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venerdì 1 giugno 2012

I miei standards preferiti: Darn that Dream (1939)


Darn That Dream, ancora oggi uno degli standards più battuti dai jazzisti di tutto il mondo, venne composto nel 1939 dalla coppia Jimmy Van Hausen per la musica e Eddie DeLange per i testi, nell'ambito di un musical di Broadway, Swingin' the Dream, che prendeva spunto dalla commedia di Shakespeare Midsummer Night's Dream, ambientandola nella New Orleans del 1890, con un cast prevalentemente di colore.
Contrariamente ad altri musicals tratti da opere shakespeariane, come ad esempio Kiss Me Kate (tratta dalla Bisbetica Domata), questo fu un fiasco e venne sospeso dopo solo 13 repliche, nonostante la presenza nel cast di artisti all'apice del successo come Louis Armstrong, Maxine Sullivan, le Dundridge Sisters ecc., il contributo musicale per alcuni brani di Count Basie e la partecipazione del sestetto di Benny Goodman.


Il brano era cantato in scena da Armstrong, la Sullivan e le Dundridge Sisters ed è l'unico sopravvissuto di quello spettacolo, grazie a Benny Goodman che ne colse immediatamente il valore e ne incise subito una versione con la sua orchestra, cantata da Mildred Bailey,


che possiamo ascoltare nel seguente video


Il successo fu immediato e la canzone venne ripresa da altre  orchestre fra cui quella di Tommy Dorsey che ne registrò, sempre nel 1940, una versione con la voce di Anita Boyer, mentre la prima versione vocale maschile fu quella dell'orchestra di Blue Barron (alla quale si riferisce l'immagine posta all'inizio) con la voce di Russ Carlyle, uno dei più popolari cantanti del momento. 
Con gli anni il brano divenne sempre più diffuso, anche in versione solo strumentale.



Nel 1950, nell'ambito delle sedute d'incisione di Miles Davis divenute note come Birth of the Cool, venne realizzata una versione cantata da Kenny Hagood, un crooner alla Billy Eckstine presto dimenticato. I musicisti erano oltre a Miles, J.J. Johnson (tbn), Gunther Schuller (corno fr.), Bill Barber (tuba), Lee Konitz (sax a.), Gerry Mulligan (sax b. e arr.), John Lewis (pf), Al McKibbon (bs), Max Roach (btr).



Il brano tuttavia risultò abbastanza fuori contesto rispetto alle incisioni strumentali, in quanto, nonostante il buon arrangiamento di Mulligan, l'esecuzione del cantante era troppo "convenzionale".  Infatti dopo essere uscito come lato B del 78 giri con lo straordinario Venus de Milo, venne escluso per molti anni dagli LP che comprendevano gli altri brani di quelle sedute.



Il mio interesse per Darn that Dream iniziò nella seconda metà degli anni '50, quando per la prima volta ascoltai  la versione strumentale  che Gerry Mulligan registrò nel 1953 con il quartetto comprendente Chet Baker


Ne rimasi profondamente incantato e da allora quel brano è entrato in quella che chiamo la mia personale Hall of Fame, inducendomi a raccogliere nel mio archivio musicale alcune decine di diverse versioni del brano, sia vocali, sia strumentali. Non potendo qui enumerarle tutte mi limiterò a segnalarne alcune che, a mio avviso, si elevano qualitativamente sulle altre.
Fra le numerose versioni strumentali una delle mie preferite è quella che nel 1956 Thelonious Monk incise in trio con Oscar Pettiford e Art Blakey. 


Decisamente diversa, ma altrettanto piacevole, è la swingante versione, sempre in trio, che  Ahmad Jamal esegue in questo video del 1959





Particolarmente suggestiva è anche la delicata versione in duo che, nel 1963, ne danno Bill Evans al piano e Jim Hall alla chitarra nel loro splendido CD "Undercurrent".


Fra le numerose versioni vocali la "definitiva" al momento, a mio avviso, resta quella di Billie Holiday registrata nel 1957 con Harry "Sweet" Edison (tb), Ben Webster (sax t.), Jimmy Rowles (pf), Barney Kessel (cht), Red Mitchell (bs), Alvin Stoller (btr).


