Al volo prima di partire un altro filmato dedicato ad un amico musicista che mi onora dei suoi commenti.
Un Ahmad Jamal abbastanza recente (2003), in quello che forse è il suo cavallo di battaglia: Poinciana. Il suo primo LP del 1951 portava questo titolo.
Questo brano è stato quello che molti anni fà me lo fece conoscere ed apprezzare nell'LP Live at Oil Can Harry's (1976).
Un pianismo decisamente diverso da quello dei tre video precedenti, ma altrettanto bello e coinvolgente.
Ho scoperto "YouTube" da poco tempo e come fanno i bambini con i giocattoli nuovi non riesco a staccarmene, così prima di partire per Roma dove mi fermerò alcuni giorni, propongo un terzo capitolo sui grandi maestri del pianoforte.
Questa volta ho scelto Erroll Garner in una bellissima Just One of Those Things, tratta da un concerto tenuto nel 1965 a Londra negli studi della BBC, concerto di cui avevo già parlato in un precedente post dedicato proprio a Erroll Garner. Con questo video è possibile constatare quanto a suo tempo scrissi: «musica straordinaria, eseguita con brio, eleganza, stile, signorilità ed anche un pò di gigioneria, il che non guasta; virtuosismo allo stato puro.»
Visti gli apprezzamenti riscossi dal video di Monk, stasera propongo un altro genio: Bud Powell.
Il video ci presenta un Powell in piena forma, in un classico come Anthropology di Parker e Gillespie, ripreso nel 1962 nello storico locale di Copenhagen il Montmartre. Lo accompagnano due giovani musicisti danesi, uno dei quali è N.H.O. Pedersen, che qui aveva solo 16 anni e di lì a poco diventerà uno dei bassisti più apprezzati e famosi nella storia del jazz, purtroppo scomparso un paio d'anni fà a meno di 60 anni.
Stimolato dal vulcanico blogger e simpatico amico AMALTEO ho anch'io cominciato a curiosare su You Tube, una specie di pozzo senza fondo dove, fra centinaia di filmati musicali arcinoti o di scarsissima qualità, ogni tanto si possono trovare delle vere chicche. Come questo Don't Blame Me eseguito al piano da Thelonius Monk.
La bellezza del filmato stà, a mio avviso, nell'inquadratura pressoché costante delle mani del pianista, che consente di godere della straordinaria spontaneità con cui ci ripropone un famoso standard, abbastanza lontano dai suoi normali "schemi" musicali.
Un genio stravagante che tanto ha dato al mondo del jazz, sia come compositore, sia come musicista.
Per me fra le "cose per cui vale la pena vivere" (per citare l'amico AMALTEO) prima di tutto ci sono i nipoti (ne ho 5, tutti maschi, di tutte le taglie, da 8 a 16 anni. Uno di loro dovendo scegliere lo strumento per cominciare a studiare musica ha scelto il sassofono, dicendo alla mamma "così il nonno sarà contento"). Poi naturalmente viene il jazz e dopo metterei la musica brasiliana (o meglio la musica e la poesia brasiliana), una passione nata negli anni '60, ascoltando Tom Jobim e Joao Gilberto con Stan Getz, il poeta Vinicius de Moraes, il grande vecchio Dorival Caymmi, poi negli anni Caetano Veloso e la sorella Maria Bethania, donna di grande intelligenza e straordinario fascino, che ostenta con orgoglio sulle copertine dei dischi il suo naso aquilino e non nasconde il trascorrere degli anni, mostrandosi a 60 anni con i capelli grigi nella suggestiva foto di Mar de Sophia (Biscoito Fino 2006).
Poi ancora Elis Regina, il ministro Gilberto Gil, Chico Buarque, Jorge Ben e Toquinho, ed infine gli straordinari gruppi vocali MPB-4, quarteto Em Cy e Os Cariocas.
Per me questa musica è anche rimpianto, in quanto nel mio peregrinare per il mondo non sono mai riuscito ad approdare sulla spiaggia di Bahia, a salire sul Corcovado o a passeggiare lungo le strade di Ipanema.
