Uno scatenato Oscar Peterson in gran forma, colto dal vivo a Tokio nel febbraio 1987 in Reunion Blues con il suo quartetto comprendente: il fenomenale Joe Pass alla chitarra, David Young al basso e Martin Drew alla batteria.
In un precedente post (qui), ho proposto la prima ripresa filmata di Miles Davis in Italia con il quintetto nel 1964.
Oggi vi propongo un video di quella che credo sia l'ultima esibizione televisiva italiana nel 1991, pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 28 settembre di quello stesso anno. Il video è tratto dalla trasmissione DOC di Renzo Arbore.
Il Davis che ascoltiamo qui è molto diverso da quello degli anni d'oro e può piacere o meno. A me sinceramente non dice molto, tuttavia, per il suo valore storico, il filmato merita comunque di essere visto.
Giusto 50 anni fa, il primo aprile del 1959, John Coltrane iniziava a lavorare su un tema che diventerà uno dei suoi capolavori più amati dagli appassionati: Giant Steps. Assieme a Cedar Walton (pf) Paul Chambers (bs) Lex Humphries (dr) quel giorno inciderà ben otto takes senza arrivare a quello che aveva in mente. Il mese successivo, il giorno 5, tornò in studio con gli stessi musicisti, tranne Art Taylor (dr) al posto di Humphries. Vennero realizzate altre cinque takes e finalmente l'obiettivo venne raggiunto. Quella quinta take venne scelta come master take per l'LP che doveva inaugurare il suo passaggio alla casa discografica Atlantic, per la quale inciderà diversi album famosi, prima di passare definitivamente alla Impulse.
Quel primo album, pubblicato solo l'anno seguente, venne intitolato proprio Giant Steps [Atlantic 1311] e ancora oggi è considerato uno dei suoi lavori più significativi.
Giant Steps
Cousin Mary
Countdown
Spiral
Syeeda's ong Flute
Mr. P. C. (Mr. Paul Chambers)
Naima
Di seguito un video di Giant Steps, reperito su Youtube, in cui la musica è accompagnata dalle immagini della partitura del brano, una divertente curiosità.
...
Il noto critico Marcello Piras ha scritto che Giant Steps rivela: «la perfezione geometrica di un esercizio, lo slancio travolgente di un capolavoro e la forza trionfante di un teorema dimostrato al mondo».
L'album tra i vari brani contiene anche un altro straordinario capolavoro: la dolcissima Naima, brano che resterà per anni nel repertorio di Coltrane e che qui possiamo ascoltare in una versione dello storico quartetto nel 1965.
Un'eccezionale esecuzione del brano Rifftide di Thelonious Monk eseguita in duo da Stan Getz e John Coltrane, accompagnati da Oscar Peterson al piano, Paul Chambers al basso e Jimmy Cobb alla batteria.
Si tratta dell'unico incontro-confronto documentato fra due dei più famosi sax tenore della storia del jazz.
Due differenti sound, che caratterizzano due artisti, così diversi fra loro, ma entrambi grandissimi. E Oscar Peterson, da parte sua, non è da meno.
All'epoca di questa storia avevo circa vent'anni e il mio interesse per il jazz era marginale. Ascoltavo con piacere Glenn Miller, Benny Goodman, Frank Sinatra con Tommy Dorsey, ma, non possedendo un giradischi, il tutto si limitava alla radio ed al cinema, dove non mi perdevo i vari film musicali da Cantando sotto la pioggia a Un americano a Parigi, ecc..
In una fredda sera d'inverno di una cinquantina d'anni fa, nel cortile di una caserma nel Nord-Italia, avvenne l'incontro che trasformò la mia vita di fruitore di musica. Quella sera non ero andato in libera uscita e passeggiavo nel cortile, fumando e pensando a casa e alla mia ragazza (quella che dopo 50 anni è ancora qui con me), quando vidi un caro amico che rientrava con una grossa busta di un noto negozio di dischi.
Incuriosito gli chiesi di mostrarmi gli acquisti, pensando che tirasse fuori Elvis Presley o cose simili e invece mi mostrò un LP intitolato Charlie Parker plays Cole Porter.
Il nome di Cole Porter non mi era nuovo, sapevo che aveva scritto tante belle canzoni, ma quel Charlie Parker non sapevo proprio chi fosse e gli chiesi «Chi è? Uno nuovo? Canta bene, meglio di Frank Sinatra?» «Non conosci Charlie Parker? Il più grande sassofonista di tutti i tempi!»
