lunedì 18 giugno 2018

Il nuovo disco del GB PROJECT: Magip (Alfa Project 2018)


Nel marzo scorso, sempre su questa pagina, avevo segnalato l'uscita di questo nuovo CD del gruppo GB PROJECT.
Il precedente lavoro, uscito nel 2016, mi aveva favorevolmente impressionato, come si può evincere dalla mia recensione di allora (qui).
Questa nuova fatica ha decisamente confermato il mio giudizio positivo espresso allora.
Anche in questo caso la formazione è la stessa di allora con Alessandro Scala: sax tenore e soprano, Gilberto Mazzotti: piano e Fender Rhodes, Piero Simonicini: double bass e Michele Iaia: batteria, con la presenza in alcuni brani della fisarmonica di Simone Zanchini.


Il disco, come nel precedente, comprende tutte composizioni originali del maestro Gilberto Mazzotti, in questa occasione 8 brani tutti godibilissimi, ideati per evidenziare le eccellenti qualità solistiche del vari componenti del gruppo fra i quali spicca il sax di Scala. Quest'ultimo emerge particolarmente nel brano che da il titolo all'album, nel quale anche Mazzotti si ritaglia alcuni momenti di grande spessore.


 Gli altri 7 brani, tuttavia, non sono da meno, a partire dal vivace brano d'apertura Bells in Dancing, al soave Aria Mediterranea, al ritmico In Up con in evidenza Iaia e Simoncini, al gioioso Volo. Una menzione particolare meritano i tre brani in cui compare l'elegante fisarmonica di Zanchini, virtuoso di questo strumento, abbastanza inconsueto nel jazz.
In questi 3 brani la sapiente scrittura del maestro Mazzotti ha fornito la solista il materiale perfetto per evidenziare la sua abilità strumentale e la sua sensibilità artistica, come si può vedere in questo video in cui esegue, appunto, uno dei 3 brani  dell'album.


Per concludere, anche in questo caso, il GB PROJECT ci propone un disco molto gradevole, pieno di spunti musicali interessanti, che piacerà non solo agli appassionati di jazz, ma anche a chi ama ascoltare bella musica senza etichette.

martedì 3 aprile 2018

I miei standards preferiti: What's New (1939) [repost rinnovato]

Nell'ottobre 1938 Bob Haggart, bassista e compositore, all'epoca membro dell'orchestra di Bob Crosby, scrisse I'm Free, pensando alla tromba dell'amico Billy Butterfield, collega nella stessa orchestra. Un brano eccellente molto apprezzato da Crosby e che venne subito registrato con una pregevole esecuzione proprio di Butterfield. Il solista al sassofono è Eddie Miller.




Vista la notevole qualità della musica, l'anno successivo il paroliere Johnny Burke la corredò con un romantico testo sull'incontro fra due ex amanti che intitolò What's New. 


La canzone venne subito registrata dal cantante più in auge del momento: Bing Crosby, fratello di Bob, che ne fece un grande successo di vendite.



Il brano divenne presto famoso e venne ripreso da molte orchestre raggiungendo un'enorme popolarità.

Negli anni del dopoguerra si annoverano decine di versioni sia strumentali, sulle quali tornerò più avanti, sia vocali. Fra quest'ultime, veramente numerose, tre in particolare meritano, a mio avviso, di essere ricordate, dal punto di vista jazzistico. La prima è quella realizzata nel dicembre del 1954 dalla giovane Helen Merrill, nell'omonimo disco di esordio, accompagnata da un gruppo di musicisti di grande livello fra i quali spicca la tromba di Clifford Brown.


La seconda. dell'anno successivo, è quella di Billie Holiday, che, solo verso la fine della carriera, affrontò questo brano, incluso nell'album Velvet Mood, un Lp di standards 


realizzato con la collaborazione di un notevole gruppo di jazzisti come Harry "Sweet" Edison alla tromba, Benny Carter al sax alto, Jimmy Rowles al piano, Barney Kessel alla chitarra, ecc.. La copertina  un pò ruffiana, venne scelta per attirare anche acquirenti non del tutto interessati al jazz.


