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martedì 3 aprile 2018

I miei standards preferiti: What's New (1939) [repost rinnovato]

Nell'ottobre 1938 Bob Haggart, bassista e compositore, all'epoca membro dell'orchestra di Bob Crosby, scrisse I'm Free, pensando alla tromba dell'amico Billy Butterfield, collega nella stessa orchestra. Un brano eccellente molto apprezzato da Crosby e che venne subito registrato con una pregevole esecuzione proprio di Butterfield. Il solista al sassofono è Eddie Miller.




Vista la notevole qualità della musica, l'anno successivo il paroliere Johnny Burke la corredò con un romantico testo sull'incontro fra due ex amanti che intitolò What's New. 


La canzone venne subito registrata dal cantante più in auge del momento: Bing Crosby, fratello di Bob, che ne fece un grande successo di vendite.



Il brano divenne presto famoso e venne ripreso da molte orchestre raggiungendo un'enorme popolarità.

Negli anni del dopoguerra si annoverano decine di versioni sia strumentali, sulle quali tornerò più avanti, sia vocali. Fra quest'ultime, veramente numerose, tre in particolare meritano, a mio avviso, di essere ricordate, dal punto di vista jazzistico. La prima è quella realizzata nel dicembre del 1954 dalla giovane Helen Merrill, nell'omonimo disco di esordio, accompagnata da un gruppo di musicisti di grande livello fra i quali spicca la tromba di Clifford Brown.


La seconda. dell'anno successivo, è quella di Billie Holiday, che, solo verso la fine della carriera, affrontò questo brano, incluso nell'album Velvet Mood, un Lp di standards 


realizzato con la collaborazione di un notevole gruppo di jazzisti come Harry "Sweet" Edison alla tromba, Benny Carter al sax alto, Jimmy Rowles al piano, Barney Kessel alla chitarra, ecc.. La copertina  un pò ruffiana, venne scelta per attirare anche acquirenti non del tutto interessati al jazz.


La terza versione è quella realizzata dal grande Satchmo nel 1957 contenuta nell'album Louis Armstrong meets Oscar Petersonsicuramente la miglior versione vocale maschile mai realizzata.


Di notevole spessore jazzistico sono anche molte versioni strumentali, che vedono impegnati alcuni dei maggiori jazzisti di quegli anni. 
Iniziamo però con una curiosità: siamo nel 1952, anno fra i più difficili nella carriera di Miles Davis, come lui stesso affermò nella sua biografia: «Ero sprofondato in una sorta di nebbia, ero sempre fatto e sfruttavo le donne per la roba [...] avevo una scuderia di puttane che battevano per me» e qui lo troviamo a fare da spalla a Jimmy Forrest, un modesto sassofonista che quell'anno aveva raggiunto una certa popolarità grazie al brano Night Train, che aveva scalato tutte le classifiche. La registrazione venne effettuata dal vivo al Barrell, un night club di Delmar in Missouri nel marzo 1952.



Non si tratta certo di una esecuzione memorabile, gli assolo sono elementari, ma resta comunque un documento interessante.
L'esecuzione  che propongo di seguito, realizzata nel 1956, dal vivo, dal quintetto di Clifford Brown e Max Roach, sembra venire da un altro pianeta. L'assolo di Brownie è strepitoso per originalità e fantasia.



Un altra esecuzione interessante e particolare è quella del trombettista canadese Maynard Ferguson realizzata all'inizio degli anni '50 con l'orchestra di Stan Kenton


Oltre ai numerosi trombettisti che, sulle orme di Billy Butterfield, nel tempo si sono cimentati con questo standard, anche molti sassofonisti, affascinati dalla straordinaria dolcezza della melodia, che ne faceva una ballad perfetta, ne diedero una propria lettura.
Cominciamo con Serge Chaloff, sassofonista baritono, uno dei Four Brothers di Woody Herman, che nel 1955, un anno prima della sua prematura scomparsa, ne incise una suadente versione con un proprio sestetto 



L'anno seguente fu la volta dell'altosassofonista Art Pepper che ne realizzò una versione in quartetto, anche questa altrettanto originale  e intrigante


In questa selezione non poteva mancare colui che è considerato lo specialista assoluto delle ballads, il tenorsassofonista Ben Webster che nel 1965 la incluse nel suo splendido album There Is No Greater Love, una specie di compendio del meglio delle ballads. Il pianista è Kenny Drew, al basso N-H. Ø. Pedersen e alla batteria Alex Riel. La perfezione assoluta!