«Mai sentito nominare. A malapena distinguo un clarinetto da un sassofono».
«Non sai cosa ti perdi! È morto qualche anno fa a soli trentaquattro anni ed ormai è diventato un mito per il mondo del jazz».
A quel punto si innescò in me una incontenibile curiosità.
«Ok, vediamo se c'è don Lino, così me lo fai ascoltare».
L'unico giradischi della caserma era nell'ufficio del cappellano, che lo metteva a disposizione di tutti. Don Lino ci aprì e sorridendo, come suo solito, ci fece entrare. All'inizio ascoltando quella strana musica rimasi sconcertato, guardavo il mio amico con aria interrogativa e fra me pensavo «che roba è questa?». Poi iniziò Love for sale, un brano che avevo già ascoltato in versione diversa, e cominciai ad entrare nel meccanismo.
Man mano che quel sassofono dal suono così particolare continuava a inanellare sequenze di note sentivo un brivido leggero corrermi lungo la schiena, mai prima di allora della musica mi aveva fatto quell'effetto. Il brano successivo: I love Paris, confermò quello stato di eccitazione e capii di aver scoperto un mondo nuovo che non conoscevo.
Solo anni dopo seppi che quei due brani erano gli ultimi che Parker aveva registrato in studio, il 10 dicembre 1954, poche settimane prima della crisi che di lì a poco, il 12 marzo 1955, lo avrebbe portato alla morte. Erano il suo canto del cigno, come risulta da questo estratto della sua discografia completa:
Date:
December 10, 1954
Place:
Fine Sounds Studio, New York
Group:
Charlie Parker Quintet with Walter Bishop, Jr. (p), Billy Bauer (g),
Teddy Kotick (b),
Art
Taylor (d)
Recording:
Commercial for Verve Record
sPrimary
Source:
Verve Box, disc 10
1.
Love for Sale I (0:17) FS
2.
Love for Sale II (5:47) CT
3.
Love for Sale III (1:03) IT
4.
Love for Sale IV-alt (5:32) CT
5.
Love for Sale V (5:35) MT
6.
I Love Paris II-alt (5:07) CT
7.
I Love Paris III (5:07) MT
Note:
Parker's last studio session.
Da allora ho cominciato ad avvicinarmi gradualmente al jazz, partendo da Charlie Parker che per anni fu il mio punto di riferimento e allargando lo spettro sono arrivato a Miles Davis, a Bud Powell, a Coleman Hawkins e via via così negli anni, fino a fare di questa musica il mio principale interesse “non lavorativo”.
Chiudo queste note con un video che ci mostra Parker in una breve esibizione filmata, una delle poche in circolazione.
Per tener fede alla definizione, attribuitami da un amico, di “video-archeologo del jazz”, oggi propongo due “reperti” significativi sia per l'età, sia per la relativa sorprendente qualità video e audio.
I frequentatori di questo blog più “maturi” (per usare un eufemismo) ricorderanno un vecchio film del 1959 I cinque penny (The five pennies). Una caramellosa biografia del trombettista-cornettista Red Nichols (1905-1965), interpretato da Danny Kaye, attore all'epoca molto famoso e oggi pressoché dimenticato. Il film era comunque impreziosito da una gustosa partecipazione di Louis Armstrong, che in questo video possiamo vedere duettare con il protagonista.
Girellando su Youtube ho trovato due video interessanti che ci mostrano il vero Nichols, quando con il suo gruppo chiamato “The Five Pennies” era all'apice della popolarità.
Il primo video ha la bellezza di 80 anni e ci mostra un tipico set jazzistico di quegli anni ed il suo interesse consiste sia nell'aspetto musicale, in quando alcuni dei giovani protagonisti diventeranno poi famosi, sia in quello di "costume" in quanto ci offre una visione del clima di quei giorni che precedevano di poco la terribile crisi. Oltre a Nichols, all'epoca ventiquattrenne, sono riconoscibili Eddie Condon, chitarra e voce (24 anni), Pee Wee Russell, clarinetto (23 anni) e Miff Mole, trombone (32 anni). Il pianista potrebbe essere Arthur Schutt e il batterista Vic Berton.
Red Nichols era definito dai critici un pò malevoli, "il Bix Biederbecke dei poveri", infatti pur essendo tecnicamente molto bravo, stando a J. E. Berendt, «non aveva neanche lontanamente la ricchezza di idee e la sensibilità di Bix». La sua musica era una specie di Dixieland in salsa newyorkese e rappresentò la transizione verso lo swing. Il video seguente è di quattro anni dopo e, probabilmente è tratto da un film, di cui però non sono riuscito a risalire al titolo.
