Visualizzazione post con etichetta ella fitzgerald. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ella fitzgerald. Mostra tutti i post

domenica 10 marzo 2013

Vecchi dischi da riscoprire: 30 by Ella (1968)


Per un modesto fruitore della musica afroamericana come me, che fra i vari generi, prevalentemente, predilige il jazz vocale e gli standards, dovendo scegliere un disco che contemporaneamente soddisfi entrambe le categorie non può non optare per 30 by Ella (Capitol 1968)


Il disco contiene 36 fra i più noti standards del songbook americano, riuniti in 6 medley di 6 brani ciascuna di cui 5 cantati dalla Fitzgerald inframezzati da uno, strumentale, affidato ad un solista del gruppo di musicisti che l'accompagnano. Un gruppo di altissimo livello guidato da Benny Carter con Jimmy Jones al piano, Harry "Sweet" Edison alla tromba, George Auld al sax tenore, John Collins alla citarra, Bob West al basso e Panama Francis alla batteria.


Le medley, grazie al prezioso lavoro di arrangiamento di Benny Carter e degli altri componenti del gruppo, non sono una semplice sequenza di brani diversi, bensì un'armoniosa fusione che procede con continuità, come come fossimo di fronte ad un unico brano. Un impegno pesante e faticoso. La stessa Fitzgerald agli inizi pensò che l'idea di un disco tutto di medley fosse terribile e tremendamente difficile. La cosa richiese numerose sedute di registrazione, ma, alla fine, la cantante dichiarò che si trattava "del più bel album che abbia mai registrato".



L'ascolto di questa prima medley che si apre con My Mother Eyes e si chiude con Goodbye My Love, inframezzata dal soave sax alto di Benny Carter e dalla chitarra di Collins nel classico ellingtoniano I Got It Bad (and That Ain't Good), ci da subito l'idea della straordinaria qualità e della indiscutibile originalità di questo progetto.



Questa raccolta ha goduto in Italia di una certa diffusione ed è abbastanza conosciuta dagli appassionati, in quanto parzialmente riproposta (4 medley su 6) nel disco dedicato alla cantante nella serie I Grandi del Jazz, distribuito in edicola nei primi anni '80, mentre le due medley mancanti vennero incluse nel CD sempre dedicato alla cantante nella serie JAZZTIME.




La seconda tornata di standards, affrontata dopo il soddisfacente risultato della prima, si realizzò in un clima più disteso. Apre la serie Four or Five Times, eseguito con particolare verve da Ella che prosegue senza esitazioni nel più dolce Maybe, seguito dalla tromba di "Sweet" Edison supportato dalla chitarra di Collins, nel gradevole e romantico Taking a Chance on Love; Ella si reinserisce con il vivace Elmer's Tune, per proseguire, con lo stesso swing, con At Sundown e chiudere con It's a Woonderful World.


Quando affrontò questa difficile prova la Fitzgerald aveva compiuto da poco 50 anni ed era all'apice della maturità vocale ed artistica. Il video seguente, realizzato nello stesso anno, ce la mostra in tutta la sua forma smagliante.



La terza medley, a mio avviso, è una delle più coinvolgenti. Si apre con lo splendido On Green Dolphin Street, introdotto dalla tromba sordinata di Edison, per proseguire con il più impegnativo Am I to Know; il successivo Just Friends è affidato ancora a Edison e alla sua calda tromba. Ella riapre ispiratissima con I Cried for You cui fa seguito il suggestivo Seems Like Old Time per concludere in bellezza con You Stepped Out of a Dream.


Proseguiamo con altro video sempre del 1968, in cui Ella si cimenta anche in una medley molto apprezzata dal pubblico, nel quale è possibile cogliere la grande generosità della cantante sempre pronta a dare tutta se stessa per soddisfare il pubblico.