Presa in tempo lento, dopo un breve intro di Kessel, Billie entra sostenuta da Webster e Kessel. Il lungo "bridge" successivo è aperto da Edison, seguito da un assolo "stile chitarra" del basso di Mitchell con Webster che conclude  il "bridge" . Billie chiude sostenuta da Edison e ancora Kessel. Strepitoso!



Esistono anche numerose versioni sia vocali che strumentali di artisti italiani come Enrico Rava, Tiziana Ghiglioni, Stefano Bollani, Renato Sellani, Dado Moroni, ecc., ma quella che mi ha incuriosito di più è stata quella del gruppo di musica alternativa Quintorigo, che una decina d'anni fa nel loro album "In Cattività" (Universal 2003) ne hanno dato una lettura decisamente originale, partendo da un'ipotetica versione radiofonica d'epoca, con la voce particolare del cantante John Di Leo riescono a creare un'atmosfera suggestiva con spunti di modernità senza forzature, che rendono il tutto gradevolmente innovativo.


sabato 10 dicembre 2011

Kind of Blue di Miles Davis compie 50 anni.

Repost from Splinder  (6 Jan. 2009)

Dieci anni dopo il famoso Birth of the Cool di cui ho già parlato nel post dedicato a Gerry MulliganMiles Davis realizza un altro album storico un caposaldo nella storia del jazz: Kind of Blue.
Ian Carr nel suo Miles Davis, una biografia critica (Arcana Editrice, 1982) scrive che quell'album «col tempo si sarebbe dimostrato il disco più importante nella storia del jazz». (p.137).
Affermazione forse un po' eccessiva, ma è fuor di dubbio che questo disco ha rappresentato uno dei vertici della creatività musicale di Davis ed un punto di svolta nelle storia del jazz, oltre ad essere tuttora uno dei dischi di jazz più venduti in assoluto.



Nel 1959 Davis era al culmine della popolarità; l'anno precedente aveva già realizzato alcuni album importanti dei quali ho già parlato in un paio di post lo scorso anno (qui) e (qui).
Dopo quegli album si pensava che la musica di Davis avesse ormai raggiunto i massimi vertici espressivi, ma anche questi vertici vennero superati da questo nuovo album, realizzato in due sessioni il 2 marzo e il 22 aprile, alla testa di un sestetto comprendente John Coltrane (sax t) Julian “Cannonball” Adderley (sax a), Bill Evans e Wynton Kelly, al piano, Paul Chambers (bs), Jimmy Cobb (brt). La presenza di due pianisti verrà spiegata in una successiva intervista da Jimmy Cobb: «Non era la prima volta che Miles si comportava così. Ogni tanto portava in studio due strumentisti per certe idee che aveva […] Per il blues voleva determinate cose e sapeva che Wynton era l'uomo giusto, per certa musica più delicata ne voleva altre e l'uomo giusto era Bill».
Questo album era la prosecuzione del nuovo cammino abbozzato con il precedente Milestones, che ora prendeva concretamente forma con l'improvvisazione modale, improvvisazione non basata sugli accordi di un tema (sistema tonale), ma su diversi tipi di scale o modi (da cui modale, appunto).
Nella prima sessione del 2 marzo vennero registrati i primi tre brani: So WhatFreddie Freeloader e Blue in Green, il primo e il terzo con Evans al piano e il secondo con Kelly. Nell'ultimo brano non suona Cannonball.
La genesi di questa sessione fu particolare, Miles aveva portato in studio solo degli abbozzi di quello che ogni musicista doveva suonare per stimolarne la spontaneità e tutto venne registrato al primo tentativo.
Il 22 aprile vennero registrati gli altri due brani che completano l'album: Flamenco Sketches e All Blues, che, però questa volta non vennero registrati al primo tentativo, in quanto di entrambi i brani esistono due takes.
Ciò detto non resta che invitarvi a riprendere in mano ed a riascoltare quest'album (per chi già lo possiede) o correre ad acquistarlo (per chi ancora non ce l'ha) per gustarne a pieno la qualità. Più lo si ascolta e più se ne apprezza la bellezza.
Come assaggio vi propongo questo video, realizzato lo stesso anno, in cui viene proposto il brano più famoso dell'album. La formazione che lo esegue non è proprio la stessa, mancano Cannonball Adderley, quel giorno indisposto e Bill Evans sostituito da Wynton Kelly, ma l'atmosfera è la stessa. L'orchestra sullo sfondo è quella di Gil Evans, riunita per altre riprese.