La terza versione è quella realizzata dal grande Satchmo nel 1957 contenuta nell'album Louis Armstrong meets Oscar Petersonsicuramente la miglior versione vocale maschile mai realizzata.


Di notevole spessore jazzistico sono anche molte versioni strumentali, che vedono impegnati alcuni dei maggiori jazzisti di quegli anni. 
Iniziamo però con una curiosità: siamo nel 1952, anno fra i più difficili nella carriera di Miles Davis, come lui stesso affermò nella sua biografia: «Ero sprofondato in una sorta di nebbia, ero sempre fatto e sfruttavo le donne per la roba [...] avevo una scuderia di puttane che battevano per me» e qui lo troviamo a fare da spalla a Jimmy Forrest, un modesto sassofonista che quell'anno aveva raggiunto una certa popolarità grazie al brano Night Train, che aveva scalato tutte le classifiche. La registrazione venne effettuata dal vivo al Barrell, un night club di Delmar in Missouri nel marzo 1952.



Non si tratta certo di una esecuzione memorabile, gli assolo sono elementari, ma resta comunque un documento interessante.
L'esecuzione  che propongo di seguito, realizzata nel 1956, dal vivo, dal quintetto di Clifford Brown e Max Roach, sembra venire da un altro pianeta. L'assolo di Brownie è strepitoso per originalità e fantasia.



Un altra esecuzione interessante e particolare è quella del trombettista canadese Maynard Ferguson realizzata all'inizio degli anni '50 con l'orchestra di Stan Kenton


Oltre ai numerosi trombettisti che, sulle orme di Billy Butterfield, nel tempo si sono cimentati con questo standard, anche molti sassofonisti, affascinati dalla straordinaria dolcezza della melodia, che ne faceva una ballad perfetta, ne diedero una propria lettura.
Cominciamo con Serge Chaloff, sassofonista baritono, uno dei Four Brothers di Woody Herman, che nel 1955, un anno prima della sua prematura scomparsa, ne incise una suadente versione con un proprio sestetto 



L'anno seguente fu la volta dell'altosassofonista Art Pepper che ne realizzò una versione in quartetto, anche questa altrettanto originale  e intrigante


In questa selezione non poteva mancare colui che è considerato lo specialista assoluto delle ballads, il tenorsassofonista Ben Webster che nel 1965 la incluse nel suo splendido album There Is No Greater Love, una specie di compendio del meglio delle ballads. Il pianista è Kenny Drew, al basso N-H. Ø. Pedersen e alla batteria Alex Riel. La perfezione assoluta!



Molto diversa, ma altrettanto toccante, è la lettura che John Coltrane ne dà con il suo classico quartetto, contenuta nell'album Ballads del 1961.


Questo standard è stato spesso eseguito anche da molti jazzisti italiani fra i quali ricordo Enrico Rava (in Age Mur con Lee Konitz), Massimo Urbani che ne ha realizzato diverse versioni, Franco Ambrosetti, Francesco Cafiso e molti altri. Tuttavia la versione più interessante, dal punto di vista storico, è quella realizzata nel 1988 da Lino Patruno con un quintetto che comprendeva al basso proprio Bob Haggart, il compositore del brano. Una vera perla per concludere questa carrellata su uno degli standards più famosi e popolari.






P.S. Questo post venne pubblicato la prima volta circa sei anni fa e necessitava di essere rivisto per sostituire video non più disponibili e per aggiornarlo con video più recenti o trascurati allora.
Rovistando fra vecchissimi LP ho scovato una versione di questo brano incisa nel 1958 da un misterioso gruppo denominato Modern Flaminia Quintet composto da musicisti sconosciuti tranne per il batterista Lionello Bionda. Una versione molto anni '50, da night club, con un discreto sassofonista Cecchino Tommasini di cui si sono perse le tracce, lo stesso dicasi per il vibrafonista Giovanni Spalletti, il pianista Raffaele Giusti e il bassista Sandro Santoni. 