Molto diversa, ma altrettanto toccante, è la lettura che John Coltrane ne dà con il suo classico quartetto, contenuta nell'album Ballads del 1961.


Questo standard è stato spesso eseguito anche da molti jazzisti italiani fra i quali ricordo Enrico Rava (in Age Mur con Lee Konitz), Massimo Urbani che ne ha realizzato diverse versioni, Franco Ambrosetti, Francesco Cafiso e molti altri. Tuttavia la versione più interessante, dal punto di vista storico, è quella realizzata nel 1988 da Lino Patruno con un quintetto che comprendeva al basso proprio Bob Haggart, il compositore del brano. Una vera perla per concludere questa carrellata su uno degli standards più famosi e popolari.






P.S. Questo post venne pubblicato la prima volta circa sei anni fa e necessitava di essere rivisto per sostituire video non più disponibili e per aggiornarlo con video più recenti o trascurati allora.
Rovistando fra vecchissimi LP ho scovato una versione di questo brano incisa nel 1958 da un misterioso gruppo denominato Modern Flaminia Quintet composto da musicisti sconosciuti tranne per il batterista Lionello Bionda. Una versione molto anni '50, da night club, con un discreto sassofonista Cecchino Tommasini di cui si sono perse le tracce, lo stesso dicasi per il vibrafonista Giovanni Spalletti, il pianista Raffaele Giusti e il bassista Sandro Santoni. 



Nel 2013 la cantante norvegese Elvira Nikolaisen e il trombettista Matthias Eick hanno realizzato una versione molto "nordica", con sfumature boreali che, per certi versi, la rende affascinante.




Infine concludiamo questa rassegna con colui che oggi è considerato il miglior trombettista in circolazione Ambrose Akinmusire, che, evitando di ricalcare le letture di illustri predecessori, ne ha dato nel 2011 una versione abbastanza originale.


venerdì 15 marzo 2013

I miei standards preferiti: Where Are You? (1937)


Questo eccellente standard ha, per me, la peculiarità, in quanto mio coetaneo, di consolarmi del tempo che passa. Composto nel 1937 da Jimmy McHugh (autore di celebri standards: Don't Blame Me, On the Sunny Side of the Street, Let's Get Lost,. ecc.) su testo di Harold Adamson, per la colonna sonora del film Top of the Town (infelicemente tradotto L'Inferno del Jazz). Un film nato con pretese da grande musical, ma che in realtà si rivelò un vero e proprio flop e che oggi è completamente dimenticato. Unica cosa positiva rimasta è questa canzone divenuta presto un classico jazz standard
Nel film la canzone era interpretata da una famosa star dei musicals dell'epoca: Gertrude Niesen, nel classico stile "torch song" di quegli anni.


Molto probabilmente questo brano sarebbe stato presto dimenticato se, sempre in quell'anno, non fosse uscita anche  una versione swing interpretata da Mildred Bailey, con in evidenza la tromba di Roy Eldridge.


Da allora il brano è stato ripreso da diversi cantanti e musicisti che ne hanno realizzato versioni molto interessanti. 



Subito dopo la guerra Billy Eckstine realizzò la prima versione maschile di successo, accompagnato da un gruppo di musicisti fra i quali spiccavano i giovani sassofonisti Sonny Criss e Wardell Gray.


L'inconfondibile caldo e sensuale crooning di Eckstine crea un appeal particolare a questa esecuzione.


 

Grande successo ebbe la versione del 1957 di Frank Sinatra con l'orchestra di Gordon Jenkins, che dette anche il titolo all'LP che la conteneva.



Se Eckstine è stato il più significativo esponente della vocalità afro-americana, Sinatra, dal canto suo ha rappresentato, con la sue eleganza formale ed espressiva, al meglio il canto popolare bianco ed il confronto fra queste due esecuzioni ne è l'esempio più lampante.


Sempre nel 1957 Ben Webster e Oscar Peterson ne incidono una versione strumentale di grande feeling, in cui la sensuale sonorità del sassofono di Webster crea un'atmosfera melodica particolare.