Il contesto è particolare e l'abbigliamento strano di molti musicisti non consente di riconoscerli. L'unico non in costume al centro della scena è Nichols, che si esibisce in un divertente pezzo intitolato: Troublesome Trumpet.La collocazione temporale, 1933, epoca "New Deal", giustifica il ritorno all'allegria. Musica e immagini divertenti, anche se non si tratta di puro jazz.
Fra un paio di giorni (il 26 febbraio) saranno trascorsi vent'anni dalla morte di Roy Eldridge (1911-1989), «un gigante della tromba», come lo definì il critico statunitense Leonard Feather nel suo necrologio, e che oggi è stato pressoché dimenticato. Per ricordarlo ho scelto di presentare una serie di video che spaziano in quasi 50 anni della sua carriera.
Eldridge è stato un artista di straordinario talento, eccellente strumentista, divertente showman e ottimo cantante, che ha esercitato una profonda influenza su tutti i solisti delle generazioni successive, ma anche un artista di “transizione” che ha vissuto a cavallo fra il jazz classico e il Bebop, senza immedesimarsi in nessuna delle due categorie, e che, nonostante il successo, restò comunque succube dell'incombente presenza prima di Louis Armstrong, di dieci anni più anziano, e poi di Dizzy Gillespie e di Miles Davis.
Le sue eccellenti doti si evidenziarono fin da giovanissimo e all'età di 19 anni si trasferì a New York dalla natia Pittisburgh, dove trovò un ingaggio nell'orchestra di Cecil Scott e dove incontrò Chu Berry, una delle stelle del gruppo, che diventò per lui una specie di guida. Dovettero però passare ancora un paio d'anni prima che la sua dirompente personalità emergesse, grazie anche ad un certo influsso che ebbe su di lui l'incontro con la musica Armstrong. Nel 1932 entrò a far parte dell'orchestra di Elmer Snowden, che comprendeva anche Otto Hardwick, Dick Wells ed altri ex ellingtoniani.
Il primo video che propongo è del 1933 e si riferisce proprio a quell'esperienza. Si tratta di una curiosità storica che ci permette di vedere il giovane Roy, che qui è riconoscibilissimo, (è il più basso del gruppo), alle prime armi in un vivace set di show-music, e fu proprio durante la militanza in questo gruppo che il sassofonista Hardwick (il primo sulla destra) coniò per lui in soprannome di “Little Jazz” che gli rimarrà per tutta la vita.
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Questo filmato è anche interessante come documento di costume. Girato nello storico anno che aprì la strada al New Deal dopo la tragica crisi del 1929, sembra quasi un invito a lasciarsi dietro i disastri passati e a guardare al futuro con allegria, rivolto in particolare alla gente di colore, alla quale il filmato era, quasi certamente, indirizzato.
Negli anno successivi Eldridge continuò a crescere come strumentista e a farsi le ossa in orchestre e complessi sempre più importanti, come i McKinney's Cotton Pickers, l'orchestra di Teddy Hill e quella di Fletcher Henderson. Nel 1937, ormai affermato, mise insieme un proprio gruppo che per un paio d'anni si esibì prevalentemente al “Three Duces” di Chicago.
Ma la grande popolarità gli arrivò grazie all'ingaggio da parte di Gene Krupa che ne fece una vera e propria vedette dell'orchestra. I suoi assolo di tromba, i suoi siparietti canori ed i suoi duetti con Anita O'Day riscossero un successo grandissimo. Di seguito due video dell'epoca che documentano alcuni di quei momenti..
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In realtà per Roy quelli furono anni difficili; far parte come unico artista di colore di un'orchestra di bianchi era molto complicato. Fraternizzare con i colleghi in pubblico era impensabile, alla fine di ogni concerto doveva uscire dalla porta di servizio e non poteva alloggiare nello stesso albergo degli altri. Un vero e proprio calvario che lo amareggiò moltissimo e lo indusse alla prima tournée in Europa a fermarsi a Parigi, dove venne accolto trionfalmente e dove sentì che non esistevano pregiudizi razziali.
Il prossimo video del 1951 lo vede suonare con un gruppo di musicisti francesi. Il pianista potrebbe essere Claude Bolling, ma non ne sono sicuro.
