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martedì 3 aprile 2018

I miei standards preferiti: What's New (1939) [repost rinnovato]

Nell'ottobre 1938 Bob Haggart, bassista e compositore, all'epoca membro dell'orchestra di Bob Crosby, scrisse I'm Free, pensando alla tromba dell'amico Billy Butterfield, collega nella stessa orchestra. Un brano eccellente molto apprezzato da Crosby e che venne subito registrato con una pregevole esecuzione proprio di Butterfield. Il solista al sassofono è Eddie Miller.




Vista la notevole qualità della musica, l'anno successivo il paroliere Johnny Burke la corredò con un romantico testo sull'incontro fra due ex amanti che intitolò What's New. 


La canzone venne subito registrata dal cantante più in auge del momento: Bing Crosby, fratello di Bob, che ne fece un grande successo di vendite.



Il brano divenne presto famoso e venne ripreso da molte orchestre raggiungendo un'enorme popolarità.

Negli anni del dopoguerra si annoverano decine di versioni sia strumentali, sulle quali tornerò più avanti, sia vocali. Fra quest'ultime, veramente numerose, tre in particolare meritano, a mio avviso, di essere ricordate, dal punto di vista jazzistico. La prima è quella realizzata nel dicembre del 1954 dalla giovane Helen Merrill, nell'omonimo disco di esordio, accompagnata da un gruppo di musicisti di grande livello fra i quali spicca la tromba di Clifford Brown.


La seconda. dell'anno successivo, è quella di Billie Holiday, che, solo verso la fine della carriera, affrontò questo brano, incluso nell'album Velvet Mood, un Lp di standards 


realizzato con la collaborazione di un notevole gruppo di jazzisti come Harry "Sweet" Edison alla tromba, Benny Carter al sax alto, Jimmy Rowles al piano, Barney Kessel alla chitarra, ecc.. La copertina  un pò ruffiana, venne scelta per attirare anche acquirenti non del tutto interessati al jazz.


La terza versione è quella realizzata dal grande Satchmo nel 1957 contenuta nell'album Louis Armstrong meets Oscar Petersonsicuramente la miglior versione vocale maschile mai realizzata.


Di notevole spessore jazzistico sono anche molte versioni strumentali, che vedono impegnati alcuni dei maggiori jazzisti di quegli anni. 
Iniziamo però con una curiosità: siamo nel 1952, anno fra i più difficili nella carriera di Miles Davis, come lui stesso affermò nella sua biografia: «Ero sprofondato in una sorta di nebbia, ero sempre fatto e sfruttavo le donne per la roba [...] avevo una scuderia di puttane che battevano per me» e qui lo troviamo a fare da spalla a Jimmy Forrest, un modesto sassofonista che quell'anno aveva raggiunto una certa popolarità grazie al brano Night Train, che aveva scalato tutte le classifiche. La registrazione venne effettuata dal vivo al Barrell, un night club di Delmar in Missouri nel marzo 1952.



Non si tratta certo di una esecuzione memorabile, gli assolo sono elementari, ma resta comunque un documento interessante.
L'esecuzione  che propongo di seguito, realizzata nel 1956, dal vivo, dal quintetto di Clifford Brown e Max Roach, sembra venire da un altro pianeta. L'assolo di Brownie è strepitoso per originalità e fantasia.



Un altra esecuzione interessante e particolare è quella del trombettista canadese Maynard Ferguson realizzata all'inizio degli anni '50 con l'orchestra di Stan Kenton


Oltre ai numerosi trombettisti che, sulle orme di Billy Butterfield, nel tempo si sono cimentati con questo standard, anche molti sassofonisti, affascinati dalla straordinaria dolcezza della melodia, che ne faceva una ballad perfetta, ne diedero una propria lettura.
Cominciamo con Serge Chaloff, sassofonista baritono, uno dei Four Brothers di Woody Herman, che nel 1955, un anno prima della sua prematura scomparsa, ne incise una suadente versione con un proprio sestetto 



L'anno seguente fu la volta dell'altosassofonista Art Pepper che ne realizzò una versione in quartetto, anche questa altrettanto originale  e intrigante


In questa selezione non poteva mancare colui che è considerato lo specialista assoluto delle ballads, il tenorsassofonista Ben Webster che nel 1965 la incluse nel suo splendido album There Is No Greater Love, una specie di compendio del meglio delle ballads. Il pianista è Kenny Drew, al basso N-H. Ø. Pedersen e alla batteria Alex Riel. La perfezione assoluta!