Questa straordinaria performance di Webster offre lo spunto ad altri sassofonisti per cimentarsi nell'esecuzione del brano, a partire da Dexter Gordon che nel 1962 ne registra una versione in quartetto con Sonny Clark al piano, Butch Warren al basso e Billy Higgins alla batteria. Una versione meno sensuale in cui, però, la creatività improvvisativa di Gordon si esprime a pieno.


 Sempre nel 1962 Sonny Rollins include questo brano nel suo storico album The Bridge, che segnava il suo rientro dopo l'inaspettato abbandono delle scene nel 1959 a soli 29 anni. Lo accompagnano Jim Hall alla chitarra, Bob Cranshaw al basso e Ben Riley alla batteria.


Questo è stato il primo LP di Rollins che ho comperato e che conservo ancora con cura e questa esecuzione è stata quella che prima di ogni altra mi ha fatto amare questo brano.




Il 1962 fu un anno particolarmente prolifico per questo standard. Anche The Queen of Blues Dinah Washington, a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa, ne registrò una versione inclusa nell'album Dinah '62,  che divenne presto un vero Smash Hit, come evidenziato sulla copertina dell'album.


La straordinaria versatilità vocale della cantante conferisce al brano una forte intensità emotiva, certamente una delle migliori versioni femminili in circolazione.


L'anno seguente una giovane Aretha Franklin, appena 21enne e non ancora icona del Soul, con qualche incertezza stilistica che la induceva a spaziare fra jazz, pop, gospel e soul, ne realizzò una versione, che pur ispirandosi a quella di Dinah Washington, evidenziava già la spiccata personalità e la dirompente vocalità di colei che era destinata a raccoglierne il testimone.



Numerose altre versioni più o meno interessanti vennero prodotte nei decenni successivi che non è il caso di stare qui ad elencare. 
Nel 1991 l'altosassofonista italiana Cristina Mazza realizzò un album con Mal Waldron e Reggie Workman intitolato Where Are You?, ma il brano omonimo in esso contenuto non era il classico standard, ma bensì una composizione della stessa Mazza, che si ispira vagamente al noto brano.



In tempi più recenti il cantante statunitense Kurt Elling ne ha realizzata un versione apparsa sul suo album del 2007 Nightmoves


Una versione che, come egli stesso dichiara nella presentazione del video, si ispira a quella di Dexter Gordon. Anche il testo è leggermente diverso dall'originale. L'assolo di sax è di Bob Mintzer.



N.B. Il brano, nel 1968, venne incluso da Ella Fitzgerald, anche in una medley dl suo album 30 by Ella presentato nel post precedente.

domenica 6 gennaio 2013

Magici incontri: Ben Webster e Gerry Mulligan (1959)


La storia del jazz è  costellata di mitiche jam sessions, di incontri fra artisti di provenienza diversa, di scontri all'ultima nota fra virtuosi di strumenti diversi o dello stesso strumento, con o senza accompagnamento ritmico. Un mare sterminato di perle rare, sovente uniche, in cui pescare. 
Oggi la mia attenzione si è concentrata su due "numeri uno": Ben Webster e Gerry Mulligan, appartenenti a due diverse generazioni, il primo era nato nel 1909 il secondo nel 1927.
Webster era considerato, con Coleman Hawkins e Lester Young, uno dei massimi sassofonisti dell'era swing e giunse all'apice della fama nei primi anni '40, quando militava nell'orchestra di Duke Ellington, con la quale è stato ripreso nel video seguente mentre esegue Cotton Tail, il suo cavallo di battaglia.



Mulligan è stato, invece, alla fine degli anni '40, con Gil Evans, John Lewis e Miles Davis, uno dei protagonisti del cosiddetto cool jazz e dopo la scomparsa di Serge Chaloff divenne anche il capofila fra i suonatori del sax baritono. Negli anni '50 raggiunse i vertici della popolarità grazie allo storico quartetto "senza pianoforte", in cui, per un certo periodo, suonò anche Chet Baker. Nel video seguente il quartetto nella versione con Art Farmer alla tromba.