Gran parte del merito per il successo di questa ardita operazione va attribuita alla maestria di Benny Carter, uno dei più apprezzati strumentisti di tutta la storia del jazz, sia come solista di sax e di tromba, sia come band leader e arrangiatore. Nella seguente serie di standard è possibile apprezzarlo particolarmente nello strumentale Ebb Tide.  Apre la sequenza If I Gave My Heart to You seguito da un soave Once in a While; dopo l'assolo elegante di Carter, la Fitzgerald si inserisce nuovamente con un delicato The Lamp is Low seguito da Where Are You? per concludere più vivacemente con Thinking of You.


Nel video seguente è possibile apprezzare le straordinarie qualità esecutive di Benny Carter proprio in uno degli standards presenti anche nel disco.


Il penultimo gruppo di canzoni si apre con Candy, brano da anni nel repertorio della cantante, seguito da All I Do Is Deam of You che magicamente si fonde con il successivo Spring is Here eseguito dal sax tenore di George Auld; Ella si reinserisce con il vivace 720 in The Book per proseguire con il delizioso It Happened in Monterey e chiudere What Can I Say After I Say I'm Sorry.



Concludiamo questa panoramica con l'ultima serie comprendente altri sei gioiellini; Ella apre con uno splendido No Regrets seguito dallo spiritoso I Have Got a Feeling You're Fooling, che si fonde con il sensuale sax tenore di Auld in Don't Blame Me coadiuvato dalla chitarra di Collins. La Fitzgerald rientra con un Deep Purple molto suadente, per proseguire con il delicato Rain e chiudere disinvoltamente con You're A Sweetheart.


Un disco che non mi stanco mai di ascoltare e che consiglio vivamente a chi non lo conoscesse.

venerdì 22 febbraio 2013

I miei standards preferiti: Speak Low (1943)


Questo standard, considerato una delle più belle canzoni d'amore di tutti i tempi, venne musicato dal compositore tedesco Kurt Weill, su testo del poeta statunitense Ogdan Nash, noto soprattutto per i suoi versi anticonvenzionali e spiritosi.
Un testo decisamente originale e suggestivo

Speak low when you speak love 
Our summer day withers away too soon, too soon 
Speak low when you speak love 
Our moment is swift, like ships adrift, we're swept apart, too soon 
Speak low, darling, speak low 
Love is a spark, lost in the dark too soon, too soon. 

I feel wherever I go 
That tomorrow is near, 
Tomorrow is here and always too soon, 
Time is so old and love so brief 
Love is pure gold and time a thief. 

We're late, darling, we're late, 
The curtain descends, everything ends too soon, too soon. 

I wait, darling, I wait, 
Will you speak low to me, speak love to me and soon... 

I wait, darling, I wait, 
Will you speak low to me, 
Slow to me, oh please, 
Just don't say no to me 
Let it flow to me, slow to me 
Soon...Soon...Soon... 
Ooo...Soon...Darling, speak low to me 
Darling, speak slow to me... 
Oh, oh, oh!


Kurt Weill. celebre per le sue collaborazioni con Bertold Brecht negli anni '20 (Opera da tre soldi, Ascesa e caduta della città di Mahagonny, ...) con l'avvento del nazismo, essendo ebreo fu costretto a lasciare la Germania. Nel 1937 arrivò a New York dove cominciò a comporre musica per gli spettacoli di Broadway.


Speak Low venne scritta per un musical di grande successo One Touch of Venus dal quale venne tratto anche un film dallo stesso titolo (in italiano Il bacio di Venere) interpretato da Ava Gardner in cui canta il brano doppiata dalla cantante Eileen Wilson. 
La prima versione discografica di successo venne realizzata da Frank Sinatra nel 1945


Il successo fu immediato e duraturo grazie anche al film che consacrò Ava Gardner come star di prima grandezza. 


Da allora il brano venne ripreso sia in versione vocale, sia in versione strumentale da moltissimi artisti fino ai giorni nostri.
Tra le numerose versioni vocali, in prevalenza femminili, una delle più interessanti è quella latineggiante realizzata da Billie Holiday nel 1956 per la Verve, accompagnata dalla chitarra di Barney Kessel, dal sax di Ben Webster e dal piano di Jimmy Rowles.