Molto diversa, ma altrettanto toccante, è la lettura che John Coltrane ne dà con il suo classico quartetto, contenuta nell'album Ballads del 1961.


Questo standard è stato spesso eseguito anche da molti jazzisti italiani fra i quali ricordo Enrico Rava (in Age Mur con Lee Konitz), Massimo Urbani che ne ha realizzato diverse versioni, Franco Ambrosetti, Francesco Cafiso e molti altri. Tuttavia la versione più interessante, dal punto di vista storico, è quella realizzata nel 1988 da Lino Patruno con un quintetto che comprendeva al basso proprio Bob Haggart, il compositore del brano. Una vera perla per concludere questa carrellata su uno degli standards più famosi e popolari.






P.S. Questo post venne pubblicato la prima volta circa sei anni fa e necessitava di essere rivisto per sostituire video non più disponibili e per aggiornarlo con video più recenti o trascurati allora.
Rovistando fra vecchissimi LP ho scovato una versione di questo brano incisa nel 1958 da un misterioso gruppo denominato Modern Flaminia Quintet composto da musicisti sconosciuti tranne per il batterista Lionello Bionda. Una versione molto anni '50, da night club, con un discreto sassofonista Cecchino Tommasini di cui si sono perse le tracce, lo stesso dicasi per il vibrafonista Giovanni Spalletti, il pianista Raffaele Giusti e il bassista Sandro Santoni. 



Nel 2013 la cantante norvegese Elvira Nikolaisen e il trombettista Matthias Eick hanno realizzato una versione molto "nordica", con sfumature boreali che, per certi versi, la rende affascinante.




Infine concludiamo questa rassegna con colui che oggi è considerato il miglior trombettista in circolazione Ambrose Akinmusire, che, evitando di ricalcare le letture di illustri predecessori, ne ha dato nel 2011 una versione abbastanza originale.


martedì 4 settembre 2012

I miei standards preferiti: What's New (1939)

Nell'ottobre 1938 Bob Haggart, bassista e compositore, all'epoca membro dell'orchestra di Bob Crosby, scrisse I'm Free, pensando alla tromba dell'amico Billy Butterfield, collega nella stessa orchestra. Un brano eccellente molto apprezzato da Crosby e che venne subito registrato con una pregevole esecuzione proprio di Butterfield. Il solista al sassofono è Eddie Miller.


Vista la notevole qualità della musica, l'anno successivo il paroliere Johnny Burke la corredò con un romantico testo sull'incontro fra due ex amanti che intitolò What's New. 



La canzone venne subito registrata dal cantante più in auge del momento: Bing Crosby, fratello di Bob, che ne fece un grande successo di vendite.




Il brano divenne presto famoso e venne ripreso da molte orchestre raggiungendo un'enorme popolarità.
Negli anni del dopoguerra si annoverano decine di versioni sia strumentali, sulle quali tornerò in seguito, sia vocali. Fra quest'ultime, veramente numerose, tre in particolare meritano, a mio avviso, di essere ricordate, dal punto di vista jazzistico. La prima è quella realizzata nel dicembre del 1954 dalla giovane Helen Merrill, nell'omonimo disco di esordio, accompagnata da un gruppo di musicisti di grande livello fra i quali spicca la tromba di Clifford Brown.


La seconda. dell'anno successivo, è quella di Billie Holiday, che solo verso la fine della carriera, affrontò questo brano, incluso nell'album Velvet Mood, un Lp di standards 


realizzato con la collaborazione di un notevole gruppo di jazzisti come Harry "Sweet" Edison alla tromba, Benny Carter al sax alto, Jimmy Rowles al piano, Barney Kessel alla chitarra, ecc.. La copertina  un pò ruffiana, venne scelta per attirare anche acquirenti non del tutto interessati al jazz.


La terza versione è quella realizzata dal grande Satchmo nel 1957 contenuta nell'album Louis Armstrong meets Oscar Peterson,


sicuramente la miglior versione vocale maschile mai realizzata.