Alla fine del 1959 i due, che pur avendo già suonato insieme in altre occasioni non avevano mai realizzato un disco insieme, vennero chiamati da Norman Granz, patron della Verve, che affiancò loro una ritmica composta da Jimmy Rowles al piano, Leroy Vinnegar al basso e Mel Lewis alla batteria. Nel corso di diverse sedute vennero realizzate ben 22 tracce, con numerose alternates, dalle quali vennero scelte le sei considerate migliori che confluirono nell' LP intitolato Gerry Mulligan meets Ben Webster.


La maggior evidenza data a Mulligan era dovuta al fatto che la star del momento era lui. Nelle edizioni successive la disparità venne eliminata.
Il primo brano scelto fu lo splendido Chelsea Bridge di Billy Strayhorn in un'esecuzione emozionante e piena di fascino come si può appurare dal seguente file audio/video. Apre con la sua sinuosa sensualità Webster, con sottofondo pulsante di Mulligan, il quale poi prosegue con un sound più robusto, mente rientra, nella parte finale, Webster con una tonalità più scura fino a concludere poi con il ritorno in sottofondo di Mulligan. Un pezzo da antologia.



Il secondo brano era una composizione scritta per l'occasione dai due: The Cat Walk, nel quale, dopo un inizio all'unisono, il primo assolo è di Webster, seguito da Rowles, da Vinnegar, da Mulligan e da Lewis, per concludere nuovamente all'unisono. Brano meno affascinante del precedente, ma che evidenzia le qualità dei singoli.


Il terzo brano scelto per chiudere il Lato A dell'LP originale era un popolare standard degli anni '20: Sunday, che possiamo ascoltare di seguito. (Il titolo indicato nel video è grossolanamente errato, ma era l'unico file disponibile con il brano interessato). Dopo un'apertura stride di Rowles e un unisono, questa volta il primo vivace assolo è di Mulligan, seguito nuovamente dal pianista e da un Webster particolarmente ispirato, per finire ancora con un unisono. Un altro pezzo da collezione.



Il lato B si apriva con una briosa composizione di Mulligan Who's Got Rhythm, che è possibile apprezzare nel seguente file, preso dalla stessa fonte del precedente con relativo titolo sbagliato, ma la qualità del sonoro merita la scelta. Il brano, dopo l'apertura della rhythm session, prosegue con un dialogo fra i due sassofoni col sottofondo del basso di Vinnegar, cui fanno seguito in sequenza gli assolo di Webster, Rowles, Mulligan, Vinnegar e riprende nel finale col dialogo fra i sassofoni con incursioni della batteria di Mel Lewis. Un gioiellino scritto da Mulligan per evidenziare le qualità dei singoli.



Il brano successivo era una soave composizione di Mulligan Tell Me When, quasi certamente pensata per esaltare la sensuale musicalità di Webster. Una delicata ballad in cui, dopo alcune battute introduttive di Rowles, Webster sfodera tutta la sua affascinante sensibilità con Mulligan in sottofondo, un omaggio compositivo al collega più anziano.


 

Il disco originale si concludeva con un'altra composizione dei due protagonisti Go Home che, anziché con il solito file musicale, presentiamo con un video tratto da uno show televisivo, in cui è possibile vedere i cinque protagonisti eseguire questo brano in una versione che, per esigenze televisive, è molto più breve di quello del disco, ma che resta comunque apprezzabile. La data è il 9 dicembre 1959 e non il 1962 come indicato nell'intestazione.


Fra i diversi brani rimasti inizialmente inediti e pubblicati solo in tempi più recenti, due almeno meritano di essere ricordati, si tratta dell'ellingtoniano In a Mellow Tone e del classico standard di Cole Porter What Is This Thing Called Love
Nel primo i due sassofoni inizialmente dialogano poi seguono gli assolo di Webster, Rowles e Mulligan per chiudere con un ulteriore dialogo. Un'esecuzione abbastanza di routine, senza particolari guizzi, che giustifica le perplessità di Mulligan sulla sua pubblicazione.


Nel classico standard di Cole Porter, invece, prima Mulligan, poi Rowles ed infine Webster si cimentano in eccellenti assolo per chiudere con un originale fraseggio finale. In questo caso l'iniziale esclusione resta meno comprensibile.