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Dopo circa un anno rientrò negli USA chiamato da Norman Granz che ne fece una stella del suo Jazz at the Philarmonic, ma negli anni tornerà spesso in Europa, dove venne sempre accolto con grande entusiasmo.
La sua militanza nella “scuderia” di Norman Granz, patron anche della casa discografica Verve e poi della Pablo, fece sì che nei successivi anni Roy incontrasse in concerti o su disco quasi tutti i grandi dell'epoca, da Billie Holiday, a Ella Fitzgerald, da Oscar Peterson a Coleman Hawkins, ma quasi sempre come spalla.
Fra i numerosi video disponibili su Youtube ho scelto questa gustosa versione di Sunday del 1961 eseguita con un gruppo di famosi colleghi: Coleman Hawkins al tenore, Johnny Guarnieri al piano, Cozy Cole alla batteria ecc.. Un classico esempio della vitalità e della vivacità di Roy, meritevole di attenzione anche se di scarsa qualità video.
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Per concludere ho scelto un video di quasi 20 anni dopo che ce lo mostra, già gravemente malato, in una delle sue ultime esibizioni, prima di ritirarsi definitivamente. Il brano è Booty Blues ed è esguito con un gruppo capeggiato da Count Basie con Zoot Sims ed altri musicisti meno noti.
Nella speranza che questo fugace ricordo sia servito a stimolare la curiosità verso i suoi dischi chiudo con un'affermazione che anni fa lessi da qualche parte: Little Jazz era Grande Jazz.
Poco più di un anno fa verso la fine dell'estate del 2007, la Blue Note mise sul mercato uno straordinario inedito del sestetto di Charles Mingus con Eric Dolphy: Cornell 1964 (BN 92210) che rappresentò l'avvenimento discografico di quella stagione. Io purtroppo allora me lo lasciai sfuggire e finalmente solo in questi giorni sono riuscito a recuperarne una copia e dopo averlo ascoltato, essendone rimasto entusiasta, ho pensato di segnalarlo a chi come me se lo fosse perso.
CD 1:
1. Opening - 0:17;
2. ATFW You - 4:26;
3. Sophisticated Lady - 4:23;
4. Fables Of Faubus - 29:42;
5. Orange Was The Colour Of Her Dress, Then Blue Silk - 15:05;
6. Take The "A" Train - 17:26.
CD 2:
1. Meditations - 31:23;
2. So Long Eric - 15:33;
3. When Irish Eyes Are Smiling - 6:07;
4. Jitterbug Waltz - 9:59.
Charles Mingus (contrabbasso);
Johnny Coles (tromba);
Eric Dolphy (sax alto, flauto, clarinetto, basso);
Clifford Jordan (sax tenore);
Jaki Byard (pianoforte);
Dannie Richmond (batteria).
Il nastro della registrazione di quel concerto tenutosi il 18 marzo 1964 alla Cornell University di Ithaca (NY), era rimasto nascosto per più di vent'anni in fondo a qualche armadio e bene ha fatto al Blue Note a metterlo a disposizione degli appassionati.
Il disco documenta un'esibizione del sestetto un paio di settimane prima dell'uscita ufficiale del gruppo avvenuta alla Town Hall di New York, e subito seguita dalla famosa tournée in Europa, che toccò anche l'Italia con tappe a Milano e Bologna. (vds. Arrigo Polillo: Stasera Jazz, Mondadori, 1978 p. 126 ss.)
Si tratta quindi di una specie di cantiere preparatorio per le successive esibizioni, che tuttavia denota già un'elevata maturità ed un'originalità stilistica inconfondibile, premessa per il grande successo che gli verrà tributato in tutta Europa, soprattutto nella prima fase della tournée fino a Parigi. Purtroppo dopo il concerto al Théâtre des Champs-Elysées, immortalato dal celebre album triplo Memorial Charles Mingus The Great Concert Paris 1964, il trombettista Coles cadde malato e dovette rientrare negli USA, senza essere sostituito e questo comportò una notevole limitazione per i successivi concerti.
Per dare un'idea di cosa sto parlando vi propongo un video realizzato in Norvegia durante quella tournée, in cui è possibile ascoltare il gruppo, ancora al completo, in un splendida esecuzione di So Long Eric. Il brano dura oltre 20 minuti e consente a tutti i solisti di mettersi, a turno, in evidenza.