Molto diversa per ritmo e atmosfera, ma altrettanto interessante, è la versione realizzata Live a Chicago nel 1958 da Sarah Vaughan accompagnata dalla sola sezione ritmica, comprendente Roy Haynes alla batteria, Richard Davis al basso e il poco noto, ma bravissimo, Ronell Bright al piano.



Dopo Billie e Sarah, per par condicio, non possiamo tralasciare la versione della terza regina: Ella Fitzgerald realizzata nel 1983 con il chitarrista Joe Pass



Molte altre cantanti famose da Anita O'Day a Carmen McRae, da Dianne Schurr a Barbra Streisand, da Dee Dee Bridgwater a Dianne Reeves, solo per citarne alcune, si sono cimentate nel tempo con questo motivo. Fra le versioni più recenti, a mio avviso, merita di essere ricordata quella elegante del grande vecchio Tony Bennett in compagnia della giovane talentuosa Norah Jones.


Una citazione particolare merita il video seguente nel quale il contrabbassista Charlie Haden si esibisce in assolo su un nastro in cui Kurt Weill esegue al piano e canta la sua canzone. Un'esecuzione veramente suggestiva.




Numerose sono state negli anni anche le versioni strumentali ed alcune fra le più interessanti vengono qui riproposte. La prima è quella del quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker del 1953 nella quale tromba e sax baritono si fondono con grande maestria.


Diversa ma altrettanto pregevole è la versione realizzata nel 1958 dal quintetto del sassofonista Hank Mobley con Lee Morgan alla tromba, Wynton Kelly al piano, Paul Chambers al basso e Carl Pership alla batteria. Interresante confrontare il lirismo di Baker con il calore di Morgan. Molto intenso anche l'assolo di Mobley.



Più o meno nello stesso periodo John Coltrane ne incise un'altra originale versione con il sestetto del pianista Sonny Clark comprendente anche Donald Byrd alla tromba, Curtis Fuller al trombone, Paul Chambers al basso e Art Taylor alla batteria.



Un'altra eccellente interpretazione è quella tratta dall'album Crosscurrents del 1977 del trio di Bill Evans assieme a Lee Konitz al sax alto e Warne Marsh al sax tenore. Il bassista è  Eddie Gomez ed alla batteria c'è Elliot Zigmund.



Anche diversi musicisti italiani, nel tempo, si sono cimentati con questo brano. In particolare ricordiamo la strepitosa versione di Massimo Urbani nel suo doppio LP Dedication to A. A. & J. C. - Max Mood del 1980 in cui, alla sua maniera, si ispira a quella di Coltrane. Lo accompagnano Luigi Bonafede al piano, Furio Di Castri al basso e Paolo Pelegatti alla batteria.


In tempi più recenti il quintetto del batterista Roberto Gatto, nel suo secondo CD dedicato a Shelly Manne, ne propone una bellissima versione con in evidenza il sax di Max Ionata e la tromba di Marco Tamburini.


Concludiamo infine questo breve excursus con la voce della compianta Mia Martini, che incluse questo brano nella sua unica esperienza jazzistica Live, in cui era accompagnata da Maurizio Giammarco. Da quell'esperienza venne realizzato nel 1991 l'album Mia Martini in Concerto.

domenica 11 novembre 2012

I miei standards preferiti: I'll Remember April (1941)


Questa canzone venne composta nel 1941 da Gene De Paul, con la coppia di parolieri Don Raye e Patricia Johnston, per la colonna sonora di un film comico della coppia Abbott & Costello: Ride'em Cowboy (Gianni e Pinotto fra i Cowboys) in cui era interpretata, con una performance un pò sdolcinata, secondo i canoni dell'epoca, dal modesto cantante e attore western Dick Foran.


Questo filmetto, che molti della mia generazione avranno visto da ragazzini, nei primi anni del dopoguerra in qualche cinema parrocchiale, presentava un'altra particolarità, la presenza di una giovane Ella Fitzgerald, agli inizi della carriera, in una delle sue rare apparizioni cinematografiche, in cui interpreta una cameriera e canta il suo Hit del momento: A Tisket, a Tasket.