Di notevole spessore jazzistico sono anche molte versioni strumentali, che vedono impegnati alcuni dei maggiori jazzisti di quegli anni. 
Iniziamo però con una curiosità: siamo nel 1952, anno fra i più difficili nella carriera di Miles Davis, come lui stesso affermò nella sua biografia: «Ero sprofondato in una sorta di nebbia, ero sempre fatto e sfruttavo le donne per la roba [...] avevo una scuderia di puttane che battevano per me» e qui lo troviamo a fare da spalla a Jimmy Forrest, un modesto sassofonista che quell'anno aveva raggiunto una certa popolarità grazie al brano Night Train, che aveva scalato tutte le classifiche. La registrazione venne effettuata dal vivo al Barrell, un night club di Delmar in Missouri nel marzo 1952.


Non si tratta certo di una esecuzione memorabile, gli assolo sono elementari, ma resta comunque un documento interessante.
L'esecuzione  che propongo di seguito, realizzata nel 1956, dal vivo, dal quintetto di Clifford Brown e Max Roach, sembra venire da un altro pianeta. L'assolo di Brownie è strepitoso per originalità e fantasia.



Un altra esecuzione interessante e particolare è quella del trombettista canadese Maynard Ferguson realizzata all'inizio degli anni '50 con l'orchestra di Stan Kenton


Oltre ai numerosi trombettisti che, sulle orme di Billy Butterfield, nel tempo si sono cimentati con questo standard, anche molti sassofonisti, affascinati dalla straordinaria dolcezza della melodia, che ne faceva una ballad perfetta, ne diedero una propria lettura.
Cominciamo con Serge Chaloff, sassofonista baritono, uno dei Four Brothers di Woody Herman, che nel 1955, un anno prima della sua prematura scomparsa, ne incise una suadente versione con un proprio sestetto 


L'anno seguente fu la volta dell'altosassofonista Art Pepper che ne realizzò una versione in quartetto, anche questa altrettanto originale  e intrigante


In questa selezione non poteva mancare colui che è considerato lo specialista assoluto delle ballads, il tenorsassofonista Ben Webster che nel 1965 la incluse nel suo splendido album There Is No Greater Love, una specie di compendio del meglio delle ballads. Il pianista è Kenny Drew, al basso N-H. Ø. Pedersen e alla batteria Alex Riel. La perfezione assoluta!


Molto diversa, ma altrettanto toccante, è la lettura che John Coltrane ne dà con il suo classico quartetto, contenuta nell'album Ballads del 1961.


Questo standard è stato spesso eseguito anche da molti jazzisti italiani fra i quali ricordo Enrico Rava (in Age Mur con Lee Konitz), Massimo Urbani che ne ha realizzato diverse versioni, Franco Ambrosetti, Francesco Cafiso e molti altri. Tuttavia la versione più interessante, dal punto di vista storico, è quella realizzata nel 1988 da Lino Patruno con un quintetto che comprendeva al basso proprio Bob Haggart, il compositore del brano. Una vera perla per concludere questa carrellata su uno degli standards più famosi e popolari.

domenica 2 settembre 2012

Ricordo di Art Pepper (1 sett. 1925 - 15 giu. 1982)


Ieri era l'anniversario della nascita di Art Pepper, ma avendo il computer inagibile ho deciso di ricordarlo comunque oggi. Per l'occasione ho rielaborato e arricchito di video un mio vecchio post pubblicato diversi anni fa, nella speranza di rinverdirne il ricordo.

martedì 20 dicembre 2011

The Milcho Leviev quart. (feat. Art Pepper) - Blues for the Fisherman (1980)

Repost from Splinder (12 apr. 2010)


Fra i tanti dischi di Art Pepper pubblicati negli ultimi anni della sua vita il Live [di cui ho già acennato in un mio precedente post (qui)] con il quartetto di Milcho Leviev : Blues for the Fisherman registrato presso il Ronnie Scott's Club di Londra nel giugno del 1980 è considerato sicuramente uno dei più interessanti e meglio riusciti.