Eventi, circostanze, problemi di famiglia negli anni mi hanno costretto a rimandare il progetto, arrivando a un punto di non ritorno, rappresentato dall'età e dai relativi acciacchi (per essere ottimisti). Così mi consolo con i circa 300 fra LP e CD della mia collezione "carioca" e ogni tanto "switchio" (brutto, ma efficace) dal jazz alla musica brasiliana. Oggi è uno di quei giorni, ieri sera mi sono rivisto il bel film-documentario "Vinicius" dedicato alla vita alla poesia e alla musica di quel grande poeta, cantante e musicista, e anche diplomatico, che è stato appunto Vinicius de Moraes (1913 - 1980). Il film, disponibile solo in lingua portoghese, è un bellissimo escursus sull'opera del poeta, che rende omaggio ad una delle figure brasiliane più famose al mondo (a parte i calciatori!!!) con interviste, letture di testi poetici, ma soprattutto musica, eseguita da artisti più o meno noti del mondo musicale brasiliano. Fra le canzoni presentate c'è anche quella che io considero una delle più belle poesie d'amore mai musicate, grazie sia al testo di Vinicius, sia alla musica di Tom Jobim, ossia Eu sei que vou te amar (Io so che t'amerò).
Qui sotto ho riportato il testo originale e la versione italiana. La canzone è abbastanza nota comunque per chi non la conoscesse ho messo anche una versione in musica. Fra le diverse interpretazioni a disposizione anziché seglierne una sola, ho preferito metterne insieme tre diverse: quella dell'autore della musica Tom Jobim (voce e piano), ripetuta metà in italiano da Ornella Vanoni e metà in brasiliano da Maria Creuza, entrambe accompagnate alla chitarra da Toquinho.
Eu sei que vou te amar Por toda a minha vida eu vou te amar Em cada despedida eu vou te amar Desesperadamente, eu sei que vou te amar E cada verso meu será Prá te dizer que eu sei que vou te amar Por toda minha vida Eu sei que vou chorar A cada ausência tua eu vou chorar Mas cada volta tua há de apagar O que esta ausência tua me causou Eu sei que vou sofrer a eterna desventura de viver A espera de viver ao lado teu Por toda a minha vida
Versione italiana di Sergio Bardotti
Io so che ti amerò
Per tutta la mia vita ti amerò
E in ogni lontananza ti amerò
E senza una speranza
Io so che ti amerò
Ed ogni mio pensiero è
Per dirti che
Io so che ti amerò
Per tutta la mia vita
Io so che piangerò
Ad ogni nuova assenza piangerò
Ma il tuo ritorno mi ripagherà
Del male che l’assenza ha fatto a me
Io so che soffrirò
La pena senza fine che mi dà
Il desiderio d’essere con te
Per tutta la mia vita.
Ad integrazione di questo vecchio post aggiungo un video del 1992 con Gal Costa e Tom Jobim
Il 26 marzo u.s. è uscito l'ultimo album dello storico quintetto di Paolo Fresu: Rosso, Verde, Giallo e Blu, il quinto della serie registrata per la Blue Note, ciascuno dei quali dedicato alle musiche di uno dei membri del gruppo. Questa serie, grazie ad una major come la Blue Note-EMI, è stata pubblicata in tutto il mondo, offrendo così al gruppo la possibilità di farsi conoscere anche fuori d'Europa. Nel 2005 erano usciti Kosmopolites dedicato alle musiche del pianista Roberto Cipelli e P.A.R.T.E. dedicato al bassista Attilio Zanchi, nel 2006 Incantamento con le musiche del sassofonista Tino Tracanna e Thinking dedicato al batterista Ettore Fioravanti ed infine l'ultimo dedicato alle musiche del Leader.