Ritornando a I'll Remember April la canzone riscosse comunque un discreto successo grazie alle interpretazioni dell'orchestra di Woody Herman, Bing Crosby e altri, ma esclusivamente nella versione vocale  "convenzionale".
Dobbiamo arrivare al 1947 per trovare la prima versione jazzistica strumentale di notevole interesse: quella del trio di Bud Powell con Curly Russell al basso e Max Roach alla batteria, in cui geniale pianismo di Powell scompone e ricompone la melodia in un caleidoscopio di emozioni, avviando questo motivo al ruolo di grande standard jazzistico. 


Una postilla personale riguardo a questo brano: è stato in assoluto il primo che ho ascoltato di Powell, tratto da un 45 giri acquistato in edicola più di 40 anni fa ed è stato l'ascolto di questo brano che mi ha fatto iniziare ad ammirare questo pianista, del quale oggi possiedo quasi tutti i dischi.



Un altro straordinario pianista: George Shearing nel dicembre del 1949 ne incise, con il suo quintetto, una versione elegante, gradevole, in cui il pianoforte dialoga con il vibrafono della bravissima Marjorie Hyams, accompagnato da una sessione ritmica di tutto rispetto con Chuck Wayne alla chitarra, John Levy al basso e Denzil Best alla batteria. Una perfetta alchimia stilistica che ne farà uno dei gruppi più originali ed apprezzati di quegli anni.




Nella primavera del 1950 Bud Powell venne scritturato, assieme a Curly Russell, da Charlie Parker per una serie di concerti di un nuovo quintetto al Birdland di New York. Gli altri membri erano Fats Navarro e Art Blakey. Durante quei concerti venne eseguita anche I'll Remeber April e ne esiste una registrazione da un nastro privato pubblicata molti anni dopo.


Tuttavia la prima versione su disco di Charlie Parker fu quella storica contenuta nel secondo album di Charlie Parker with Strings dell'estate 1950. La formazione comprendeva, fra gli altri, Bernie Leighton al piano, Ray Brown al basso e Buddy Rich alla batteria, con arrangiamenti di Joe Lippman.



Sempre in quel periodo fra il 1950 e il 1951 il vibrafonista Red Norvo, un musicista sulla breccia da molti anni, decise di rinnovarsi costituendo un trio "anomalo" con il chitarrista Tal Farrow e il giovane e all'epoca poco noto bassista Charles Mingus. Trio che, sia per la sua struttura atipica, sia per la notevole qualità dei componenti, ebbe subito un grande successo di critica e di vendite.



La loro versione del brano è decisamente originale con fluenti passaggi dal singolo assolo a improvvisazioni collettive in una suggestiva atmosfera "cameristica".


Negli anni successivi numerosi furono i musicisti e i cantanti che si cimentarono con questo standard, ma tre in particolare meritano di essere qui ricordati. Sono tre dei più grandi trombettisti di allora e non solo: Miles Davis, Clifford Brown e Chet Baker. Tre letture molto differenti e tutte di grande qualità.
Nel 1954 Davis era definitivamente uscito dal tunnel della droga ed iniziava una nuova stagione, un periodo intensamente creativo che gradualmente lo avrebbe riportato ai vertici. 



Il 3 aprile entrò in studio per la Prestige, e fra i vari brani incise anche I'll Remember April, accompagnato da una sessione ritmica di elevata qualità: Horace Silver al piano, Percy Heath al basso e Kenny Clarke alla batteria e come spalla il poco noto alto sax parkeriano David Schildkraut che in questo brano da il meglio di sé. Una curiosità sulla qualità della performance del sassofonista: durante un Blindford test Charlie Mingus, non uno qualsiasi, ascoltandolo in questo brano, lo confuse con Parker. 
Va inoltre  ricordato che questa session fu la prima in cui Davis cominciò anche a usare la sordina.