Con il pianista e compositore bulgaro Leviev (classe 1937) Pepper ha collaborato in diverse occasioni dopo il loro incontro come membri dell'orchestra di Don Ellis, dove aveva avuto l'occasione di apprezzarne la straordinaria abilità tecnica. In questa particolare occasione il connubio raggiunse veramente risultati straordinari che ancora oggi meritano di essere apprezzati.



Personnel:
Milcho Leviev (piano)
Art Pepper (alto sax)
Tony Dumas (bass)
Carl Burnett (drums)
Tracklist
---------
01. True Blues (A. Pepper) 11:15
02. Make a List, Make a Wish (A. Pepper) 17:00
03. Sad, a Little Bit (M. Leviev) 7:22
04. Ophelia (A. Pepper) 10:32
05 Goodbye (Gordon Jenkins) 11:17
6. Blues for the Fisherman (A. Pepper) 13:00

Per maggiori dettagli vedere il mio contributo sul blog collettivo Jazz Blues Club 

LINK (rapidshare)

part 1
part 2

sabato 10 dicembre 2011

Art Pepper: il sogno irrealizzato di una “vita ordinata” (Straight Life)

Repost from Splinder (3 dec. 2008) 


La figura di Art Pepper (1925-1982), a causa della sua vita tormentata, segnata dalla droga e dal carcere, viene spesso accomunata a quella di Chet Baker, due “belli e dannati”.


Essi, fra il 1956 e 1957, ebbero anche occasione di registrare insieme una serie di brani che verranno pubblicati in due LP di successo The Route

Playboys (quest'ultimo ripubblicato in anni recenti in CD con il titolo Picture of the Heart.)


Di seguito un brano tratto da quest'ultimo album




I due personaggi, tuttavia, a parte l'innegabile talento e le disavventure giudiziarie, erano in realtà molto diversi. Shelly Manne che li conosceva bene, avendo suonato spesso con entrambi, in un'intervista rilasciata anni fà a Bruno Schiozzi, insistette su questo aspetto. A suo giudizio infatti Pepper era una persona gentile e amabile, mentre Chet era egocentrico, ambizioso ed egoista.
Nel corso della propria vita Pepper ha aspirato sempre a raggiungere quella Straight Life, idea ricorrente fin dal 1954, quando incise per la prima volta quel titolo, divenuto anche il titolo della sua autobiografia scritta a quattro mani con l'ultima moglie Laurie Miller1.
Obbiettivo purtroppo mai completamente perseguito a causa di quel cancro dell'anima che era la dipendenza dagli stupefacenti. Una strada in salita, difficile da percorrere, come sembra emblematicamente mostrare questa foto.



Nato da una famiglia disastrata, il padre marinaio e la madre una quindicenne di origine italiana, in seguito al divorzio dei genitori, che si disinteressarono completamente di lui, venne allevato dalla nonna materna senza avere più contatti con loro. Questo background familiare sarebbe all'origine della sua iniziazione alla droga.
Dotato di uno straordinario talento musicale, sin da piccolo iniziò a suonare il clarinetto ispirandosi ad Artie Shaw.

Dopo aver ascoltato alla radio Johnny Hodges e Benny Carter decise di dedicarsi allo studio del sax alto, e sin da giovanissimo si fece le ossa con un'orchestra da ballo in giro per la California. Questa utile esperienza gli aprì, a soli 18 anni, la strada verso una grande orchestra jazz, quella del suo idolo Benny Carter, dove ebbe modo di mettersi in luce. Successivamente entrò a far parte dell'orchestra di Stan Kenton, all'epoca molto alla moda, ma, dopo poco, venne chiamato sotto le armi, dove, però, continuò a suonare in una banda militare.
Una volta congedato, dopo un breve periodo di free lance, venne richiamato da Stan Kenton, con il quale rimase per per ben 5 anni, divenendo uno dei solisti di punta dell'orchestra. Nella foto sotto lo vediamo giovanissimo in un elegante “look latino”.