In quel dicembre del 1959 il quintetto oltre a riunirsi in sala d'incisione di esibì più di una volta in pubblico. Dopo la partecipazione allo show televisivo si esibì anche al  Renaissance di Los Angeles assieme al noto bluesman Jimmy Witherspoon, concerto che venne in seguito pubblicato in un album ben noto agli appassionati.

 

Concludiamo questa pagina con un brano tratto da quel concerto


martedì 4 settembre 2012

I miei standards preferiti: What's New (1939)

Nell'ottobre 1938 Bob Haggart, bassista e compositore, all'epoca membro dell'orchestra di Bob Crosby, scrisse I'm Free, pensando alla tromba dell'amico Billy Butterfield, collega nella stessa orchestra. Un brano eccellente molto apprezzato da Crosby e che venne subito registrato con una pregevole esecuzione proprio di Butterfield. Il solista al sassofono è Eddie Miller.


Vista la notevole qualità della musica, l'anno successivo il paroliere Johnny Burke la corredò con un romantico testo sull'incontro fra due ex amanti che intitolò What's New. 



La canzone venne subito registrata dal cantante più in auge del momento: Bing Crosby, fratello di Bob, che ne fece un grande successo di vendite.




Il brano divenne presto famoso e venne ripreso da molte orchestre raggiungendo un'enorme popolarità.
Negli anni del dopoguerra si annoverano decine di versioni sia strumentali, sulle quali tornerò in seguito, sia vocali. Fra quest'ultime, veramente numerose, tre in particolare meritano, a mio avviso, di essere ricordate, dal punto di vista jazzistico. La prima è quella realizzata nel dicembre del 1954 dalla giovane Helen Merrill, nell'omonimo disco di esordio, accompagnata da un gruppo di musicisti di grande livello fra i quali spicca la tromba di Clifford Brown.


La seconda. dell'anno successivo, è quella di Billie Holiday, che solo verso la fine della carriera, affrontò questo brano, incluso nell'album Velvet Mood, un Lp di standards 


realizzato con la collaborazione di un notevole gruppo di jazzisti come Harry "Sweet" Edison alla tromba, Benny Carter al sax alto, Jimmy Rowles al piano, Barney Kessel alla chitarra, ecc.. La copertina  un pò ruffiana, venne scelta per attirare anche acquirenti non del tutto interessati al jazz.


La terza versione è quella realizzata dal grande Satchmo nel 1957 contenuta nell'album Louis Armstrong meets Oscar Peterson,


sicuramente la miglior versione vocale maschile mai realizzata.




Di notevole spessore jazzistico sono anche molte versioni strumentali, che vedono impegnati alcuni dei maggiori jazzisti di quegli anni. 
Iniziamo però con una curiosità: siamo nel 1952, anno fra i più difficili nella carriera di Miles Davis, come lui stesso affermò nella sua biografia: «Ero sprofondato in una sorta di nebbia, ero sempre fatto e sfruttavo le donne per la roba [...] avevo una scuderia di puttane che battevano per me» e qui lo troviamo a fare da spalla a Jimmy Forrest, un modesto sassofonista che quell'anno aveva raggiunto una certa popolarità grazie al brano Night Train, che aveva scalato tutte le classifiche. La registrazione venne effettuata dal vivo al Barrell, un night club di Delmar in Missouri nel marzo 1952.


Non si tratta certo di una esecuzione memorabile, gli assolo sono elementari, ma resta comunque un documento interessante.
L'esecuzione  che propongo di seguito, realizzata nel 1956, dal vivo, dal quintetto di Clifford Brown e Max Roach, sembra venire da un altro pianeta. L'assolo di Brownie è strepitoso per originalità e fantasia.



Un altra esecuzione interessante e particolare è quella del trombettista canadese Maynard Ferguson realizzata all'inizio degli anni '50 con l'orchestra di Stan Kenton


Oltre ai numerosi trombettisti che, sulle orme di Billy Butterfield, nel tempo si sono cimentati con questo standard, anche molti sassofonisti, affascinati dalla straordinaria dolcezza della melodia, che ne faceva una ballad perfetta, ne diedero una propria lettura.
Cominciamo con Serge Chaloff, sassofonista baritono, uno dei Four Brothers di Woody Herman, che nel 1955, un anno prima della sua prematura scomparsa, ne incise una suadente versione con un proprio sestetto 


L'anno seguente fu la volta dell'altosassofonista Art Pepper che ne realizzò una versione in quartetto, anche questa altrettanto originale  e intrigante


In questa selezione non poteva mancare colui che è considerato lo specialista assoluto delle ballads, il tenorsassofonista Ben Webster che nel 1965 la incluse nel suo splendido album There Is No Greater Love, una specie di compendio del meglio delle ballads. Il pianista è Kenny Drew, al basso N-H. Ø. Pedersen e alla batteria Alex Riel. La perfezione assoluta!