N.B. la cover presentata nel video è quella dell'LP 30 cm. del 1957 Blue Haze in cui il brano venne ripubblicato, mentre il brano comparve la prima volta in un LP 25 cm. e la cover è quella riportata sopra, dal titolo poco fantasioso di Miles Davis quintet

Nel febbraio del 1956 Clifford Brown e Max Roach con il loro quintetto comprendente anche Sonny Rollins al sax tenore, Richie Powell (fratello di Bud) al piano e George Morrow al basso registrarono due takes di I'll Remember April, dopo che il brano era stato testato in diversi concerti. Questo avveniva pochi mesi prima dell'incidente automobilistico che il 26 giugno provocò la morte del trombettista e del pianista.
Nel video seguente viene proposta l'alterate take pubblicata nell'album More Study in Brown, fatto uscire dopo l'incidente, mentre la original track era stata pubblicata nel doppio LP At Basin Street




Ciò che colpisce ascoltando questa interpretazione è la grande creatività improvvisativa di Brown. Un assolo strepitoso che ci lascia un grande rimpianto: se la sua carriera, stroncata a soli 25 anni fosse proseguita Davis avrebbe avuto un un concorrente agguerrito.



Nell'inverno 1955-56 Chet Baker era in tournée in Europa con il suo quintetto e durante alcuni suoi concerti in Germania veniva raggiunto dalla giovane cantante emergente Caterina Valente con la quale eseguiva in duo I'll Remember April




Una esecuzione alla tromba molto diversa dalle precedenti e da altre che lo stesso Chet Baker realizzerà negli anni, ma proprio per questo meritevole di essere ricordata.
Questo standard andò via via diffondendosi con una crescente serie di esecuzioni di numerosi musicisti e cantanti che non possiamo stare qui a ricordare.
Avvicinandosi ai nostri giorni tuttavia vorrei segnalarne alcune altre che hanno suscitato in me un notevole interesse.
La prima è quella di Keith Jarrett del 1996. Dopo quasi cinquant'anni dalla bellissima esecuzione di Bud Powell, citata all'inizio, un'altro grandissimo trio esegue lo stesso brano dal vivo con una performance di qualità assoluta. Dieci minuti di puro virtuosismo a partire dal batterista Jack De Johnette, mentre il basso di Gary Peacock centellina i suoi interventi con grande tempismo.


Chiudiamo questa carrellata di esecuzioni differenti con due eccellenti chitarristi il francese Bireli Lagrene e il belga Philip Catherine che affrontano il tema con un sound latineggiante. 

mercoledì 21 dicembre 2011

I miei standards preferiti: After You've Gone (1918)

Repost from Splinder (3 apr. 2011)

Quando ho ascoltato questo brano per la prima volta ero un ragazzino; l'occasione fu il film a cartoni animati della Disney Musica Maestro (Make Mine Music, 1946) e mai avrei immaginato allora che quel divertente motivetto, sarebbe diventato uno dei miei standard preferiti. Il film era un maldestro tentativo di replicare il successo di Fantasia (1940) ed è rimasto uno dei meno noti.


Questo brano, in assoluto uno dei più battuti dai jazzisti di tutto il mondo (assieme a St. Louis Blues e Indiana), venne scritto più di 90 anni fa da due artisti di vaudville neri: il pianista Turner Layton ed il cantante e ballerino Henry Creamer, che, grazie al successo riscosso dal brano, divennero poi una famosa coppia di autori di canzoni.
page1-468px-After_You've_Gone.pdf

Cantato per la prima volta in teatro nel 1918 da Al Jolson, venne inciso nello stesso anno da Marion Harris, la prima cantante bianca ad attingere per suo repertorio a materiale di compositori afro-americani. Il disco ottenne un buon successo di vendite per l'epoca, rimanendo per ben 3 settimane in testa alle classifiche.
Marion Harris 2


Il motivo venne riproposto negli anni successivi da numerosi artisti, ma solo nel 1929 ebbe la sua consacrazione definitiva, grazie a Louis Armstrong, in quegli anni al massimo della sua vitalità artistica, che il 26 novembre ne incise una versione strumentale e vocale rimasta negli annali.