Nel 1950 il maestro, come era solito fare per i suoi musicisti più importanti, gli dedicò una composizione intitolata appunto Art Pepper.
Nel dicembre 1951 incise alcuni brani in cui, per la prima volta, compariva come leader assieme al trombettista “kentoniano” Shorty Rogers. [Shorty Rogers/Art Pepper – Popo (Xanadu LP 148)].
Nel febbraio del 1952, lasciata l'orchestra, debutta al Surf Club di Los Angeles con un proprio quartetto comprendente Hampton Hawes al piano, Joe Mondragon al basso e Larry Bunker alla batteria e vibrafono, riscuotendo un notevole successo. Quello stesso anno e l'anno successivo la rivista musicale Metronome, lo voterà come terzo miglior alto sassofonista dopo Charlie Parker e Lee Konitz, grazie anche ad uno stile personale che si differenziava da quello dei due colleghi, all'epoca invece molto seguiti ed imitati.
La formula del quartetto, adottata prevalentemente in quegli anni, gli permise di evidenziare le sue qualità stilistiche, che possono essere apprezzate nei numerosi album comprendenti le incisioni di quegli anni, come ad esempio il Savoy Surf Ride del 1953 che contiene anche alcune incisioni con il tenorista Jack Montrose, molto interessanti.


Di seguito due brani tratti da quello storico album:
1) Brown Gold (Art Pepper)
2) Surf Ride (Art Pepper)


Purtroppo quelli furono anche gli anni in cui venne, più di una volta, arrestato per uso di droga, e fino al 1957 il suo lavoro era continuamente spezzettato da periodi più o meno lunghi di carcere. Risalgono a quegli anni le già citate collaborazioni con Chet Baker.
Nel 1957 nacque l'amicizia con Lester Koenig, proprietario della casa discografica Contemporary, che diventerà fondamentale per Pepper nei momenti più difficili. Il primo frutto di questa nuova collaborazione fu un album che diverrà una pietra miliare nella storia del jazz: Art Pepper meets the Rhythm Session in cui all'altosassofonista viene affiancata la favolosa ritmica del quintetto di Miles Davis di quegli anni, quello con John Coltrane, composta da Red Garland al piano, Paul Chambers al basso e Philly Jo Jones alla batteria.


Il risultato fu eccellente, Down Beat premiò il disco con il massimo punteggio (5 Stelle) ed ancora oggi resta un album tutto da ascoltare. La musica viene eseguita con grande maestria e l'amalgama con la sezione ritmica è tale che non sembra affatto che siano stati messi insieme solo per l'occasione. Di seguito un brano tratto da quell'album  


Due anni dopo nel 1959, venne realizzato un secondo album altrettanto pregevole ed interessante, anche per la formula completamente diversa: Art Pepper Plus Eleven: Modern Jazz Classics

In esso vengono proposte diverse note composizioni di alcuni famosi jazzisti quali Charlie Parker, Gerry Mulligan, Sonny Rollins, Horace Silver, Thelonious Monk, e altri, tutte arrangiate magistralmente da Marthy Paich e arricchite da ottimi interventi solistici di Pepper, particolarmente in forma, non solo al sax alto, ma anche al clarinetto e al tenore, rivelandosi un bravissimo polistrumentista. Di alcuni di questi brani si possono ascoltare diverse versioni, eseguite nella stessa seduta, in cui Pepper alterna l'assolo fra il clarinetto e il tenore, dimostrando una straordinaria versatilità strumentale ed un particolare vena improvvisativa.
Qui ripropongo una strepitosa versione del classico Four Brothers




Nonostante questi ottimi risultati artistici Pepper si dimostrò sempre più incapace di gestire la propria vita professionale, trovandosi costretto a fare il piazzista di strumenti musicali per sopravvivere.
Ciononostante nel 1960 trovò il modo di realizzare un nuovo eccellente album ancora per la Contemporary: Gettin' Together sempre con la sezione ritmica di Miles Davis, che nel frattempo era parzialmente cambiata. Del vecchio organico restava solo Paul Chambers, mentre al piano a Garland era subentrato Wynton Kelly e alla batteria c'era Jimmy Cobb per P.J. Jones. In alcuni titoli suona anche Conte Candoli alla tromba, ma il suo apporto è tutt'altro che significativo.

Nel video seguente è possibile ascoltare il brano che da il titolo all'album.