Un altro breve video un pò datato, ma per "buongustai", una Jam-Session tratta da un vecchio filmetto I favolosi Dorsey di Alfred E. Green (1947) una biografia romanzata ed edulcorata dei due noti jazzisti della Swing Era. Il brano si intitola Art's Blues
In questi giorni mi è capitato di rivedere un vecchio video-intervista su Massimo Urbani intitolato: Nella fabbrica abbandonata, (disponibile anche su Youtube) nel quale l'artista viene colto nell'intimità e racconta il suo rapporto con la musica, confessa le sue debolezze e fragilità ed esprime la sua concezione di jazz con degli interessanti spazi musicali. Il filmato dura più di un'ora e consente di cogliere aspetti importanti della personalità di questo artista. Massimo è stato uno dei musicisti più geniali e brillanti della sua epoca, purtroppo scomparso troppo presto proprio a causa delle sue fragilità. Egli è stato già ricordato, con ben due post, nel blog Bertop curato da un amico, che pur essendo prevalentemente dedicato alla poesia contemporanea, ogni tanto apre le sue pagine anche al jazz. Nel primo post troviamo, oltre ad alcune foto dell'artista, una toccante poesia dedicatagli dall'amico curatore del blog (qui), nel secondo si può leggere la riproposizione del testo della monografia del critico Marcello Piras apparsa sul numero di ottobre 1995 della rivista "Musica Jazz", che ripercorre la vita e illustra le opere di Urbani (qui).
Questo mio intervento si limiterà pertanto a ricordarne la figura e la musica con qualche traccia musicale e qualche filmato, com'è ormai consuetudine di queste pagine. Non potendo inserire l'intero documentario ne ho estratto un paio di frammenti, nel primo dei quali, presentato di seguito, Massimo parla delle sue esperienze musicali, raccontando del suo ingresso nel mondo del jazz, del suo determinante incontro con Enrico Rava, delle sue prime jam sessions con grandi musicisti, degli strumentisti ai quali si è ispirato per concludere con una solitaria improvvisazione.
Nel 1974 Enrico Rava, appena rientrato dall'Argentina, lo chiama a far parte di un quartetto comprendente anche il batterista argentino Nestor Astarita ed il bassista statunitense Calvin Hill ed è proprio con questi due musicisti che Massimo inciderà il primo LP a suo nome per la serie Jazz a Confronto (n.13).
Il video che segue si riferisce a quel periodo ed è tratto da una trasmissione che la RAI dedicò sempre nel 1974 a Rava ed a quel quartetto. In esso è possibile apprezzare come a soli 17 anni Massimo fosse già padrone dello strumento e della scena confrontandosi autorevolmente con i colleghi più anziani.
Il video successivo sempre con Rava, è di qualche anno dopo e in quell'occasione la ritmica era composta da tre giovani musicisti danesi fra i quali spiccava il bassista Palle Danielsson che diventerà uno dei più apprezzati bassisti sulla scena internazionale. In questo video Urbani suona da par suo, però, se lo si osserva bene, il suo sguardo sembra più spento, forse il suo drammatico incontro con la "roba" era già cominciato.
L'ultimo brevissimo filmato, tratto dal citato documentario, è una solitaria esecuzione del noto brano di Bruno Martino Estate, pezzo molto amato dai jazzisti non solo italiani.
Nei quasi vent'anni di vita artistica Urbani ha inciso molti dischi quasi tutti di alto livello.
Qui ne voglio ricordare due che amo particolarmente:
il primo è il doppio LP del 1980 Dedications (to J. C. & A. A.) realizzato con una ritmica tutta italiana Luigi Bonafede al piano, Furio DiCastri al basso e Paolo Pelegatti alla batteria. Da questo ho tratto una bellissima versione del famoso brano di Coltrane Naima.
il secondo è Duets for Yardbird, realizzato nel 1987 con Mike Melillo al piano e dedicato al suo idolo Charlie Parker. Un disco che mette in luce le capacità solistiche e improvvisative di un Urbani particolarmente in forma, supportato dal pianismo lirico di Melillo come prova l'Out Nowhere scelto per concludere questa pagina.
Louis Armstrong (1901 - 1971) non è stato solo uno dei più grandi jazzisti di sempre (forse il più grande in assoluto), sicuramente il più conosciuto e il più popolare, ma anche un vero e proprio ambasciatore del jazz nel mondo che, in quasi mezzo secolo di carriera artistica, ha girato il mondo in lungo e in largo, dall'Africa alla Russia, al Giappone ecc., da un certo momento in poi anche come rappresentante ufficiale degli USA nel mondo.
Di seguito propongo alcuni video relativi a sue tournée a partire dal 1956.