After You've Gone by Louis Armstrong on Grooveshark

Da allora tutti i più famosi musicisti ne dettero una loro interpretazione. Memorabili restano quella strumentale del trio di Benny Goodman con Teddy Wilson e Gene Krupa (1935), quella di Django Reinhardt e Stephane Grappelli (1936) ed infinite altre. 
La popolarità del brano raggiunse anche l'Italia e nel 1938 Gorni Kramer, attenendosi ai diktat del regime sui termini stranieri, incise Dopo l'Addio con un quintetto comprendente Enzo Ceragioli al piano e Luciano Zuccheri alla chitarra, due musicisti che diverranno molto noti nei primi anni '50.

Dopo l'Addio (After you've gone) by Gorni Kramer on Grooveshark

Fra le centinaia di interpretazioni realizzate negli ultimi 50 anni ne ho scelte alcune degne di essere ricordate per la loro particolarità:
dalla essenziale ed intimistica versione di Nina Simone del 1974, decisamente atipica,



a quella spettacolare ed energica, stile Broadway, di Linda Hopkins del 1990



ed ancora quella più “classica” di Ella Fitzgerald con la strepitosa orchestra di Count Basie al Festival di Montreux del 1979.



Ed infine, dopo tre mostri sacri, per confermarne lo stato di evergreen, una recente swingante interpretazione della giovane cantante ungherese Veronika Harcsa, una delle migliori voci del panorama musicale europeo degli ultimi anni.

Joe Pass: un "Virtuoso" della chitarra.

Repost from Splinder (14 feb. 2011)


Il chitarrista italo-americano Joe Pass (all'anagrafe Joseph Antony Passalacqua 1929-1994) è stato uno dei tanti "paisà" che hanno dato un contributo significativo alla storia del jazz.

joe pass 1938


Figlio di un immigrato siciliano all'età di nove anni, epoca cui si riferisce la foto, iniziò a studiare la chitarra rivelando subito una particolare abilità. Intorno ai 15 anni cominciò a suonare in pubblico e ben presto venne scritturato da orchestre che giravano l'America, come quella di Tony Pastor. Trasferitosi a New York ebbe, come molti colleghi all'epoca, i primi contatti con la droga, che presto gli procurarono guai giudiziari con anni di carcere e lunghi periodi di riabilitazione, i quali fortunatamente gli permisero di uscire dal tunnel e con costante esercizio di affinare la sua tecnica.

young joe pass


All'inizo degli anni '60 riprese a suonare ed incidere dischi facendosi subito notare come uno dei più interessanti chitarristi del momento per il suo solismo caratterizzato da un approccio quasi pianistico alla chitarra.
Il video seguente è un evidente esempio della sua tecnica, che ne fa un vero virtuoso del suo strumento.

Queste grandi qualità non sfuggirono a quel esperto scopritore di talenti che era Norman Granz, che lo scritturò per la Pablo, facendogli registrare numerosi dischi sia in solo, sia affiancandolo ad alcuni dei più grandi jazzisti dell'epoca da Count Basie a Ella Fitzgerald, da Dizzy Gillespie a Duke Ellington, ecc.,
Il video seguente ce lo mostra in duo con Ella in "Stormy Weather" nel 1975.



Ma il sodalizio più straordinario fu quello con Oscar Peterson con il quale per anni si esibì in trio e in quartetto lasciandoci una serie di incisioni memorabili sia in studio che live. Fra questi merita una particolare menzione l'album in trio con N.-H. Ø. Pedersen realizzato nel 1973 a Chicago. Un vero capolavoro che mette insieme tre "virtuosi" dei rispettivi strumenti.

Nel video seguente è possibile vederli riuniti qualche anno dopo (1980) in un quartetto comprendente anche il batterista Martin Drew.