Nel 2013 la cantante norvegese Elvira Nikolaisen e il trombettista Matthias Eick hanno realizzato una versione molto "nordica", con sfumature boreali che, per certi versi, la rende affascinante.




Infine concludiamo questa rassegna con colui che oggi è considerato il miglior trombettista in circolazione Ambrose Akinmusire, che, evitando di ricalcare le letture di illustri predecessori, ne ha dato nel 2011 una versione abbastanza originale.


sabato 10 febbraio 2018

Piero Delle Monache: Road Movie [Live Music 2012-2017] (Da Vinci Jazz 2017)


Il sassofonista abruzzese Piero Delle Monache, che in questi giorni ha compiuto 36 anni, è ormai definitivamente affermato come uno dei più interessanti sassofonisti tenori italiani.
In questo suo nuovo album, uscito lo scorso novembre, sono contenute alcune delle sue migliori esibizioni live, riprese fra l'Italia e alcune delle sue numerose tournée all'estero (Sud Africa, Giappone e Turchia) negli ultimi 5 anni.
Il titolo del CD Road Movie è emblematico per sintetizzare lo scopo di questo album, cioè una specie di percorso filmico dei viaggi musicali dell'artista e dei suoi compagni d'avventura: 
i fedelissimi Tito Mangialajo Rantzer al basso e Alessandro Manzi alla batteria, al piano si alternano Giovanni Ceccarelli, Claudio Filippini e Alessandro Bravo. In alcune incisioni, oltre al quartetto, troviamo come ospiti: Ivan Mazuze al sax soprano, Mustafa Işleyen alle percussioni, Flavia Massimo al violoncello.

Da sx Giovanni Ceccarelli. Piero Delle Monache, Tito Mangialajo Rantzer, Akessandro Manzi

Il disco procede a ritroso, partendo da una recente esibizione di sax solo ed elettronica e chiude con due brani tratti dal concerto tenuto nel 2012 all'Auditorium Parco della Musica di Roma con ospite il sassofonista di origine mozambicane Ivan Mazuze, in occasione dei 20 anni di pace in Mozambico.

Ivan Mazuze e Piero Delle Monache

Seguo Piero Delle Monache sin dal suo disco di esordio come leader nel 2010: Welcome, e ne ho sempre apprezzato, anche nei successivi Thunupa (2012) e Aurum (2014), la freschezza  e originalità compositiva (anche in questo disco tutte le composizioni sono sue) e soprattutto la capacità di lasciare molto spazio alla melodia e al carattere narrativo della musica, senza avventurarsi in spericolati virtuosismi, mostrando comunque di possedere una piena e autorevole padronanza dello strumento.

mercoledì 10 gennaio 2018

Il prossimo 19 gennaio esce "We Play for Tips" (EFLAT 2018) il nuovo album di Francesco Cafiso


Francesco Cafiso non ha ancora compiuto 29 anni, li compirà il prossimo 24 maggio, ma è già un veterano con oltre 15 anni di esperienza alle spalle. A soli 13 anni suona con Wynton Marsalis. In questo video realizzato amatorialmente a Lucca è possibile apprezzarne la grinta e la padronanza dello strumento




Nel 2009 viene invitato a Washington D.C. per i festeggiamenti per l'elezione di Barack Obama. Nello stesso anno a Umbria Jazz viene nominato "ambasciatore della musica jazz italiana nel mondo".
Questa intensa attività musicale è documentata in una quindicina di dischi che testimoniano la sua maturazione artistica.
Nel 2015 pubblica il ponderoso triplo CD "3" comprendente tre diversi album che lo vedono nelle vesti di compositore, arrangiatore ed esecutore.



Il nuovo disco, che l'artista mi ha inviato in anteprima, costituisce una specie di estensione di uno dei tre dischi contenuti nell'album precedente, quello in quartetto intitolato "20 Cents Per Note".
Realizzato con un nonetto, un gruppo di giovani talentuosi artisti, sei fiati più ritmica, comprende dieci brani, tutte composizioni originali del leader, che spaziano dal blues allo swing, con riferimenti alla città di New Orleans, a cominciare dal titolo che richiama i musicisti di strada che suonano con la speranza delle Tips (le mance).



Un disco che, pur nel solco della tradizione, ci offre interessanti novità compositive, piene di energia e robuste sonorità, che, a volte, fanno pensare di ascoltare una big band anziché un nonetto.

Il Francesco Cafiso Nonet è formato da: Francesco Cafiso sax alto, flauto; Marco Ferri sax tenore, clarinetto; Sebastiano Ragusa sax baritono, clarinetto basso; Francesco Lento tromba, flicorno; Alessandro Presti tromba, flicorno; Humberto Amésquita trombone; Mauro Schiavone pianoforte; Pietro Ciancaglini contrabbasso; Adam Pache batteria.





sabato 6 gennaio 2018

Jazz vocale al maschile (parte I) [repost rinnovato]

Pubblicato la prima volta circa nove anni fa, nel corso del tempo questo post ha perduto tutti i brani che ne completavano il testo, perdendo così gran parte dell'interesse, avuto inizialmente, suffragato dalla grande quantità di visualizzazioni. Accontentando le richieste di molti ho provveduto a rinnovarlo, inserendo una playlist contenente tutti i brani citati nel testo.








Nell'autunno del 1959, ebbi l'occasione di ascoltare al Teatro Alfieri di Torino un concerto di Jimmy Rushing (1901-1972), in tournée in Europa, accompagnato da un gruppo di ex componenti della Big Band di Count Basie, guidati da Buck Clayton. Era la prima volta che ascoltavo dal vivo un vero cantante jazz. Quel signore quasi sessantenne, basso e grasso, detto anche, scherzosamente, “Mr. Five by Five” (ovvero “5 piedi d'altezza per 5 piedi di larghezza”, più largo che lungo), emanava una vitalità musicale straordinaria, e sfoderava una voce prorompente piena di energia e di ritmo che mi affascinò particolarmente e stimolò il mio, tuttora esistente, interesse per il canto jazz ed in suo omaggio ho aperto con un suo brano: Am I Blue accompagnato dal quartetto di Earl Hines con al sax uno strepitoso Budd Johnson.




Non si può parlare di canto jazz senza chiamare in causa colui che è considerato universalmente il più grande, l'inventore del canto jazz: Louis Armstrong (1901-1971).


Dalla sua sterminata discografia ho tratto una versione di Solitude in cui è accompagnato al piano da Duke Ellington. 


Passando ad una generazione successiva troviamo Bill Henderson (1930), talentuoso e versatile artista, cantante, attore che, alla fine degli anni '50, si dedicava all'hard-bop, realizzando diversi album interessanti.


Il brano proposto è una eccellente versione vocale di Moanin', composto dal pianista Bobby Timmons per i Jazz Messengers di Art Blakey e divenuto una sorta di inno di quell'epoca. Accompagnano Henderson, fra gli altri, Booker Little alla tromba e Yusef Lateef al sax.


Altrettanto interessante, anche se differente, è l'apporto dei cantanti bianchi al jazz. Fra questi spicca in assoluto “The Voice” Frank Sinatra (1915-1998), che pur avendo esordito con Harry James e Tommy Dorsey, di fatto, raggiunto il successo, non è mai stato considerato un “jazzista”.


Tuttavia le sue straordinarie capacità vocali, la sua versatilità, il suo rapporto con i testi, non disgiunto dal suo interesse per il jazz (adorava Billie Holiday, divenuta per lui una specie di modello) lo hanno spinto a collaborare con grandi maestri del calibro di Count Basie, Woody Herman, Duke Ellington realizzando storici albums. Da quello con Ellington è tratta la splendida versione di Sunny.


Agli antipodi di Sinatra per capacità vocali, ma non per estro artistico, si colloca, a mio avviso, Bob Dorough (1923), stravagante, estroverso, ironico poeta, pianista e cantante,


a metà strada fra l'esistenzialismo e la beat generation, fu anche uno degli antesignani del “vocalese” e nel 1956 realizzò una versione di Yardbird Suite che resta uno dei classici del Be-bop.

Coetaneo di Sinatra e suo “black” alter-ego è stato Billy Eckstine (1914-1993), detto anche “the sepia Sinatra”, che nei primi anni '50 rivaleggiò con lui in popolarità. Nato come trombonista e band leader, la sua orchestra fu la fucina del bebop da cui uscirono Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Sarah Vaughan e molti altri, con la crisi delle big band si dedicò esclusivamente al canto, diventando l'artista di colore più popolare di quegli anni.


Qui lo ascoltiamo in una versione di How High the Moon, del 1953, accompagnato dalla Metronome All Stars, comprendente fra gli altri Lester Young, Roy Eldridge, Teddy Wilson ecc..


Altra interessante figura del periodo, coetaneo dei suddetti due, ma molto meno popolare fu Matt Dennis (1914-2002), noto più come compositore che come cantante, in quanto autore della musica di famosi successi di Frank Sinatra, Bing Crosby, Billie Holiday, ecc.. Sue sono Angel Eyes (testo di Earl Brent), Everything Happens to Me e Violet for Your Furs (testi di Tom Adair) e molte altre.


Come molti autori a un certo punto della carriera decise non solo di scrivere, ma anche di cantare accompagnandosi al piano, rivelandosi un interprete sensibile dal fraseggio morbido, raffinato che si apprezza al meglio quando esegue le sue composizioni, come si può appurare nella sua versione di Angel Eyes, il suo capolavoro.


Un altro cantante popolarissimo, italo-americano come Sinatra, che ha avuto eccellenti rapporti con il jazz, pur non essendo un “jazzista”, è Tony Bennett (1926), che ha collaborato spesso con jazzisti di fama, ricordo, fra gli altri, i due bellissimi albums realizzati con Bill Evans.


Qui lo possiamo ascoltare in un'ottima versione di Just Friends del 1964, accompagnato da un quartetto stellare: Stan Getz, Herbie Hancock, Ron Carter ed Elvin Jones.

Coetaneo “black” di Bennett è Ernie Andrews (1927), originario di Philadelpia, ma cresciuto ed affermatosi a Los Angeles, con un repertorio eclettico che va dal jazz, al pop e al R&B, collaborando con molti jazzisti di fama da Benny Carter a Harry James.


Qui lo ascoltiamo in Don't Be Afraid of Love tratto da un'esibizione Live del 1964 con il quintetto di Cannonball Adderley, comprendente fra gli altri Joe Zawinul al piano.


Di qualche anno più giovane ed altrettanto popolare è stato Lou Raws (1935-2006), non solo cantante, ma attore, doppiatore, star televisiva, molto apprezzato da Sinatra, secondo cui aveva: «il canto più di classe ed uno dei timbri più vellutati del mondo della musica».


Qui lo ascoltiamo in un Willow Weep for Me tratto dal suo album di esordio del 1962, accompagnato dal trio di Les McCann
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Con il prossimo post proseguiremo l'escursus cercando di ampliare la selezione il più possibile.

martedì 2 gennaio 2018

ALBERTO LA NEVE & FABIANA DOTA: LIDENBROCK concert for sax and voice (Manitù 2017)


Alberto La Neve con questo suo secondo disco continua la sua coraggiosa opera di sperimentazione, iniziata con Nemesi, coadiuvato questa volta dalla straordinaria vocalità di Fabiana Dota.
Si tratta di un concept album, una suite in quattro parti,  dedicata al protagonista del romanzo di Jules Verne "Viaggio al centro della terra" che ripercorre le fasi principali del libro. 


«Un viaggio sonoro, un cerchio narrativo e musicale, un omaggio a colui che ha ispirato la mia fantasia, costantemente, nel corso del tempo.» come dichiara lo stesso artista.
Stefano Dentice nelle note di copertina analizza perfettamente il clima che pervade questo disco, parole che mi trovano completamente concorde.
Una peregrinazione ascetica, suffragata da un climax surreale e di inebrianti traiettorie sonore che spalancano le porte di un universo parallelo. Lidenbrock è un disco che travalica scientemente qualsivoglia etichetta di genere musicale, locupletato da un genuino e generoso spirito descrittivo, dal quale trasuda manifestamente una lodevole autenticità comunicativa. Un album cosmico, iconoclasta, che inneggia alla sperimentazione e alla creatività
Da parte mia, avendo già in passato espresso in queste pagine l'apprezzamento per Alberto La Neve, vorrei sottolineare le grandi qualità vocali di Fabiana Dota, cantante napoletana emergente, che fornisce un interplay eccellente alla creatività strumentale del sassofonista, integrandosi perfettamente nel discorso narrativo con punte di coinvolgente intensità emotiva.


Già in occasione del suo primo disco scrissi che la creatività di La Neve era una specie di antidoto alla banalità della musica che quotidianamente ci opprime. L'ascolto di questo nuovo disco conferma questa mia convinzione e può dare la possibilità  di "respirare" un po' di aria pura, grazie ad una musica che esprime originalità, creatività, ricerca, fantasia, fuori da schemi obsoleti e stantii.

sabato 30 dicembre 2017

JAZZ 2017: LA MIA "TOP FIVE"

Anche il 2017 è arrivato al capolinea e come ogni anno il WEB è inondato di classifiche che segnalano i migliori dischi jazz dell'anno.
Quest'anno, un po' velleitariamente, mi sono cimentato in una personale classifica, segnalando alcuni dischi, pochi, che mi hanno maggiormente convinto, ovviamente fra quelli che sono entrati nella mia modesta raccolta.
Forse ho esagerato un po' con i "vecchietti", ma da ultraottantenne merito comprensione.

AHMAD JAMAL: MARSEILLE (Jazz Village 2017)



A 86 anni suonati  Jamal non delude mai e, soprattutto, non si adagia sulla routine del piano-trio. Ottimi anche gli interventi vocali di Mina Agossi e di Al Malik.

DEJOHNETTE, GRENADIER, MEDESKI, SCOFIELD: HUDSON (Motéma 2017)


Un altro "diversamente giovane" guida questo quartetto che mi ha affascinato per la freschezza con cui affronta un programma che alterna vecchi "classici" folk, rock, blues con eccellenti composizioni originali.

VIJAY IYER SEXTET: FAR FROM OVER (ECM Records 2017)


Con questo fenomenale pianista indiano-americano si va sul sicuro. In questo nuovo disco si cimenta con un organico più ampio, aggiungendo tre fiati al consueto trio. Dieci composizioni originali di grande impatto emotivo.

CHARLES LLOYD NEW QUARTET: PASSIN'  THRU (Blue Note 2017)


In questo "live", registrato in alcuni festival estivi lo scorso anno, Lloyd, alla soglia degli 80 anni dimostra di non aver perso la grinta di un tempo alla testa di un collaudato quartetto.

GARY PEACOCK TRIO: TANGENTS (ECM Records 2017)


Chi di solito lo immagina nello Standards Trio di Keith Jarrett, in questo album troverà un Peacock diverso che, nonostante gli 82 anni, cerca sempre nuovi stimoli ed esperienze, affiancato da due artisti navigati come Marc Copland al piano e Joey Baron alla batteria.