Il primo è un breve video-documentario del viaggio in Ghana del 1956, già come rappresentante ufficiale, in cui esegue un toccante Black and Blue, alla presenza del Premier di quel paese. Segue una breve intervista ed infine l'esecuzione pubblica di Royal Garden Blues, calorosamente accolta dalla popolazione locale. Lo accompagnano i membri della "All Stars" del momento con, fra gli altri, il fedelissimo Trummy Young al trombone e Edmund Hall al clarino.
Cinque anni dopo, nel 1961, lo troviamo alla Bussola di Focette, il locale notturno più famoso dell'epoca, in un memorabile concerto di cui propongo uno stralcio. In quei giorni mi trovavo in Versilia, nella casa al mare dei miei genitori a pochi chilometri dalla Bussola, ma, putroppo, le mie condizioni economiche dell'epoca (avevo 24 anni) non mi consentirono di presenziare a quell'evento. Vedendo queste immagini il rammarico è ancora vivo.
Verso la fine della carriera la sua popolarità internazionale riesplose grazie ad una canzone What a Wonderful World, che scalò le classifiche di tutto il mondo. Un motivo gradevole ripreso spesso anche dal cinema, ricordo Good Morning Vietnam. L'esecuzione ripresa nel video viene da una tournée in Gran Bretagna nel 1968.
Concludo questo breve omaggio al grande Satchmo con un video particolare, che conferma la grande popolarità del personaggio: la ripresa del suo funerale trasmessa dalla RAI con il commento da New York di Carlo Mazzarella.
Continuando nella segnalazione di alcuni storici LP che quest'anno compiono 50 anni, oggi voglio presentarne altri due.
La volta scorsa i protagonisti erano stati Miles Davis e due suoi straordinari collaboratori: John Coltrane e Cannonball Adderley, oggi restiamo ancora alla corte del “divino” Miles con Gil Evans (1912 -1988) il più geniale e innovativo arrangiatore della seconda metà del secolo scorso. Il critico Bruno Schiozzi ne ha qui sintetizzato perfettamente le straordinarie caratteristiche musicali:
«”Scrittore” dotato di sobrietà e originalità che non trovano riscontro, riusciva ad “interpretare” le varie composizioni approfondendone valori e significati, addentrandosi tra le pieghe del tema [...] con una sensibilità e una precisione quasi irreali, rifacendosi a codici espressivi assolutamente personali» (Jazztime: Gil Evans, F.lli Fabbri, Milano, 1989).
Gli Album che qui voglio ricordare sono due:
New Bottle, Old Wine uscito a nome di Evans con orchestra e solista principale Cannonball Adderley;
Porgy and Bess a nome di Miles Davis, con arrangiamenti scritti e orchestra diretta da Evans.
Entrambi rientrano nel filone iniziato l'anno precedente con Miles Ahead, con cui Evans aveva ripreso la collaborazione con Davis, iniziata dieci anni prima con Birth of the Cool. Il successo di quell'esperienza indusse Evans a tentare qualcosa di simile con Cannonball Adderley e nacque New Bottle, Old Wine.
L'album è una specie di breve storia del jazz realizzata arrangiando in chiave moderna (New Bottle) alcuni brani classici (Old Wine). Si va da St.Louis Blues (di William C. Handy) a Manteca (di Dizzy Gillespie), da Struttin' With Some Barbecue (di Lillian Hardin Armstrong) a Bird Feathers (di Charlie Parker), da Willow Tree (di Fats Waller) a Lester Leaps In (di Lester Young) e infine da King Porter Stomp (di Jelly Roll Morton) a 'Round Midnight (di Thelonious Monk). In questi arrangiamenti la sensibilità, l'eleganza, la modernità della scrittura di Evans si evidenziano perfettamente, offrendoci un disco che a distanza di mezzo secolo è ancora estremamente attuale e godibilissimo.
Di seguito propongo tre esempi
In 'Round Midnight, il famoso e bellissimo brano di Monk viene rivisitato con un particolare arrangiamento in cui risaltano, oltre la superlativa performance di Cannonball, gli intrecci fra flauto, corno, tuba e tromba con sordina. Il brano, già di per sé un capolavoro musicale, trova qui una nuova veste che lo rende ancor più godibile.
St. Louis Blues, lo storico brano di W. C. Handy, forse il brano di jazz in assoluto più eseguito al mondo, viene qui presentato in forma moderna con un particolare impasto di fiati, mentre Cannonball ancora una volta si supera in un'esecuzione calda e personalissima.