Sopra ho usato il termine "storico" riferendomi a questo quintetto in quanto i suoi membri suonano insieme da ben ventitré anni. Sicuramente una delle formazioni più longeve nella storia del jazz italiano e non solo, che ha realizzato moltissimi dischi sia in quintetto sia nella versione allargata a sestetto con l'aggiunta di Gianluigi Trovesi.
La foto coglie i membri del gruppo all'epoca del loro primo album.
Quando nel 1985 uscì Ostinato (Spalsc(h) H106), il loro primo LP, mi trovavo a Bucarest dove, all'epoca, non arrivava nulla da fuori (uno dei tanti benefici del comunismo), tuttavia la mia posizione in Ambasciata mi consentiva di ricevere, tramite la benemerita I.R.D., le principali novità discografiche italiane. L'arrivo di questo album suscitò in me molta curiosità per questo nuovo gruppo, avendo già avuto modo di ascoltare ed apprezzare Fresu con il quintetto di Giovanni Tommaso; inoltre mentre vivevo a Bergamo avevo spesso sentito commenti molto lusinghieri su Tino Tracanna, sopratutto dal mio giovane amico pianista Claudio Angeleri, che suonava spesso con lui. Il disco era molto gradevole, con alcuni temi interessanti come l'Ostinato in due takes con Monk in mezzo, o la divertente sequenza di Paraponzi e Venti Freddi, anche se mostrava qualche pecca di amalgama fra i giovani componenti del gruppo. Trovai comunque eccessiva la poco lusinghiera recensione di Salvatore G. Biamonte apparsa sulla rivista "Musica Jazz" (nov. 1985) che parlava di «curiose sensazioni di stanchezza e ripiegamento su formule scontate (manierismi, i soliti pedali ecc.)..»e concludeva parlando di «materiale non di prima scelta, come ci si aspetterebbe da un gruppo del genere».
Da Angeleri seppi che questa recensione aveva amareggiato parecchio i ragazzi, ma non li aveva scoraggiati, anche perché da altre parti erano giunti molti incoraggiamenti, così continuarono comunque l'esperienza e l'anno dopo uscì l'eccellente Inner Voices (Splasc(h) H110) con la partecipazione di David Liebeman e da allora iniziò il loro straordinario percorso artistico che prosegue tuttora. La formula vincente stà nel continuo tentativo di realizzare cose sempre nuove e diverse, sfruttando al meglio le caratteristiche strumentali e timbriche dei vari membri del gruppo con un calibrato rapporto fra scrittura ed improvvisazione, evitando il rischio della routine che sempre incombe su questo genere di gruppi. Un esempio tipico di questa filosofia è costituito dai cinque albums per la Blue Note già citati, che nel loro insieme costituiscono un ricco mosaico di tessere colorate che si arricchiscono sempre di nuovi colori (si vedano anche le cinque copertine uguali nella foggia, ma diverse nei colori o i colori del titolo del quinto album).
Sui singoli dischi è già stato scritto e detto molto nei vari siti specializzati o su altri blog, e solo l'ascolto può dare un'idea della qualità della musica presentata e della straordinaria maturità raggiunta dai cinque musicisti.
Un assaggio di queste qualità in questo Almeno tu nell'Universo dall'ultimo CD
Concludo offrendo agli amici l'ascolto di una rara versione di Ostinato, il brano che dava il titolo al loro album d'esordio, registrata dal vivo a Lugano il 17 novembre 1989. Mentre nell'LP il brano era intercalato da 'Round about Midnight di Monk, qui Fresu fà solo un accenno a Monk all'inizio e successivamente esegue il brano. I quattro anni che separano le due esecuzioni ci mostrano un gruppo più affiatato, gli assoli sono più brillanti con un Tracanna in gran forma.
