia per la musica, sia per il testo, considerato di grande valore poetico. Stranamente, però, questo brano non entrò mai nel repertorio dell'orchestra e, per anni, rimase inedito. Solo nel 1949, grazie a Nat King Cole che lo lanciò, divenne un grande successo ripreso da molti artisti.
Qui di seguito possiamo ascoltarne una rarissima versione eseguita dall'autore che si cimenta anche come cantante. Il brano è tratto da un LP di inediti che la rivista "Musica Jazz" nel 1987 dedicò a Strayhorn, in occasione del 20° anniversario della sua scomparsa.



Entrato nella compagine ellingtoniana come paroliere venne però impiegato prevalentemente come arrangiatore e compositore firmando da solo o in coppia con il maestro molti dei brani più famosi dell'orchestra.
La sua vita trascorse pressoché interamente dietro le quinte, solo raramente entrava in scena per sostituire Duke al piano o per esibirsi con lui in duetti.
Ebbe anche l'opportunità di incidere alcuni dischi a suo nome alla guida della compagine ellingtoniana che, però, non ebbero grande risonanza.
La sua vita privata trascorse ugualmente nell'ombra, anche a causa della sua omosessualità vissuta come un cruccio, e la musica ed il lavoro per l'orchestra furono l'unico scopo della sua esistenza. Col tempo il rapporto con Ellington divenne quasi simbiotico, al punto da non distinguere più il contributo dell'uno o dell'altro nelle diverse composizioni. Composizioni numerosissime e tutte di livello eccellente che per anni hanno fatto parte del repertorio dell'orchestra.
La più nota agli amanti della musica ellingtoniana è senz'altro quel Take the A Train dal 1941 in poi sigla dell'orchestra, nata come idea di Billy mentre viaggiava sulla linea della metropolitana che da Manhattan porta ad Harlem, nota, appunto come il "treno A".

Fra le molte opere del repertorio dell'orchestra che compose negli anni e che sono divenute dei classici ricordiamo: Day DreamPassion FlowerMidriffJohnny Come Lately (dedicato alla scarsa puntualità di Johnny Hodges), A Flower is a Lvesome ThingChelsea BridgeLotus BlossomBlood Count, ecc. tutte  molto note agli appasionati.
Quando Billy stava per compiere 50 anni gli venne diagnosticato un cancro all'esofago che, in meno di due anni, lo portò alla morte. La sua scomparsa lasciò un vuoto incolmabile nella vita di Ellington e della sua orchestra, che può essere percepito ascoltando al produzione ellingtoniana dopo il 1967.
 A questo grande collaboratore Ellington dedicò un album da molti considerato uno dei più belli della sua sterminata discografia: ... and His Mother Called Him Bill, un vero gioiello che dovrebbe essere presente nella discoteca di ogni appassionato.




In occasione del 40° anniversario della morte la Blue Note ha pubblicato un album intitolato Lush Life dove numerosi musicisti di oggi rendono omaggio a Strayhorn suonando la sua musica.


Io però preferisco le versioni originali. Di seguito due delle mie preferite: Day Dream, che è stato il primo brano scritto da Billy per l'orchestra, pensando particolarmente a Johnny Hodges, che ce ne offre una mirabile interpretazione.


Chelsea Bridge, infine, è un'altra perla straordinaria, incisa moltissime volte dall'orchestra, e che qui ascoltiamo in una versione del 1941. I solisti sono lo stesso Strayhorn al piano, un sublime Ben Webster al sax tenore ed un melanconico Juan Tizol al trombone. Ogni volta che l'ascolto provo nuove emozioni.