Molto diversa, ma altrettanto toccante, è la lettura che John Coltrane ne dà con il suo classico quartetto, contenuta nell'album Ballads del 1961.


Questo standard è stato spesso eseguito anche da molti jazzisti italiani fra i quali ricordo Enrico Rava (in Age Mur con Lee Konitz), Massimo Urbani che ne ha realizzato diverse versioni, Franco Ambrosetti, Francesco Cafiso e molti altri. Tuttavia la versione più interessante, dal punto di vista storico, è quella realizzata nel 1988 da Lino Patruno con un quintetto che comprendeva al basso proprio Bob Haggart, il compositore del brano. Una vera perla per concludere questa carrellata su uno degli standards più famosi e popolari.

martedì 17 luglio 2012

Ricordo di Billie Holiday: Songs for Distingué Lovers (1957)

Il 17 luglio 1959 moriva tragicamente Billie Holiday e ancora oggi, dopo più di 50 anni, la sua unica, indimenticabile, straordinaria voce resta come una gemma indelebile nella storia del canto jazz e non solo. In questo blog ho spesso parlato di lei ricordandone vita e opere.
Oggi voglio rievocarla tramite un suo album al quale sono particolarmente legato, anche perché è stato uno dei primi che a suo tempo acquistai. Una scelta difficile, tenuto conto dei numerosissimi dischi a disposizione, ma anche meno scontata delle numerose raccolte con Lester Young.


L'LP originale del 1957 era uno dei primi della Holiday usciti sotto la neonata etichetta Verve di Norman Granz, con materiale tratto da una memorabile serie di ben 5 sedute di registrazione realizzate nella settimana dal 3 al 9 gennaio 1957 - dalle quali verranno tratti diversi LP - poco dopo il grande successo ottenuto con il concerto alla Carnegie Hall del novembre precedente, che ne aveva riacceso la popolarità dopo momenti difficili.


Per l'occasione le venne affiancato un gruppo di musicisti di elevato livello come Ben Webster, Henry "Sweet" Edison, Barney Kessel, Jimmy Rowles, Red Mitchell, ecc..





L'album inizialmente conteneva sei famosi standards, tre per lato, di noti autori da George Gershwin a Cole Porter, da Johnny Mercer a Rogers & Hart. 
Nel 1997 venne realizzata una nuova edizione in CD arricchita da altre sei tracce tratte dalle stesse sessioni, in precedenza uscite in altri LP, ma qui esamineremo solo le sei tracce iniziali.
Il brano che apre il lato A: Day In, Day Out, è un classico di Johnny Mercer, del 1939, musicato da Rube Bloom, divenuto negli anni uno standard e ripreso da molti musicisti e cantanti, da Frank Sinatra a Art Tatum, da Mel Tormé a Ella Fitzgerald, ecc.. 
Questa interpretazione di Lady Day resta, comunque, una delle più coinvolgenti, grazie anche al notevole contributo dei vari solisti.


Il brano seguente: A Foggy Day è uno degli ultimi dei fratelli Gershwin, scritto nel 1937, poco prima della morte di George, per il film A Damsel in Distress (in italiano Una magnifica avventura) in cui era cantato da Fred Astaire. Anche questo brano divenne presto molto popolare ed ebbe numerose interpretazioni. Billie qui affronta la strofa iniziale con una specie di recitativo un pò blasé, per proseguire poi nel refrain con grande swing seguita da Rowles, Kessel, Edison (sordinato) e da un gradevolissimo assolo di Webster.