Sempre in quell'anno 1980 io ebbi la fortuna di presenziare al concerto di Ella Fitzgerald tenutosi alla Bussola Domani di Focette dove Joe Pass, definito da Ella "the greatest", figurava come ospite d'onore. Poiché il concerto venne registrato dalla Rai ne conservo gelosamente il nastro dal quale ho tratto questo delizioso duetto sulle note di The Very Thought of You, la bellissima ballad di Ray Noble, preceduta da un breve accenno di Torna a Surriento

Per chi volesse approfondire la storia di questo grande maestro consiglio il cofanetto di 4 CD "Virtuoso" e di visitare il sito Joe Pass Memorial Hall.

sabato 17 dicembre 2011

Il canto jazz coniugato al femminile – parte II

Repost from Splinder (23 nov. 2009)

In questa seconda selezione di canto jazz al femminile ho ampliato il panorama, spaziando anche verso aree più esotiche, in un lasso di tempo che va dai primi anni '50 ad oggi.


YOUNG GIRLS & OLD LADIES part 2
    singing and playing
    JAZZ
    selected by Jazzfan37


    01. Caterina Valente – I'll Remember April (da “Chet Baker & Lars Gullin quint.  Live in Stuttgart” 1955)
    02. Shirley Horn – Lonely Town (da “ Charlie Haden [Quartet West] - The Art of Song ” 1999)
    03. Ruth Brown – You Won't Let Me Go (da “Fine Brown Frame” con Thad Jones & Mel Lewis orch. 1968)
    04. Ella Fitzgerald – Black Coffee (da “The Intimate Ella”  1960)
    05. Renee Olstead – Someone to Watch Over Me (da “Renee Olstead” con Chris Botti 2005)
    06. Cleo Laine – Skylark (da “Sometimes When We Touch” con James Galway 1991)
    07. Sophie Milman – Love for Sale (da “ Take Love Easy” 2009)
    08. Sue Matthews – I Love Beeing Here with You (da “When You're Around” 1993)
    09. Jacintha – Smile (da “Lush Life” 2001)
    10. Ruth Cameron – One for My Baby (da “Roadhouse” con Charlie Haden 2000)
    11. Cinzia Roncelli – Moon River ( da “My Shining Hour” con Francesco Cafiso 2009)
    12. Patrizia Conte – I'm Glad There's You  (da “Steppin' Out” con Gianni Basso & Andrea Pozza 2005)
    13. Lilian Terry – Body and Soul (da “JOo-Shoo-Be-Doo-Be... Oo, Oo” con Dizzy Gillespie 1985)
    14. Kathleen Battle – My Favorite Things (da “Tenderness” con Al Jarreau 1994)
    15. Grazyna Auguscik – Don't Explain (da “The Light” 2005)
    16. Jeanne Lee – Goodbye Pork-Pie Hat (da “After Hours” con Mal Waldron 1984)
    17. Shirley Bassey – The Look of Love (da “Love Songs” 1971)
    18. Tiziana Ghiglioni – Lonely Woman (da “Lonely Woman” con Larry Nocella 1981)
    19. Orna – The Very Thought of You (da “The Very Thought of You” 2003)
    20. Helen Merrill – Everythings Happen to Me (da “Jazz in Italy vol. 2” con Renato Sellani 1960)


    New Links
    part 1

    part 2
    La playlist può anche essere ascoltata di seguito



    Si inizia con una giovane ed ancora poco nota Caterina Valente, che si esibisce in una interessante versione scat di un noto standard, accompagnata da Chet Baker alla tromba e Lars Gullin al sax baritono. Vi sono poi alcune grandi stars, come Ella Fitzgerald in una sommessa e languida interpretazione di Black Coffee, standard lanciato nel 1949 da Sarah Vaughan, o come Ruth Brown (1928-2008), una delle grandi interpreti del R&B, qui in veste di jazz-singer  accompagnata da una Big Band di tutto rispetto come quella di Thad Jones e Mel Lewis, o ancora la britannica di colore, Cleo Laine (1928), una delle voci più significative del panorama jazzistico inglese, ancora oggi sulla breccia, qui in una toccante versione di un famoso standard di Hoagy Carmichael e Johnny Mercer. Possiamo ascoltare anche la prorompente Shirley Bassey in un classico di Burt Bacharach, la musa del free-jazz Jeanne Lee, accompagnata da Mal Waldron in un noto brano di Charlie Mingus, la meno nota Sue Matthews in una cover del successo di Peggy Lee I Love Beeing Here with You

    e la raffinata Helen Merrill colta in uno dei suoi soggiorni italiani, acompagnata al piano da Renato Sellani, con sullo sfondo, appena percettibile, il sax di Gianni Basso e ancora la nostra Tiziana Ghiglioni nel brano che dava il titolo al suo disco di esordio.