L'anno dopo, purtroppo, per lui si aprirono le porte del famigerato carcere di San Quintino ed ebbe inizio un calvario che durerà per quasi 15 anni. Questo provvedimento così severo non fu dovuto a qualche feroce crimine, ma solo all'incapacità di liberarsi dalla schiavitù dell'eroina. Per anni la sua vita sarà caratterizzata da frequenti incarcerazioni, prolungate cure, quasi sempre senza esito, e gravi difficoltà economiche. Nel 1968 ottenne una breve scrittura con l'orchestra di Buddy Rich, esaurita la quale si ritrovò di nuovo in mezzo alla strada.
Quelli per il jazz erano anni cruciali, di mutamenti stilistici e di sconvolgimenti estetici, difficili da seguire dal di fuori, ma grazie ai dischi egli riuscì a non perdere di vista quel mondo. Un musicista lo segnerà particolarmente: John Coltrane.
Nella sua autobiografia confessa: «Per me ascoltare la sua musica si trattò di un'esperienza liberatoria, Mi permise di diventare musicalmente più avventuroso, di ampliare la scelta delle note e l'impatto emozionale. Mi aiutò a superare quelle inibizioni che mi avevano fin lì impedito di maturare artisticamente».
Tuttavia solo nel 1975, all'età di 50 anni, dopo anni di angoscianti terapie e grazie all'affetto di molti amici e colleghi, alla dedizione della terza moglie Laurie, ed alla fiducia riposta da sempre in lui dal produttore Lester Koenig riprese gradualmente ad esibirsi ed a incidere.
L'8 agosto tornò in sala d'incisione alla testa di un quartetto comprendente al piano quello stesso Hampton Hawes del suo primo quartetto di 23 anni prima, Charlie Haden al basso, e Shelly Manne alla batteria, un fedele amico che non lo aveva mai abbandonato anche negli anni di maggiore difficoltà.
Il risultato fu un Living Legend , l'album che gli riaprì le porte della fama e del successo. La sua musica era diversa da quella di quindici anni prima, più matura, con una maggiore forza espressiva e più libera nelle improvvisazioni, e al contempo segnata dal suo tragico percorso esistenziale.


L'album conteneva lo splendido Lost Life , brano scritto quasi per esorcizzare gli errori passati




Questa “rinascita” fu caratterizzata da un crescente successo, sempre in continua ascesa, raggiungendo vertici elevati di popolarità anche a livello internazionale, stroncati solo da un'improvvisa morte per emorragia cerebrale nel 1982 a soli 57 anni. Qui sotto il numero di Musica Jazz del 1982 con l'annuncio della scomparsa.

Quegli ultimi 7 anni furono caratterizzati da una vastissima produzione discografica, il successo e la fama fecero si che tutto ciò che suonava, anche se non particolarmente significativo, venisse registrato, e districarsi fra questa mole di materiale non è semplice né facile.
Degne di nota, a mio avviso, sono alcune incisioni registrate dal vivo al Village Vanguard nel 1977, che rappresentarono anche la prima volta in cui Pepper si esibiva a New York in veste di leader. L'edizione completa di quei concerti è riportata in ben nove CD, ma esiste anche un CD (un po' più difficile da reperire essendo stato pubblicato prima) contenente il meglio di quelle serate, più indicato per chi voglia farsi un'idea senza doversi sorbire ore e ore di musica.





Molto interessanti sono anche le incisioni del gruppo formato con il pianista bulgaro Milcho Leviev contenute nell'album Blues for the Fisherman, uscito a nome di quest'ultimo nel 1980 e registrate dal vivo al Ronnie Scott's Club di Londra.


Questo album è stato presentato QUI dove è possibile anche il download
Infine non può mancare Straight Life del 1979, con un'altra ritmica da sogno: Tommy Flanagan al piano, Red Mitchell al basso e Billy Higgins alla batteria.



Di seguito il brano che da il titolo sia all'album sia alla biografia



Di Art Pepper, indimenticabile artista, scevro da snobismi e insensibile alle mode, restano la sincerità e l'autenticità della sua musica, vissuta come fatto spirituale e spontaneo. Da alcuni è stato per certi versi paragonato al nostro Massimo Urbani, proprio per la lontananza dalle mode musicali e dai prodotti realizzati solo a fini commerciali.




1Straight Life. The Story of Art Pepper di Art e Laurie Pepper, Da Capo Press, 1994, Il libro non è mai stato tradotto in italiano ma un'interessante scheda critica può essere consultata a Questo link: