mercoledì 25 settembre 2013

Buon compleanno Mr. Gershwin

Il 26 settembre 1898 nasceva a New York George Gershwin, uno dei massimi compositori statunitensi del XX Secolo




Per ricordarlo riproponiamo di seguito un post pubblicato lo scorso anno.

mercoledì 28 agosto 2013

New Friday Morning: Salvatore Arena Bassoon Jazz Quartet

Interrompiamo nuovamente questa lunga parentesi vacanziera per segnalare un altro album d'esordio di un musicista italiano, un disco veramente particolare e fuori dagli schemi.


Si tratta di New Friday Morning di Salvatore Arena con il Bassoon Jazz Quartet, recentemente pubblicato da Videoradio e RAI Trade edizioni musicali. Il quartetto è formato da:

Salvatore Arena: bassoon
Paolo Pavan: pianoforte
Carmine Iuvone: contrabbasso
Alessandro Marzi: batteria

Il bassoon (fagotto in italiano) è il basso degli strumenti ad ancia e solo raramente viene utilizzato in chiave jazz e ancor più raramente come singolo strumento leader in un quartetto. Questo strumento è caratterizzato da un suono ruvido, scuro, aspro, ma, in certi momenti, anche sensuale.


Il disco  presenta otto brani tutti composti per l'occasione da Salvatore Arena, musicista sì esordiente come leader in sala di registrazione, ma con alle spalle una lunga esperienza, sia come strumentista classico e jazz, sia come compositore arrangiatore e docente.


Questi otto brani sono tutti godibili ed alcuni veramente pregevoli, come il brano d'apertura molto spigliato e swingante, del quale proponiamo un breve stralcio




Altro brano notevole è quello che da il titolo all'album, il quale è anche quello più jazzisticamente elaborato, con richiami al free jazz. Anche di questo proponiamo un breve stralcio.


Fra gli altri brani, come ho già detto tutti interessanti, un cenno particolare merita il numero 4: Carlini, dedicato a Paolo Carlini primo fagotto dell'Orchestra Toscana, uno dei maestri di Arena. Brano allegro e gioioso, che in alcuni momenti mi ha ricordato Pierino e il Lupo di Prokofiev. Solo una suggestione personale, non suffragata, date le mie basi musicali pressoché inesistenti, da alcun elemento concreto.
Molto interessante anche il brano conclusivo ZA, la cui bella linea melodica, però, perde, a mio avviso, parte del suo fascino per le sonorità un po' aspre del fagotto. Probabilmente sarebbe una ballad perfetta qualora eseguita da uno strumento dalla sonorità meno dura, tipo il sax tenore.



Particolarmente brillante il contributo della sezione ritmica in cui si evidenzia l'apporto propulsivo di Alessandro Marzi, che avevo già avuto modo di apprezzare in altre occasioni. Senza nulla togliere al vivace pianismo di Paolo Pavan ed al sostegno ritmico di Carmine Iuvone.


In conclusione questa coraggiosa ed insolita iniziativa di Salvatore Arena, catanese classe 1974, da anni stabilitosi in quel di Trento, merita il plauso incondizionato di chi ama guardare oltre i soliti schemi.

sabato 27 luglio 2013

Nicola Lancerotti: Skin (dENrecords 2013)

Interrompiamo questo lungo silenzio estivo per segnalare all'attenzione degli amici un disco particolare e soprattutto diverso da quanto di solito proposto in queste pagine. Si tratta del primo album a proprio nome realizzato dal contrabbassista Nicola Lancerotti (classe 1975) intitolato: SKIN (dENrecords 2013)




Padovano, da molti anni residente in Belgio, dove si è affermato spaziando fra jazz e avanguardia, Lancerotti affronta questa sua opera prima con un quartetto atipico, privo di strumenti armonici, e composto da due fiati: il polistrumentista belga Jordi Grognard (1981), che spaziando fra sax tenore, clarinetto, flauto e clarinetto basso, assicura la varietà timbrica, e il sassofonista romano Daniele Martini (1977) che si alterna al tenore ed al soprano; completa l'organico il batterista legnanese Nelide Bandello (1971). Questi ultimi due anch'essi membri della colonia italiana a Bruxelles.

Il quartetto in concerto a Mestre il 3 giugno 2011 (photo by Maurizio Zorzi)

Registrato a Bruxelles, l'album presenta 11 tracce, di cui 6 composizioni originali del leader e 5 improvvisazioni libere.


1. Quartet I; 
2. Faking East (N. Lancerotti) 
3.T.T.F.K.A.C. (N. Lancerotti) 
4. Trio; 
5. Why? (N. Lancerotti) 
6. La quiete prima della tempesta (N. Lancerotti) 
7. Quartet III; 
8. A Walk Before Dawn (N. Lancerotti)  
9. Duo; 
10. Formiche notturne (N. Lancerotti) 
11. Quartet IV.

Il primo brano è un esercizio creativo collettivo che mescola spunti di free jazz con alcune suggestioni di musica contemporanea (Britten, Bela Bartok,..), evocate anche dal titolo, in cui ogni musicista improvvisa linee melodiche in accordo o in dissonanza con i colleghi. Le rimanenti quattro esecuzioni collettive alternano quartetti, trio, duo, si muovono sulla falsariga della prima e costituiscono altrettante prove di ispirazione ed estro creativo per i singoli musicisti.
Molto più "jazzistico" il secondo brano, che presenta chiari spunti post-bop, con i due fiati che dialogano sostenuti e guidati dal contrabbasso del leader il quale si ritaglia anche spazi solistici, che evidenziano la sua abilità strumentale.


Nicola Lancerotti (photo by Damiano Oldoni)

Il brano successivo dal titolo enigmatico si sviluppa su una linea melodica triste, che ricorda una cerimonia funebre orientale, con in particolare evidenza i piatti (o cimbali) della batteria di Bandello.


Nelide Bandello (photo by FasterDix)

Il quinto brano si apre con lungo solo del leader che precedente l'entrata degli altri membri, che si cimentano in una serie di interventi solistici originali: Bandello, Martini, Grognard su una linea melodica con sapori balcanici. Un brano suggestivo che evidenzia le qualità solistiche dei singoli.



Jordi Grognard

Il brano che segue è, a mio avviso, il più affascinante di tutto l'album, a partire dalla parafrasi leopardiana del titolo. L'iniziale quieto dialogo fra il soprano di Martini ed il clarinetto basso di Grognard, con il crescente apporto ritmico di Bandello e del leader, gradualmente si trasforma  in un frenetico e tempestoso incontro-scontro fra tutti i protagonisti. Una eccellente pagina di improvvisazione creativa e descrittiva.


Daniele Martini

Le rimanenti due composizioni di Lancerotti si differenziano completamente fra loro. Il brano numero 8 è una specie di lenta nenia in cui l'apporto dei singoli ruota intorno alla pulsante linea melodica del contrabbasso del leader e, gradualmente, tende ad accelerare verso il finale.
Molto più vivace, brioso e "jazzistico" è il brano numero 10, che ci riporta a suggestioni Hard-bop, con in particolare evidenza al batteria di Bandello.


Disco impegnativo che richiede più di un ascolto per coglierne a pieno tutte le sfumature, indicato soprattutto per palati fini e per addetti ai lavori.

venerdì 7 giugno 2013

I miei standards preferiti: A Ghost of a Chance (1932)


Questa celebre canzone, il cui titolo completo era I Don't Stand a Ghost of a Chance with You, venne scritta nel 1932 appositamente per Bing Crosby, che collaborò anche alla stesura del testo, dal paroliere Ned Washington (autore di celebri brani come: Stella by Starlight, The Nearness of You, I'm Getting Sentimental Over You, ecc.), su musica dell'altrettanto famoso compositore Victor Young (autore fra l'altro di My Foolish Heart, Johnny Guitar, ecc., e soprattutto di decine di celebri colonne sonore). All'epoca Crosby era la star più popolare di tutto il mondo dello spettacolo ed intorno a lui ruotava il meglio dello show business. La foto lo ritrae con l'attrice Carol Lombard.



Il disco ebbe un successo straordinario, raggiungendo i vertici delle classifiche, e ne venne realizzato anche un breve filmato, una sorta di odierno video clip.




L'arrangiamento e le atmosfere sono quelli in voga in quegli anni, ed hanno ben poco a vedere con il jazz, ma le splendida melodia venne ripresa, qualche anno dopo, da diversi jazzisti rendendola presto un celebre standard. 


Il primo fu il trombettista Bobby Hackett il quale, con la sua orchestra, nel 1938 ne realizzò una versione decisamente più moderna, che valorizzava al massimo le qualità musicali del brano.



Questa versione aprì la strada ad una serie di nuove interpretazioni da parte di altri musicisti, fra le quali, in particolare, spiccano quelle dei tre maggiori tenor-sassofonisti di quegli anni: Chu Berry, Coleman Hawkins e Lester Young.


Chu Berry (1908-1941)

Il primo, in quegli anni militava nell'orchestra di Cab Calloway e nel 1940, poco più di un anno prima della sua morte, ne incise una strepitosa versione ancora oggi insuperata. Una curiosità: in quell'occasione fra i membri dell'orchestra c'era anche Dizzy Gillespie.


Le altre versioni sopra ricordate furono realizzate entrambe nel 1944.


Coleman Hawkins (1904-1969)

Coleman Hawkins era accompagnato dall'orchestra di Cozy Cole e, contrariamente a Chu Berry che era l'unico solista, in questo caso l'assolo del sassofonista era integrato dagli interventi di altri membri dell'orchestra: Charlie Shavers alla tromba che introduce il brano, poi Tiny Grimes alla chitarra, Hank D'Amico al clarinetto e Slam Stewart che chiude con il suo caratteristico vibrato voce e contrabbasso.


L'assolo di Hawkins, pur eccellente, è più breve e molto meno fantasioso e originale di quello Berry. 

Lester Young (1909-1959)

Infine ascoltiamo la versione di Lester Young, accompagnato da Count Basie al piano con la ritmica della sua orchestra. Una versione più lenta e introspettiva delle precedenti, una lettura mesta, malinconica che sembra quasi presagire le tribolazioni e le umiliazioni che egli dovrà sopportare alcuni mesi dopo, a causa del richiamo nell'esercito, che segneranno il resto della sua vita.



Fra le versioni vocali, che vennero realizzate in quei primi anni, merita di essere ricordata quella del 1939 di Mildred Bailey, accompagnata da un gruppo di musicisti capeggiato dalla pianista Mary Lou Williams. 


Un mix interrazziale di swing e di melodia che modernizza il brano riportandolo all'attenzione di un pubblico più vasto.


Dopo queste memorabili esecuzioni il brano entrò nel repertorio di numerosi musicisti e cantanti e ancora oggi viene ripreso da diversi giovani artisti. Fra queste numerose interpretazioni alcune meritano di essere ricordate per la loro originalità.



Iniziamo con Thelonious Monk che nel suo album Thelonious Himself del 1957,  ne propone una versione di solo piano, una lettura in cui è possibile apprezzare tutte le sfumature della melodia.



Fra le esecuzioni imperdibili non poteva mancare quella di Billy Holiday, supportata dalla tromba di Harry "Sweet" Edison, dalla chitarra di Barney Kessel, e dal sax di Ben Webster; un'interpretazione, realizzata per la Verve nel 1955, piena di pathos che evidenzia anche le qualità poetiche del testo.



Molto particolare e delicata l'esecuzione del trio del pianista Elmo Hope, sempre del 1955 e contenuta nell'album Meditations. Questo artista dotato di grande talento, amico e coetaneo di Bud Powell,  purtroppo è caduto nell'oblio.


Vigorosa e piena di fantasia e di feeling è la versione che Clifford Brown registrò con lo storico quintetto che guidava assieme a Max Roach



Per venire a tempi più recenti, ho apprezzato molto, avendola ascoltata anche da vivo, l'interpretazione di Diana Krall, che nella seconda metà degli anni '90, la eseguiva spesso nei suoi concerti, accompagnata solo dalla chitarra di Russell Malone. Il video è stato realizzato durante un concerto tenutosi a Berna nel 1997.


Per chiudere questa, necessariamente incompleta, rassegna di interpretazioni di questo bellissimo standard, ho scelto la commovente versione di Chet Baker tratta dalla colonna sonora del film "Let's Get Lost", in cui è accompagnato fra gli altri da Frank Strazzeri al piano a da Nicola Stilo alla chitarra e al flauto.

venerdì 24 maggio 2013

Archie Shepp Live in Lubiana 1973

Oggi Archie Shepp compie 76 anni, un'età rispettabile (l'aggettivo ovviamente non è disinteressato, in quanto io li compio fra due settimane) e questa contemporaneità me lo rende ancora più simpatico.


Figura di primo piano della stagione del "Free Jazz" scoperto da Cecil Taylor, e affermatosi alla corte di John Coltrane, divenne presto uno dei più apprezzati sax tenore dell'epoca. 

Archie Shepp e John Coltrane con il produttore Bob Thiele negli studi Impulse nel 1964

In possesso di un bagaglio culturale decisamente superiore alla media dei suoi colleghi, non solo afroamericani, era molto impegnato anche nel campo politico-sociale con posizioni molto vicine alla estrema sinistra radicale. Idee che esternava anche nella sua musica sempre più graffiante, aggressiva e provocatoria. Emblematico l'album Fire Music [Impulse A(S)86], comprendente un omaggio a Malcom X:  Malcom, Malcom, semper Malcom.


Nella seconda metà degli anni '70, passata l'ondata contestatrice, la sua tensione provocatoria si allenta gradualmente ed egli torna ad inserirsi nella tradizione jazzistica che tuttavia arricchisce del suo virtuosismo incandescente  e a volte velleitario.
Per celebrare questo suo importante anniversario ripropongo la registrazione di un bellissimo concerto tenutosi a Lubiana nel 1973, proprio in quegli anni di transizione.



Un concerto tutto da ascoltare che alterna momenti di fervore ritmico  a pagine più soavi e distese, e che consente di gustare al massimo la straordinaria sonorità del sax di Shepp.
 Oggi egli è un elegante signore ancora pieno di grinta, come ha potuto constatare chi lo ha ascoltato nell'inverno scorso al Teatro Manzoni di Milano e come è testimoniato da questa bella foto di Roberto Ciffarelli.





domenica 19 maggio 2013

Rarità discografiche: il quartetto di Charles Lloyd con Keith Jarrett a Parigi nel 1967


Il tenor-sassofonista Charles Lloyd (1938) ebbe il suo picco di popolarità nella seconda metà degli anni '60 con un quartetto comprendente alcuni giovani musicisti che sarebbero diventati tutti famosi: il pianista Keith Jarrett (1945), il bassista Ron McClure (1941) e il batterista Jack DeJohnette (1942). 


Nel 1967 il quartetto venne votato "Gruppo dell'anno" dalla rivista DownBeat.

Cover page of Downbeat July 13, 1867

Nella primavera di quell'anno il quartetto venne in tournée in Europa. Solo due concerti di quel tour vennero registrati: il primo al "Kalevi Sport Hall", Tallinn, Estonia, il 14 maggio1967 e pubblicato come  Charles Lloyd in the Soviet Union (Atlantic SD 1571),


All compositions by Charles Lloyd except as indicated


Charles Lloyd (ts, fl)
Keith Jarrett (p)
Ron McClure (b)
Jack DeJohnette (d)
1. Days and Nights Waiting (Keith Jarrett) 7:06
2. Sweet Georgia Bright 17:54 3. Love Song to a Baby 12:32
4. Tribal Dance 10:22

Il secondo fu quello dell'11 giugno a Parigi, che venne pubblicato solo nel 1994 su un CD uscito unicamente in Italia e mai ripubblicato. Il CD conteneva solo tre brani eseguiti nella serata ai quali ne ho aggiunto un altro, sempre tratto da quel concerto, in cui Keith Jarrett suona il sax soprano ed il suo dialogo con Lloyd è molto interessante.


recorded live in Paris, France, June 11, 1967
Editoriale Pantheon (It) JCD 03 1994

1. Days And Nights Of Waiting (Keith Jarrett) 
2. Lady Gabor (Szabo)
3. Sweet Georgia Bright
4. Twin Pearls (bonus track non inclusa nel CD originale)



giovedì 16 maggio 2013

Rarità discografiche: Dizzy Gillespie a Milano 1952


Dizzy Gillespie fu il primo rappresentante del Be-bop che venne in Italia, nella primavera del 1952, attesissimo dagli appassionati più "progressisti". L'avvenimento tuttavia suscitò, inizialmente, una certa delusione, in quanto si presentò con un gruppo "raffazzonato", (definizione di Arrigo Polillo), composto in prevalenza da francesi.  Gli unici "boppers" autentici erano il leader e il sassofonista Don Byas, gli altri erano quattro francesi e un peruviano residente in Francia. La tournée prevedeva cinque concerti: uno a Bergamo il 6 aprile, tre a Milano il 7 e l'8 ed infine uno a Torino il 9. 

Volantino del concerto di Bergamo (proprietà di Ferruccio Signorelli)

Il debutto avvenne al Teatro Donizetti di Bergamo, tempio della musica classica, e, a parte un gruppo di "tradizionalisti" che lasciò la sala prima che il concerto finisse, il pubblico fu molto soddisfatto e gli applausi furono fragorosi. Alla prova dei fatti anche i "francesi" si rivelarono di ottimo livello, in particolare il sassofonista Hubert Fol ed il bassista Pierre Michelot; non per nulla quest'ultimo diverrà, negli anni, uno dei più apprezzati bassisti e suonerà con Bud Powell, Miles Davis, Chet Baker, ecc.. Come si rileva dal volantino, all'epoca Gillespie suonava ancora la tromba "normale" e solo qualche tempo dopo comincerà ad usare quella "all'insù".



La tournée continuò con crescente successo a Milano e a Torino, ma dei cinque concerti solo uno venne registrato ed i nastri rimasero in un cassetto per oltre 30 anni. Solo verso la fine degli anni '80 venne pubblicato un CD contenente l'intero concerto, allegato ad una rivista che ebbe breve vita. A tutt'oggi  che io sappia, il CD non è stato più ripubblicato, pertanto lo ripropongo qui con nuovi link per gli appassionati che vogliano godersi questo bellissimo momento di jazz.

Personale
Dizzy Gillespie (tr. , voc.)
Don Byas (sax t)
Hubert Fol (sax a.)
Bill Tamper (tbn)
Raymond Fol (p), 
Pierre Michelot (bs), 
Pierre Lamarchand (drm)

Programma
1. Good Bait
2. Perdido
3. I Can't Get Started
4. Oo-Shoo-Bee-Doo-Bee
5. Yesterdays
6. School Days
7. Groovin' High
8. Birk's Works
9. Oh Lady Be Good
10. Oo-Pop-a-Da


N.B.
Il volantino e le notizie sul concerto del Teatro Donizetti sono tratti dal sito JAZZ A BERGAMO, città alla quale sono molto legato, essendovi vissuto per alcuni anni, e dove ho goduto di molti piacevoli momenti jazzistici. Sito curato dall'illustre fotografo di jazz e mio amico di FB, Riccardo Schwamenthal.

lunedì 13 maggio 2013

Rarità discografiche: Duke Ellington al Festival Internazionale del Jazz di Sanremo 1964

Il Festival Internazionale del Jazz di Sanremo è stata la prima importante manifestazione jazzistica italiana nata nel 1956 ad opera di alcuni appassionati italiani, che facevano capo alla rivista "Musica Jazz" e fu la prima manifestazione organizzata con carattere continuativo in Europa (vds. Arrigo Polillo: Stasera Jazz, Milano, 1978, p. 76 ss.). Le tracce audio e video di quei 10 anni di concerti sono molto poche. (Per maggiori dettagli vds. il post di Jazzfromitaly sull'argomento).


Qui ci limitiamo a riproporre un raro disco pubblicato nel 1980 in cui è possibile ascoltare l'esibizione di un gruppo di otto elementi guidati da Duke Ellington avvenuta durante la serata di chiusura dell'edizione del 1964. 

photo (c) by Riccardo Schwamenthal / Ctsimages.com - PhocusAgency

In quei giorni Ellington si trovava a Parigi con la sua orchestra, ma il budget del Festival non consentiva di scritturarla interamente, così si addivenne al compromesso di assoldare solo i solisti principali, che formarono un ottetto insolito e, credo, unico: 

Ralph Ericson (tr)
Lawrence Brown (tbn)
Johnny Hodges (as)
Paul Gonsalves (ts)
Harry Carney (bar)
Duke Ellington (p)
Gilbert Rovère (bs)
Sam Woodyard (dr)


che consentiva, ai singoli solisti, rivelatisi quella sera in piena forma, di evidenziare al meglio le loro potenzialità.
Il programma era incentrato essenzialmente sul songbook ellingtoniano


I nastri di quella serata dovevano restare inediti e la loro pubblicazione suscitò diversi problemi e, per quel che ne so, non sono mai stati ripubblicati, o comunque sono difficilmente reperibili.



1. Take the "A" Train
2. C Jam Blues
3. On the Sunny Side of the Street
4. Caravan
5. I Got It bad and Ain't Good

In questa prima parte è possibile apprezzare soprattutto lo straordinario suono e la ineguagliabile melodicità di Johnny Hodges oltre al virtuosismo pianistico del Duca in Caravan.



6. Sophisticated Lady
7. Medley: I Let a Song Go out of Me; Don't Get Around Much Anymore
8. Solitude
9. Rockin' in Rhythm

In questa seconda facciata è possibile apprezzare Harry Carney nel suo pezzo più famoso Sophisticated Lady in cui ancora una volta dimostra di essere un solista straordinario e Lawrence Brown nel classico Solitude in cui suona col trombone sordinato.
Una rara e straordinaria pagina di storia del Jazz che merita di non andare perduta.


domenica 5 maggio 2013

I miei standards preferiti: The Song is You (1932)

Visto il gradimento riscosso dalla serie dedicata agli Standards, continuiamo a proporne di nuovi. Per questo sedicesimo capitolo, oggi peschiamo nel Songbook di uno dei più famosi ed apprezzati compositori statunitensi del secolo scorso: Jerome Kern (1885-1945).


Scritto nel 1932 assieme al paroliere Oscar Hammerstein II per la commedia musicale Music in the Air, il brano venne interpretato inizialmente da un attore italiano, all'epoca molto popolare negli USA: Tullio Carminati (1895-1971).
La prima versione discografica venne realizzata sempre nel 1932 dall'orchestra di Jack Denny ed interpretata da un certo Paul Small, cantante in voga in quegli anni e di cui si sono perse le tracce.


Il disco ottenne un discreto successo di vendite, ma negli anni successivi la canzone venne dimenticata. Solo nei primi anni '40, grazie al recupero da parte di alcune orchestre molto in voga come quelle di Glenn Miller, Tommy Dorsey e Claude Thornhill e, soprattutto, grazie all'interpretazione del 1942 di Frank Sinatra con l'orchestra di Alex Stordahl, il brano ritornò ad godere di grande popolarità. Nel raro video seguente è possibile vedere il cantante che nel 1943, in piena guerra, esegue il brano di fronte a una platea di militari accompagnato da un'orchestra di marinai.


Frank Sinatra mantenne a lungo questa canzone nel suo repertorio e nel 1958 ne realizzò una nuova versione più "moderna" con l'orchestra di Billy May inserita nel famoso album "Come and Dance with Me".



Questa rinnovata popolarità del brano indusse molti musicisti a realizzarne diverse versioni soprattutto strumentali, consacrando il brano a standard.
Fra queste alcune meritano di essere ricordate in quanto particolarmente interessanti jazzisticamente.
Cominciamo con Charlie Parker che nel 1952 ne incide una travolgente versione accompagnato dalla sola sezione ritmica composta da Max Roach, Hank Jones e Teddy Kotick.


Nel 1954 Benny Carter ne realizza un'altra eccellente incisione con un sestetto di tutto rispetto: Bill Harris al trombone, Oscar Peterson al piano, Herb Ellis alla chitarra, Ray Brown al basso e Buddy Rich alla batteria. 



Anche fra le numerose versioni vocali di quegli anni se ne trovano alcune molto interessanti, come quella del 1959 di Bill Henderson contenuta nell'album The Complete Vee-Jay Recordings


in cui il cantante è accompagnato dalla tromba di Booker Little, dal sax tenore di Yusef Lateef, dall'euphonium di Bernard McKinney e dalla "rhythm session" per antonomasia, quella del primo quintetto di Miles Davis con Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb. Una versione vocale decisamente diversa da quella di Sinatra ed altrettanto straordinaria.


Fra le diverse versioni femminili realizzate in quegli stessi anni ho scelto di proporre quella di Nancy Wilson che si distingue per la verve vocale e per l'eccellente swing. Il video è tratto da un episodio della serie TV I Spy.


Un altro artista che ha amato molto questo brano è stato Chet Baker che nel corso della sua carriera ne ha incise diverse versioni. Fra questo ne ho scelto una vocale e strumentale, registrata a Milano nel 1959 dall'album Chet Baker with Fifty Italian Strings


in cui è spalleggiato, oltre che dagli archi, da un gruppo orchestrale composto da eccellenti jazzisti italiani (Gianni Basso, Glauco Masetti, Franco Cerri, Giulio Libano, ecc.)


Nello stesso anno a New York un gruppo di rinomati jazzisti guidati da Lee Konitz e Jimmy Giuffre e comprendente Warne Marsh al tenore, Bill Evans al piano Buddy Clark al basso, ecc., ne realizzò un'altra eccellente versione contenuta nell'album Lee Konitz meets Jimmy Giuffre



Versione resa molto particolare dai singoli interventi dei solisti, uniti al tipico arrangiamento west coast di Jimmy Giuffre.
Venendo ad anni più recenti un altro artista che ha spesso interpretato The Song is You è Keith Jarrett con il suo trio nei vari concerti dedicati agli standards. Il video seguente lo coglie nel 1986 in un concerto ad Antibes con i suoi partners abituali: Gary Peacock al basso e Jack DeJohnette alla batteria.


Il brano, in versione molto più lunga, è compreso anche nel CD doppio Still Live registrato qualche settimana prima a Monaco di Baviera, durante la stessa tournée, ed è considerato da diversi critici uno dei momenti migliori dell'album.


Anche Wynton Marsalis nel suo Marsalis Standard Time Vol. 1 del 1987 affronta con il suo quartetto questo brano dimostrando le sue straordinarie doti di creatività improvvisativa. 


Prima di chiudere vorrei proporre anche due diverse esecuzioni di artisti italiani, una maschile e una femminile. La prima è quella di un cantante molto popolare Nicola Arigliano, scomparso a 87 anni nel 2010, 



uno dei pochi "crooner" italiani, che alla tenera età di 79 anni, nel 2002, la realizzò nell'album My Name is Pasquale accompagnato da da un gruppo di jazzisti italiani.


La seconda è quella della giovane cantante bolognese Chiara Pancaldi che dedica a questo brano il titolo del suo disco di esordio


in cui il brano viene presentato con grande swing accompagnata da quattro valenti musicisti: Nico Menci al piano, Davide Brillante alla chitarra, Stefano Senni al basso e Vttorio Sicbaldi alla batteria, i quali non si limitano all'accompagnamento ma impreziosiscono l'esecuzione con i loro interventi.


A questo punto non resta che augurarvi buon ascolto.

venerdì 15 marzo 2013

I miei standards preferiti: Where Are You? (1937)


Questo eccellente standard ha, per me, la peculiarità, in quanto mio coetaneo, di consolarmi del tempo che passa. Composto nel 1937 da Jimmy McHugh (autore di celebri standards: Don't Blame Me, On the Sunny Side of the Street, Let's Get Lost,. ecc.) su testo di Harold Adamson, per la colonna sonora del film Top of the Town (infelicemente tradotto L'Inferno del Jazz). Un film nato con pretese da grande musical, ma che in realtà si rivelò un vero e proprio flop e che oggi è completamente dimenticato. Unica cosa positiva rimasta è questa canzone divenuta presto un classico jazz standard
Nel film la canzone era interpretata da una famosa star dei musicals dell'epoca: Gertrude Niesen, nel classico stile "torch song" di quegli anni.