    Fra gli accompagnatori, di notevole interesse, troviamo per ben due volte Charlie Haden con il suo quartetto sia con Shirley Horn in un austero Lonely Town, sia con la consorte Ruth Brown in una pensosa lettura di un altro noto standard di Johnny Mercer e Harold Arlen: One for My Baby.


    Interessante anche la presenza di Dizzy Gillespie che accompagna Lilian Terry in una raffinata versione del classico Body and Soul. Troviamo anche quel fenomeno vocale di Al Jarreau con il grande soprano lirico Kathleen Battle in una funambolica esecuzione di My Favorite Things di coltraniana memoria (l'assolo al sax è di Michael Brecker).

    Interessanti anche le due brave jazz-singers italiane: Patrizia Conte accompagnata da Gianni Basso e Andrea Pozza e l'esordiente Cinzia Roncelli qui con Francesco Cafiso.

    Un cenno particolare merita una voce che ho scoperto solo di 

    recente: Jacintha Abisheganaden (in arte solo Jacintha), di Singapore, non più giovanissima, è del 1957, che pur  non essendo una cantante professionista, in quanto si occupa principalmente di teatro, ha realizzato diversi album di jazz, tutti molto ben accolti dalla critica, ma poco diffusi in occidente.

    Infine alcune artiste meno note da noi, ma molto interessanti: dalla polacca Grazyna Auguscik, alla texana Renee Olstead, già bambina prodigio 

    della TV e oggi gradevole jazz-vocalist, alla sudafricana Orna, trasferitasi negli USA ed infine alla russa di nascita Sophie Milman, cresciuta in Israele  e poi emigrata in Canada, dove, sia per le qualità canore sia per l'avvenenza, viene considerata l'erede di Diana Krall.
    Non mi resta che augurarvi buon ascolto, in attesa di proseguire con altre interessanti proposte.


    venerdì 9 dicembre 2011

    "The President" Lester Young in due video storici

    Pubblicato 17 dicembre 2008


    Nel post precedente consigliavo l'ascolto di alcune registrazioni jazz di Nat Cole del 1945 in trio con Lester Young e Buddy Rich.
    Oggi torno su questi ultimi due proponendovi un paio di video molto interessanti del 1950, in cui sono presenti entrambi. Due video realizzati dal grande fotografo Gjon Mili, autore di quello che, unanimemente, viene considerato il miglior filmato sul jazz finora mai realizzato, quel Jammin' the Blues cui dedicai un post l'anno scorso. Per chi non lo conoscesse o desiderasse rivederlo basta cliccare qui.
    In questo caso non siamo a quei livelli, comunque il clima che in quegli anni regnava in quel contesto è abbastanza ben rappresentato.
    Il primo video è dedicato interamente a Lester Young che, accompagnato dal trombone di Bill Harris e sontenuto da una ritmica eccellente con Hank Jones al piano, Ray Brown al basso e Buddy Rich alla batteria,  interpreta da par suo il classico Pennies from Heaven.


    Nel secondo video gli stessi sono raggiunti da Ella Fitzgerald, dal trombettista Harry "Sweet" Davis, e da un secondo sax tenore: quello di Flip Phillips. Questa volta l'esecuzione è collettiva con una serie di assoli in sequenza, inframezzati dallo swingante "scat" di Ella, sulle note di Blues for Greasy composta per l'occasione da Davis.


    Vedere l'esecuzione oltre che ascoltarla, aiuta a comprendere lo spirito che aleggiava fra gli artisti in quelle occasioni ed a capire come siano poi nati certi capolavori che resteranno nella storia del jazz.