Dopo una settimana in Paradiso, trascorsa da immergersi nelle acque cristalline dello stretto di Tiran e ad abbronzarsi sull'assolata spiaggia di Naama Bay a Sharm el Sheikh
sono tornato in quella specie di girone infernale che è diventata Firenze, stravolta da un traffico caotico e dissennato, che rende l'aria irrespirabile e i movimenti difficili, deturpata da migliaia di extracomunitari (vù cumpà, lavavetri, borsaiuoli e zingari) che, consapevoli del lassismo e del buonismo dell'amministrazione, diventano sempre più arroganti e prepotenti arrivando a ribellarsi ai vigili urbani che chiedono loro i documenti o a pestare i controllori sugli autobus, ed infine invasa da un turismo mordi e fuggi che ne mette a rischio la sopravvivenza. Un magnifico museo a cielo aperto che, grazie alle politiche dissennate di un'amministrazione incompetente, incapace ed inetta, si stà trasformando in un suk magrebino.
Dopo questo insolito sfogo, torniamo al jazz, partendo per il Paradiso avevo caricato il mio lettore mp3 con una buona scorta musicale: tutti gli ultimi albums acquisiti di recente. I primi mesi del 2007 sono stati prodighi di dischi interessanti, soprattutto di musicisti italiani o europei. Mi riferisco al bellissimo The Words and the Days di Enrico Rava, su cui tornerò prossimamente, ai due dischi di Gianluigi Trovesi, dei quali ho già scritto, a Traps di Roberto Gatto, agli ultimi due dischi del quintetto di Paolo Fresu per la Blue Note: Thinking (uscito il 18 dicembre 2006) e Rosso, Verde, Giallo e Blue (uscito il 30 marzo), a Solitude di Martial Solal, già presentato precedentemente, e a Luz Negra di Richard Galliano, solo per citarne alcuni. Partiamo da quest'ultimo, a mio avviso il più interessante per le diverse novità che presenta, mentre sugli altri tornerò nei possimi giorni.
Richard Galliano è uno dei musicisti più interessanti del panorama jazzistico europeo, per la particolarità del suo strumento, per la straordinaria qualità di esecutore e per le sue capacità compositive ed oggi è indubbiamente il fisarmonicista più conosciuto ed apprezzato.
La sua straordinaria versatilità gli ha consentito di esibirsi nei contesti più diversi e le sue collaborazioni discografiche e concertistiche spaziano da Juliette Greco a Chet Baker, dai Michel Petrucciani, Martial Solal, Michel Portal a Toots Thielemans, Ron Carter, Joe Zawinul. Particolarmente proficua la sua collaborazione al progetto Rava l'Opera Và di EnricoRava, sia nella tourné concertistica sia nel disco.
Nel 1997 ebbi occasione di ascoltarlo dal vivo con i solisti dell'ORT (Orchestra della Toscana) nella suggestiva cornice del cortile del Palazzo Ducale di Massa, una straordinaria, indimenticabile serata.
Quell'esperienza sfociò successivamente in un interessante album Passatori (Dreyfus Jazz 2000).
Reduce da un periodo di attività ridotta dovuto a problemi di salute, con il nuovo album Luz Negra, Galliano ritorna sulla scena alla grande e con alcune novità. Innanzi tutto, dopo più di vent'anni ha rotto la collaborazione con la casa discografica francese Dreyfus, giustificando questa scelta con la necessità di sottrarsi ai ritmi assilanti e di rompere la routine delle registrazioni parigine che sentiva ormai come un lavoro in fabbrica. Così nel dicembre del 2006 è andato in Brasile ed ha realizzato questo album interessante avvalendosi di un gruppo di musicisti brasiliani, molto bravi, il Tangaria quartet, ritornando un pò anche al suo esordio discografico avvenuto nel 1980 con il Boto Brazilian quartet, nello storico album Salsamba e con una guest star d'eccezione: Chet Baker.
Il disco presenta un mèlange di atmosfere francesi da bal musette e ritmi brasiliani, di sapori latini del tango e aromi mediorientali. Troviamo anche un omaggio all'Italia ed a Fred Buscaglione con una gustosa versione jazz di Guarda che Luna.
Ancora una volta Galliano ci offre un disco eccellente, che merita di essere segnalato all'attenzione degli amici appassionati di jazz e non solo.