Molto probabilmente questo brano sarebbe stato presto dimenticato se, sempre in quell'anno, non fosse uscita anche  una versione swing interpretata da Mildred Bailey, con in evidenza la tromba di Roy Eldridge.


Da allora il brano è stato ripreso da diversi cantanti e musicisti che ne hanno realizzato versioni molto interessanti. 



Subito dopo la guerra Billy Eckstine realizzò la prima versione maschile di successo, accompagnato da un gruppo di musicisti fra i quali spiccavano i giovani sassofonisti Sonny Criss e Wardell Gray.


L'inconfondibile caldo e sensuale crooning di Eckstine crea un appeal particolare a questa esecuzione.


 

Grande successo ebbe la versione del 1957 di Frank Sinatra con l'orchestra di Gordon Jenkins, che dette anche il titolo all'LP che la conteneva.



Se Eckstine è stato il più significativo esponente della vocalità afro-americana, Sinatra, dal canto suo ha rappresentato, con la sue eleganza formale ed espressiva, al meglio il canto popolare bianco ed il confronto fra queste due esecuzioni ne è l'esempio più lampante.


Sempre nel 1957 Ben Webster e Oscar Peterson ne incidono una versione strumentale di grande feeling, in cui la sensuale sonorità del sassofono di Webster crea un'atmosfera melodica particolare.


Questa straordinaria performance di Webster offre lo spunto ad altri sassofonisti per cimentarsi nell'esecuzione del brano, a partire da Dexter Gordon che nel 1962 ne registra una versione in quartetto con Sonny Clark al piano, Butch Warren al basso e Billy Higgins alla batteria. Una versione meno sensuale in cui, però, la creatività improvvisativa di Gordon si esprime a pieno.


 Sempre nel 1962 Sonny Rollins include questo brano nel suo storico album The Bridge, che segnava il suo rientro dopo l'inaspettato abbandono delle scene nel 1959 a soli 29 anni. Lo accompagnano Jim Hall alla chitarra, Bob Cranshaw al basso e Ben Riley alla batteria.


Questo è stato il primo LP di Rollins che ho comperato e che conservo ancora con cura e questa esecuzione è stata quella che prima di ogni altra mi ha fatto amare questo brano.




Il 1962 fu un anno particolarmente prolifico per questo standard. Anche The Queen of Blues Dinah Washington, a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa, ne registrò una versione inclusa nell'album Dinah '62,  che divenne presto un vero Smash Hit, come evidenziato sulla copertina dell'album.


La straordinaria versatilità vocale della cantante conferisce al brano una forte intensità emotiva, certamente una delle migliori versioni femminili in circolazione.


L'anno seguente una giovane Aretha Franklin, appena 21enne e non ancora icona del Soul, con qualche incertezza stilistica che la induceva a spaziare fra jazz, pop, gospel e soul, ne realizzò una versione, che pur ispirandosi a quella di Dinah Washington, evidenziava già la spiccata personalità e la dirompente vocalità di colei che era destinata a raccoglierne il testimone.



Numerose altre versioni più o meno interessanti vennero prodotte nei decenni successivi che non è il caso di stare qui ad elencare. 
Nel 1991 l'altosassofonista italiana Cristina Mazza realizzò un album con Mal Waldron e Reggie Workman intitolato Where Are You?, ma il brano omonimo in esso contenuto non era il classico standard, ma bensì una composizione della stessa Mazza, che si ispira vagamente al noto brano.



In tempi più recenti il cantante statunitense Kurt Elling ne ha realizzata un versione apparsa sul suo album del 2007 Nightmoves


Una versione che, come egli stesso dichiara nella presentazione del video, si ispira a quella di Dexter Gordon. Anche il testo è leggermente diverso dall'originale. L'assolo di sax è di Bob Mintzer.



N.B. Il brano, nel 1968, venne incluso da Ella Fitzgerald, anche in una medley dl suo album 30 by Ella presentato nel post precedente.