Lester Leaps In, uno dei brani più noti scritti ed eseguiti da Lester Young, viene invece affrontato in una versione velocissima, con la sezione dei sassofoni in evidenza. Oltre al solito straordinario Adderley meritano di essere segnalati Chuck Wayne alla chitarra e Frank Rehak al trombone.
I rimanenti 5 brani non sono da meno e vi lascio la curiosità, chissà che a qualcuno, che non ce l'ha, non venga la voglia di procurarsi il CD.
Il secondo LP segue una linea analoga, solo che gli arrangiamenti questa volta riguardano la più importante opera di ispirazione jazzistica e folkloristica negra, l'indiscusso capolavoro di Gershwin.
Qui il solista torna ad essere Davis, come in Miles Ahead, mentre Cannonball resta solo come membro dell'orchestra e anche in questo caso la scrittura di Evans trasforma la musica di Gershwin, scritta per essere cantata, in una partitura per orchestra jazz, affidando al solista il compito di sostituirsi ai cantanti; il lavoro di Evans infatti si concentrò in particolare sulla partitura per canto.
Il risultato finale di questa nuova collaborazione fra Davis ed Evans fu strepitoso, l'album ebbe un successo straordinario e resta ancora oggi il disco di Miles Davis più venduto in assoluto dopo Bitches Brew.
Di seguito due brani notissimi, tratti dall'album:
- Bess, You Is My Woman Now
- I Loves You, Porgy
e presi da Youtube
Per concludere, non esistendo video relativi a questi album, per onorare l'imprinting di questo blog ho scelto un video che ci offre comunque quell'atmosfera anche se è riferito al precedente Miles Ahead.
Il cinema ha spesso utilizzato il jazz e i suoi protagonisti ai propri fini. Basti pensare al film d'esordio del cinema sonoro The Jazz Singer (1927), che tuttavia col jazz aveva poco a che fare. Per almeno 30 anni, salvo qualche breve filmato come Black and Tan Fantasy (1929) di Dudley Murphy, Symphony in Black (1935) di Fred Waller e Jammin' the Blues (1944) di Gjon Mili sui quali mi sono già soffermato in queste pagine, si sono viste biografie romanzate di jazzisti come: FivePennies (su Red Nichols), The Benny Goodman Story, The Glenn Miller Story, ecc., oppure films con al partecipazione a diverso titolo di musicisti singoli, di gruppi o di orchestre come: Cabin in the Sky, New Orleans (in italiano La città del Jazz), Stormy Weather, A Song is Born (in italiano Venere e il professore), ecc., o ancora films con colonne sonore scritte da jazzisti come: Anathomy of a Murder (Anatomia di un Omicidio), scritta da Duke Ellington, The Man with the Golden Arm (L'Uomo dal Braccio d'Oro), scritta da Elmer Bernstein, o Ascenseur pour l'Éschafaud (Ascensore per il Patibolo) scritta da Miles Davis, ecc, solo per ricordare i più noti. Tutti films che usavano il jazz e i suoi protagonisti, ma non erano “sul jazz”.
5o anni fa, finalmente, nell'estate del 1958, il regista statunitense Bern Stein realizzò un film-documentario: Jazz in a Summer's Day sul Festival del Jazz di Newport di quell'anno, l'evento jazzistico per antonomasia in quegli anni. In esso sono magistralmente descritte le atmosfere che circondavano quell'evento, con un approccio diverso dal documentario puramente cronistico, aggirandosi fra le prove pre-concerto, vagando in città per documentare esibizioni on the road con sullo sfondo le prove dell'America's Cup di vela, in corso in quei giorni. Poi la cinepresa si aggira fra la folla che assiepava le tribune all'aperto e l'area sottostante il palco, per farci vivere l'entusiasmo degli spettatori e per presentarci alcuni dei momenti più significativi della rassegna che vedeva fra i protagonisti il meglio del jazz, del blues e del gospel di quel periodo (Louis Armstrong, Gerry Mulligan, Thelonouis Monk, Chico Hamilton, Jimmy Giuffre, Anita O'Day, Dinah Washington, Mahalia Jackson, e molti altri). Se non è stato “the definitive jazz-film” come scrisse qualche critico all'epoca è certamente un film che tutti coloro che amano il jazz dovrebbero vedere.
Una prima idea della particolarità di questo film si può avere da un estratto della parte pomeridiana che ha per protagonista una splendida, elegantissima Anita O'Day. Lo spettacolo vero, comunque, è in platea, col pubblico che partecipa con entusiasmo a questa straordinaria performance.