L'ultimo brano del lato A è un altra  canzone popolarissima: Stars Fell on Alabama scritta nel 1934 da Mitchell Parish e musicata da Frank Perkins, con rifererimento all'episodio di un meteorite che sarebbe caduto nella regione circa un secolo prima. Anche di questa canzone esistono numerosissime versioni, fra le quali ricordo in particolare quella stupenda di Louis & Ella, registrata solo qualche mese prima di questa, sempre per la Verve. Questa versione è leggermente più veloce e, a mio avviso, meno coinvolgente, forse un pò troppo "convenzionale", ma pur sempre eccellente.


Il lato B si apre con un altra famosa canzone di Johnny Mercer musicata da Harold Arlen: One for My Baby, scritta per un modesto musical del 1943 The Sky's the Limit (in italiano Non ti posso dimenticare), che merita di essere ricordato solo per questa canzone interpretata da Fred Astaire. Rilanciata da Frank Sinatra, divenne molto nota e ripresa negli anni da quasi tutti i maggiori cantanti. La versione di Dianne Reeves venne inclusa nella colonna sonora del film Good Night, and Good Luck di George Clooney nel 2005. Qui Billie ne dà una versione struggente, piena di pathos, coadiuvata dagli eccellenti musicisti del gruppo.



Il brano successivo è uno dei più noti motivi del Songbook americano: Just One of Those Things scritto da Cole Porter nel 1935 per il musical di Broadway Jubelee. Anche in questo caso siamo di fronte ad un tema affrontato da decine di artisti in tutto il mondo e la Holiday riesce a darne una lettura personale molto spigliata e vivace.


L'album si conclude in bellezza, con un altro brano popolarissimo: I Didn't Know What Time It Was, scritto dalla più famosa coppia di autori di musical di Broadway: Richard Rogers per la musica e Lorenz Hart per i testi. Tratto dalla rivista musicale Too Many Girls del 1939, venne subito ripreso dalle maggiori orchestre del momento: Benny Goodman e Tommy Dorsey, che lo portarono al successo.
Da allora tutti i maggiori artisti si sono cimentati in numerosissime versioni sia vocali, sia strumentali. In questa occasione la Holiday e Webster fondono le loro meravigliose sonorità per offrirci una lettura suggestiva e avvincente.

giovedì 15 dicembre 2011

Prez & LadyDay: un felice connubio artistico e personale.

Repost from Splinder (16 jul. 2009)

Lester Young con il suo originalissimo stile strumentale ha ribaltato alcuni valori fondamentali dell'estetica jazzistica, aprendo la via al jazz moderno. (Pino Candini)
Billie Holiday cantava jazz. Era lei stessa il jazz. (Trummy Young)
Suonare per lei non era come suonare per una cantante, ma per un altro strumento: perché ad ogni stimolo Billie Holiday reagiva con il feeling del musicista di jazz. (Mal Waldron)

Giusto cinquant'anni fa, nel 1959, nel giro di 4 mesi, da marzo a luglio, si assistette alla scomparsa di due delle più significative figure del mondo del jazz dell'epoca, unite da un profondo legame professionale ed umano, che nel bene e nel male, segnò indelebilmente le loro esistenze.
Ai primi di marzo di quell'anno, infatti, mentre si trovava a Parigi in tournée, Lester Young, colto dall'ennesimo collasso dovuto all'abuso di alcool e di droghe, su sua pressante richiesta, venne trasferito in patria, dove pochi giorni dopo, il 15 marzo, moriva a New York. Non aveva ancora 50 anni, li avrebbe compiuti il 27 agosto.
Il 17 luglio dello stesso anno sempre a New York, a soli 44 anni, anche lei distrutta nel fisico dall'abuso di alcool e di droghe, moriva Billie Holiday.
I due erano legati da un feeling particolare che andava oltre la sintonia musicale e l'attrazione fisica e che, con alti e bassi, durò per tutta la vita.