Un altro estratto pomeridiano significativo dal punto di vista filmico è quello del trio di Thelonious Monk, con Henry Grimes al basso e Roy Haynes alla batteria, in cui le immagini dell'America's Cup si sovrappongono alle note di Blue Monk.
Fra gli spettatori di questo concerto si vede di sfuggita Gerry Mulligan che sarà uno dei protagonisti della parte serale con il suo nuovo quartetto con Art Farmer alla tromba in un vibrante As Catch Can.
La prevalente presenza giovanile in platea, con non poche belle fanciulle, mi fa ricordare come allora Gerry Mulligan fosse un divo apprezzatissimo dai giovani. I suoi brani si vendevano, anche in Italia, come le canzoni di moda. Fra i miei vecchi dischi conservo diversi di quei 45 giri.
Un'altra esibizione gustosa di quella sera fu quella di Dinah Washington, in un vivacissimo All of Me, accompagnata, fra gli altri, da Terry Gibbs al vibrafono, da Bob Brookmeyer al trombone e da un giovane Max Roach alla batteria. Notare come la cinepresa si sofferma sulla spilla gioiello della cantante posta con disinvoltura in posizione “strategica”.
La serata si concluse con l'esibizione degli All Stars di Louis Armstrong comprendente uno dei loro brani storici: Rockin' Chair in cui il leader duetta con la sua spalla Jack Teagarden.
Quando io vidi per la prima volta questo film avevo una ventina d'anni, ero un giovane studente, ai primi approcci con il jazz e ne rimasi particolarmente affascinato. L'idea di potersi avvicinare al jazz non solo con le esibizioni dal vivo (allora rare e costose) e con i dischi, ma anche con filmati, mi intrigò fin dall'inizio, anche se all'epoca esisteva solo il cinema ed i film del genere erano rarissimi. Per decenni quell'idea rimase solo un auspicio poi, con l'avvento della videoregistrazione, tutto divenne gradualmente più facile, e quella mia idea divenne un obiettivo da perseguire, nei limiti delle mie possibilità, portandomi a realizzare una discreta raccolta di filmati d'epoca, di registrazioni di concerti, di video, di film che ormai da tempo costituiscono una delle fonti per questo blog.
il 23 dicembre scorso, giusto un mese fà, moriva all'età di 82 anni Oscar Peterson, uno straordinario musicista che ha attraversato più di mezzo secolo di storia del jazz al di fuori degli schemi, delle mode, delle categorizzazioni, lasciandoci un eccezionale patrimonio di registrazioni e filmati che certificano le sue sbalorditive capacità artisitiche e tecniche.
La mia ammirazione nei suoi confronti risale ad anni lontani; ricordo di averlo ascoltato una sera dal vivo e di esserne rimasto incantato. Dopo il concerto ebbi modo di recarmi dietro le quinte per salutarlo e scambiare con lui qualche battuta. Era un omone sorridente, sereno, disponibile, senza atteggiamenti divistici. Da allora ho seguito sempre il suo lavoro con attenzione ed interesse, anche quando la critica militante, che inneggiava ai vari Cecil Taylor, diceva che la sua musica era virtuosismo senz'anima e non jazz.
Per rendergli un doveroso omaggio ho scelto alcuni video che ce lo mostrano in tempi diversi in tutta la sua straordinaria vitalità. Il primo è del 1958 con il suo storico trio (Ray Brown al basso, Herb Ellis alla chitarra) in A Gal of Calico
Oltre ad esssere un grande solista è stato anche un eccellente accompagnatore, una "spalla" straordinaria. I suoi dischi con Louis Armstrong e Ella Fitzgerald, con Lester Young, con Billie Holiday, con Ben Webster, ecc. sono dei gioielli ancora oggi insuperati.
Il video seguente del 1973 ce lo mostra ancora in trio (N-H. O. Pedersen al basso, Tony Inzalaco alla batteria) nella veste di spalla di Ben Webster, una delle voci più sensuali e sofisticate, che ci propone due dei suoi cavalli di battaglia del periodo ellingtoniano, la soave ballad I Got It Bad (and That Ain't Good) ed il vivace Perdido
Concludiamo questa carrellata con un video del 2004, (dopo l'ictus che nel 1993 gli aveva fatto perder l'uso della mano sinistra) dove pur suonando praticamente con una sola mano riesce a coinvolgerci e commuoverci.