Nella sua biografia Billie Holiday parla molto di Lester, soprattutto relativamente ai primi anni di carriera, e ne deriva un quadro di collaborazione, di complicità, di stima e simpatia reciproche, ma non vi è mai un accenno ad amore o a rapporti intimi, forse dati per scontati, e che se vi furono, furono di breve durata e soprattutto furono insignificanti rispetto alla grande affinità artistica che li univa, tale da far dire che: i loro sounds appaiono una singola voce spaccata in due (Whitney Balliett) .
Lei diceva di lui:
Mi sembrava che lui fosse sempre più grande degli altri. In questo paese i re, i duchi e i baroni non contano nulla o quasi nulla, mentre il pezzo più grosso che ci fosse allora era F. D. Roosvelt ed era il presidente. Sicché presi a chiamarlo Presidente e, anche se presto fu abbreviato in “Prez”, ha sempre avuto quel significato che volevo io: l'uomo cioè, che è in cima a tutti gli altri.
Lester in una delle sue rare interviste, rilasciata poco prima di morire, riferendosi a Billie diceva:
Quando arrivai a New York la prima volta stavo da Billie. Lei mi insegnava a vivere nella città, mi diceva dove e come andare. Sai? È ancora la mia Lady Day.
I due si incontrarono la prima volta nel gennaio del 1937, Lester era stato chiamato da Teddy Wilson a sostituire Ben Webster, per una seduta d'incisione per la Brunswick. Da quel momento si creò fra i due una «istintiva sympatheia che era al contempo musicale ed esistenziale» (Luciano Federighi), che la stessa Billie così descrive:
Da quel momento Lester seppe quanto mi piaceva che si mettesse a suonare i suoi begli assoli dietro di me, e così, tutte le volte che gli era possibile, capitava nei posti dove io lavoravo, ad ascoltarmi o a suonare per me mescolato nell'orchestra.



All'epoca Billie era agli inizi della carriera, aveva poco più di 20 anni ed era una giovane donna bella e prosperosa con già alle spalle una vita turbolenta e tormentata. Per un'idea del suo aspetto fisico all'epoca si può vedere il filmato dell'ellingtoniana Symphony in Black (1935) di cui è protagonista del secondo movimento: Blues (noto anche come Big City Blues) alla quale in passato ho già dedicato una pagina in questo blog (qui).
Lester era più vecchio di sei anni ed anche lui, pur suonando da molti anni, solo allora cominciava a farsi conoscere grazie alla scrittura con l'orchestra di Count Basie. Il video seguente è di quegli anni e ce lo mostra durante un'esibizione dell'orchestra ad un Festival estivo.

...


Il loro connubio musicale durò dal 1937 al 1941 per un totale di 13 diverse sedute d'incisione e per una intera stagione con l'orchestra di Count Basie della quale però, per motivi contrattuali non sono disponibili registrazioni discografiche, ad eccezione di un I Can't Get Stated, tratto da una trasmissione radiofonica del 3 novembre 1937.

I risultati di questo connubio sono stati negli anni ripetutamente pubblicati sia a nome di Billie Holiday, sia a nome di Lester Young, nelle diverse raccolte discografiche a loro dedicate ed in tempi più recenti sono comparse diverse raccolte dedicate appositamente alle varie incisioni in comune.


Si tratta di materiale che non può mancare nelle collezioni di chi ama il jazz, e per chi ne fosse sprovvisto, fra le diverse possibilità consiglio una delle due seguenti opzioni:


una più sintetica in due CD: A Fine Romance (Definitive Records 1999) con una selezione abbastanza ricca comprendente 42 titoli.





Una completa in 3 CD : Billie Holiday & Lester Young Complete Recordings (Fremeaux 2002) comprendente 63 titoli, in pratica tutte le master tracks.






Queste incisioni comuni rappresentano solo una minima parte dell'immenso patrimonio discografico lasciatoci singolarmente dai due artisti nel corso della loro carriera e dei quali in questo blog si è parlato più di una volta.

Negli anni successivi a queste registrazioni i due pur rimanendo amici non ebbero più occasione di lavorare insieme.

Solo 16 anni dopo vennero riuniti in uno studio televisivo per la trasmissione The Sound of Jazz (1957) assieme ad altri famosi colleghi. Quell'incontro è stato immortalato in un celebre video in cui eseguono Fine and Mellow, del quale ho già parlato in una precedente pagina (qui) e che ripropongo qui sotto.

Si dice che all'epoca Billie e Lester avessero litigato e non si parlassero. Il clima fra i due, prima dell'incisione, era molto teso, ma appena Lester subentra a Webster per uno straordinario assolo l'espressione di Billie si rasserena e diventa ammiccante, il ghiaccio si è rotto, la sintonia musicale ha avuto la meglio. Purtroppo meno di due anni dopo non ci saranno più.